La metà pericolosa – di Silvia Volpi – Quinta puntata

La metà pericolosa Silvia Volpi 5° Puntata

La metà pericolosa – di Silvia Volpi

 

L’ex signora Tornabene arriva in questura e fa luce su alcuni particolari della situazione patrimoniale dell’avvocato

“La metà pericolosa” è un giallo inedito a puntate scritto da Silvia Volpi

e che ci accompagnerà durante l’estate su unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it

 

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Quinta puntata

 

Fernando Bonini, dottore commercialista, era sulla sessantina. Sottile come uno stuzzicadenti, aveva il collo da giraffa che spuntava dall’ampio colletto della camicia.

Titolare dello studio Bonini&Associati, lavorava insieme con la moglie Cesara e un socio che si vedeva poco a Firenze.

Si sforzò di sorridere mentre Cosimo Guanti muoveva gli occhi alla ricerca di qualcosa che non avrebbe saputo definire: non erano i fogli con strisciate di numeri stampati e sparsi sulla scrivania e nemmeno la pilettina di riviste economiche. Più interessante gli apparve il post-it scritto con il pennarello “Scade il 25” e ancora di più quel “Tornabene” sottolineato due volte.

 

 

“Che disgrazia” fece il barbiere.

Bonini convenne facendo dondolare il capo, con un paio di carte coprì l’appunto.

“E quante complicazioni” ammise. Pareva stanco.

“Posso fargliela una confidenza? – Cosimo si sistemò sulla sedia – c’ho avuto a che fare per un piccolo incidente, un cretino aveva provato a fare il furbo con me”.

Il commercialista parve più interessato mentre Cosimo entrava nel pieno delle sue funzioni investigative basate su due principi incrollabili, la confusione dei ruoli e le supercazzole.

Partendo da una quietanza di pagamento mai saldata da una compagnia assicuratrice, fatto realmente accaduto in seguito a un furgoncino che aveva inavvertitamente dato un colpo alla sua moto parcheggiata, Guanti raccontò di essere passato dalle mani dell’avvocato Tornabene. Quello che non corrispondeva esattamente ai fatti accaduti era la conoscenza approfondita fra loro.

 

 

“Un paio di volte siamo anche scesi a prendere il caffè, un tipo simpatico” inventò accomodandosi l’elastico ai capelli.

“Purtroppo ultimamente era sofferente. Non se la passava bene, ma quello che è successo non se l’aspettava nessuno”.

La cosa incredibile è che il commercialista non si riferiva all’uccisione del povero Tornabene.

Qualche anno prima, Lucrezia Rosi coniugata Tornabene aveva impiegato del denaro proveniente dall’attività del marito per acquistare due appartamenti vista mare sulla costa francese finanziando di fatto l’attività un’impresa di costruzioni che vendeva su progetto. Tanti soldi che l’avvocato si accorse di non possedere più quando la moglie lo informò di voler chiudere il matrimonio. Ricevette la notizia al telefono, mentre aveva un cliente seduto di là dalla scrivania. Lucrezia lo salutò da una banchina del porto di Nizza dove stava aspettando un traghetto insieme a uno scafato e affascinante imprenditore edile.

Sante Tornabene si era ritrovato con lunghi finesettimana da riempire e non essendo mai stato propenso all’attività fisica, finì per diventare uno sfondadivani, sempre meglio che accettare gli inviti di qualche collega con famiglia che lo avrebbe coinvolto in serate di  spaghettate e giochi da tavolo. L’occasione della svolta parve arrivare quando cominciò a frequentare un club dove ogni tanto giocava a biliardo. Tirava di stecca insieme con un pizzaiolo albanese che lo riforniva di cocaina.

“Ne ha macinati di soldi, l’avvocatino”, disse Guanti sinceramente compiaciuto.

“Il padre lavorava la pelle e aveva messo su un discreto gruzzolo fra l’attività di artigiano e quella di commerciante”.

 

 

“Giustamente la nuora, per amore del figlio, l’ha aiutato anche a spendere i quattrini” ironizzò il barbiere. Pensò anche, ma non si fece uscire una sillaba dalla bocca, che tutti quei movimenti a parecchi zeri non fossero dispiaciuti nemmeno al magrissimo dottor Bonini che parve aver intercettato i pensieri del suo cliente.

“Ci pagano per tenere i conti, pensare alle tasse e alle scadenze. Purtroppo a volte le faccende economiche vanno come vanno – fece una pausa e prese fiato come se avesse dovuto spegnere il sole – L’avvocato ha fatto tutto da sé, nel bene e nel male. Mi dispiace tanto per quello che gli è capitato”.

Nell’ufficio entrò un’impiegata con in mano alcuni fogli da mostrare a Bonini. L’intestazione del fascicolo era la seguente: “Simulazione di vendita”. Nello spazio riservato al nome del cliente era scritto Sante Tornabene.

Dopo aver rammentato Bagno a Ripoli e un conteggio per il fisco, andarono a finire il  discorso lontani dalla scrivania.

La conclusione dell’impiegata arrivò forte e chiara fino alle orecchie del barbiere: “Va bene, dottore, penso io a interrompere gli scambi con l’agenzia immobiliare”.

 

 

Sbrigata velocemente la pratica del negozio da presentare in banca, Cosimo Guanti uscì dall’ufficio del commercialista e s’incamminò verso l’edicola. Con un po’ di fortuna, avrebbe trovato la signora che vendeva giornali in vena di fare qualche chiacchiera, specie su quella pila di riviste sui Caraibi e il Sudamerica che l’avvocato aveva fatto mettere da parte. Intanto tirò fuori dalla tasca dei pantaloni il biglietto da visita raccolto sul pavimento nell’ufficio di Bonini: Agenzia immobiliare Il Ponticino, specializzata in compravendite immobiliari estero e Italia – viale dei Mille, Firenze

Cosimo rilevò come il suo commercialista avesse al lavoro impiegate deliziose ma un po’ sbadate.

Chiamò la collega del GialloKakao per avvisare che si sarebbe rimasto lontano dal salone un po’ più tempo del previsto.

“Ce la fai a stare senza di me per un paio d’ore?”.

Rebecca Vani era una professionista stimata. Non solo per l’abilità nel taglio dei capelli e nelle acconciature, ma anche per la sua propensione a dispensare consigli a chi avesse un bel paio di corna da dimenticare.

“Sto da Dio” rispose lei allargando le braccia davanti allo specchio.

Fra lei e Cosimo era spesso un gioco di punzecchiamenti e battutine. Anche parole d’intesa.

 

 

Nell’ufficio del commissario Milo Tettanuzzi erano appena passati nell’ordine i familiari di un suicida, un imprenditore minacciato di morte e una ventenne con la mano lesta. Mentre l’orologio segnava le undici e un quarto, si rese conto di essere stanco come a fine giornata. Quando gli annunciarono l’arrivo in questura di Lucrezia Rosi si chiese chi gliel’avesse fatto fare di mettersi a studiare da poliziotto anziché perdersi tra i pascoli del suo appennino abruzzese.

Capelli neri asfalto, labbra grandi color fuoco e un abito a fiori lungo fino alle caviglie.

Avvicinandosi alla signora Rosi con la mano tesa, il commissario ripensò al corpo di Tornabene disteso sulla poltrona dell’ufficio e con il petto sconquassato. Il colore del sangue era identico a quello delle labbra che gli stavano sorridendo per salutarlo.

Milo venne a sapere che l’avvocato aveva incontrato l’ex moglie a Firenze qualche settimana prima. Era preoccupato per la situazione lavorativa ma ciò che colpì maggiormente Lucrezia era il tremolio alle mani e quel continuo tirare su con il naso.

“Potevano essere gli effetti della cocaina”. Tettanuzzi cercò di rassicurarla con una spiegazione oggettiva.

Con l’insofferenza nella voce buttò lì un’altra ipotesi: “E cosa mi dice dell’urgenza di vendere la casa di San Donnino? Un bell’appartamento fra Firenze e Campi”.

“Stiamo facendo verifiche anche sui conti e la situazione patrimoniale. Può darsi che suo marito avesse bisogno di soldi”.

“Ex, commissario, ex marito”.

Lucrezia Rosi raccontò dell’abitazione che Sante voleva dare via alla svelta e di come le avesse chiesto qualche soldo in prestito con l’impegno di restituire tutto presto, molto presto.

 

 

Lei aveva pensato a qualche centinaio di euro. Il suo ex invece intendeva duecentocinquantamila euro che le avrebbe reso appena conclusa la vendita dell’immobile.

In quell’occasione, Lucrezia seppe anche di un fondo commerciale nel quartiere dell’Isolotto che Sante aveva appena venduto per avere un po’ di liquidità.

L’ex marito aveva sempre avuto il pallino degli orologi d’oro e dei vini pregiati. E poi i viaggi. Quando erano sposati si muoveva più per accontentare Lucrezia e la sua smania di frequentare località alla moda che non per il suo desiderio personale. Dopo si era appassionato a tutt’altri luoghi, dall’altra parte del pianeta.

“Che ci fosse un’altra donna?” indagò Milo.

Come se avesse udito un’imprecazione, Lucrezia portò le mani alle orecchie. “Solo una pazza!”.

“O una furba – azzardò il commissario – gli incassi dalla vendita di immobili fanno sempre parecchia gola a certa gente”.

“Vuole dire che Sante è stato ucciso da una donna in cerca di soldi?”.

Chiamò Cardone e chiese il fascicolo Tornabene: “Fai sapere allo studio del commercialista Bonini che li aspetto tutti qui. Nessuno escluso”.

“Anche la moglie del titolare, commissà?” chiese l’ispettore.

“Soprattutto”. Lo guardò come se avesse dovuto fermare un treno con le pupille.

Appuntamento alla prossima puntata

 

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L’autrice

Silvia Volpi è giornalista e scrittrice e vive a Pisa. E’ autrice del giallo “Alzati e corri, direttora” (Mondadori), con cui ha ricevuto il premio come migliore esordiente a Giallo d’Amare 2019, secondo QLibri è tra i migliori dieci esordi del 2019.

Tiene corsi di scrittura, si occupa di public speaking e comunicazione, è segretaria di redazione al Tirreno.

Sui social: pagina facebook @silvia.volpi.autrice; Instagram @silviavolpi_sv

Per leggere e acquistare “Alzati e corri, direttora” nelle librerie e online cliccando QUI

Il sito internet dell’autrice è  silviavolpi.it

Silvia Volpi
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