Gli insegnamenti del Gabbiano Jonathan Livingston secondo Patrizia Zara

Gabbiano Jonathan

Gli insegnamenti del Gabbiano Jonathan Livingston secondo Patrizia Zara

Il gabbiano Jonathan Livingston, di Richard Bach

 

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La mia mamma, educata a “sani” principi, mi esortava sin dalla tenera età a comportarmi bene. Per “bene” mia madre intendeva non far parlare la gente. Quindi dovevo adottare un comportamento educato e composto attenendomi a tutti quelle norme e a tutte quelle cerimonie necessarie al fine di entrare a far parte della ristretta comunità di appartenenza, poco elevata per la verità – per elevazione non intendo solo culturalmente ma coinvolgo anche lo spirito – e, ovviamente,  evitare di far parlare di sé.

Il mio papà, forte della massima “Faber est suae quisque fortunae”, mi diceva di puntare alle stelle, “futtitinni della gente, questa, nel bene o nel male, sparla sempre”
Vi lascio immaginare che aria tirava a casa mia.

Spesso, io piccina bisognosa dell’amorevole approvazione sia di mamma che di papà, mi trovavo nelle correnti rabbiose di Scilla e Cariddi.
E non capivo perché la mia mamma, in buona fede s’intende, m’impartiva un’educazione cosi restrittiva improntata sul giudizio altrui,  fra l’altro da lei subita e che l’aveva resa insoddisfatta e infelice.

 

Mentre mio padre, forse esageratamente ottimista e buontempone, risultava un “gianburrasca”.
A quei tempi ero veramente confusa.

Cosa potevo fare per accaparrarmi l’amorevole affetto di entrambi cosi squisitamente opposti? Ditemi voi.
L’unica cosa era accettare per amore gli  ossessivi rituali sociali e, nel contempo, liberarmi da questi utilizzando la mia insaziabile immaginazione.

Ed è con questa ambigua condizione che ho letto per la prima volta “Il gabbiano di Jonathan Livingston”, ed è stato subito amore.
In quel volo vedevo il mio illimitato pensiero, rompevo le catene dei miei limiti fisici, mi elevavo a essere il tutto in quell’ambiente che sapeva di niente e, in più, mi crogiolavo del fatto di custodire tale segreto.

Con l’intelletto a 360′ puntavo alle stelle con tanto di approvazione paterna, con i limiti fisici mi sottoponevo agli ossessivi rituali facendo felice, seppur per poco, la mia mamma.

 

Cosi ho percorso tutte le tappe necessarie richieste dal manuale materno: ho studiato con profitto, ho guadagnato con sudore, mi sono innamorata, mi sono sposata, sono diventata mamma ma, forte degli insegnamenti paterni, non sono mai stata succube del pensiero altrui.
Impossibile possedermi.

E Il gabbiano Jon è stato un gran maestro per me perché ha dato conferma a ciò che volevo essere, che non ero la sola a desiderare di volare verso l’infinito e oltre.

A distanza di 50 anni – Gesù come passa il tempo – ho ripreso in mano il libro di Bach.
In questo mezzo secolo ho perso la mia mamma che fino all’ultimo è rimasta desiderosa di una ricompensa terrena per il suo ligio comportamento, e ho perso pure il babbo che, a differenza, non si era mai aspettato niente.

Tante cose sono cambiate in questi 50 anni, lo testimoniano i solchi sul mio viso, rughe dignitose, fiere di sottolineare il tempo, implacabile assassino che non risparmia nessuno, ma la rilettura de “Il gabbiano Jonathan” mi ha procurato le stesse sensazioni di un tempo rafforzate dalle esperienze di vita, mi ha dato la gioia di sentirmi giovane: per due ore ho sconfitto il tempo!

 

Oggi, sia chiaro, ho imparato a volare più in alto di allora, ho affinato le doti di gentilezza e ho dato un nuovo senso all’amore dal momento che sono riuscita a purificare i miei sentimenti dalla greve coltre di ipocrisie e legami fittizi ridotti ormai a lieve pulviscolo facilmente spazzabile da un abile folata di respiro.

Oggi ho ampiato la mia libertà di scelta pur nel rispetto della libertà altrui, non sono venuta meno all’educazione e al decoroso silenzio che mi permettono di vivere con sufficiente rispetto in questa blanda società – dogma granitico materno – e oggi so con certezza assoluta che non amo bazzicare nello stagnante Stormo Buonappetito da cui mi allontano con un leggiadro battito d’ali – indelebile impronta paterna.
E ancora, ripercorrendo la vita del gabbiano Jonathan e la mia ho capito, più di ieri, che non si smette mai d’imparare, di esercitarsi alla gioia e al dolore, di sforzarsi di capire sempre più a fondo il perfetto principio invisibile di tutta la vita.

Ho capito che bisogna smettere di vedersi intrappolati in un corpo limitato e che il “trucco” sta nell’alimentare la propria natura vivendola ovunque con disinvoltura e naturalezza senza limiti di numero, di spazio e di tempo.

 

E poi ancora, la recente tanto struggente quanto dolorosa dipartita di una parte di me mi ha reso conscia di quanto sia fondamentale il pensiero poiché  esso è infinito e immortale, è il balsamo che da un senso alla vita e giustifica la morte: è il volo dimensionale del gabbiano Jonathan.

Il libro che mi ha consolato in gioventù e che  mi ha rallegrato nell’oggi contiene tante di quelle metafore che si prestano a personali e soggettive interpretazioni poiché vanno oltre le apparenze, superano lo spazio, superano il tempo lasciando il Qui e l’Ora, punti di un segmento relativo che esorta con il suo limite spazio temporale ad assaporare un carpe diem sino in fondo prima che si vaporizzi nel nulla.
Ebbene, Io vi ho raccontato la mia interpretazione poiché ogni storia, si sa, viene assaporata in relazione al vissuto e allo stato d’animo di chi la legge. E voi? Che ne pensate del gabbiano Jonathan?

“Non dar retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola.“

A Luca Giacoletti.
A mia sorella

 

Di Patrizia Zara

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1 Commento

  1. Mi hai fatto venir voglia di rileggere questo libro letto insieme a Luca circa 12 anni fa. Condivido che ogni lettore, troverà le sue risposte, ma è un libro da leggere e rileggere.
    P.S.
    Dedica molto gradita!

Commenti

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