Riflessioni su Uno, nessuno centomila: la certezza e l’effimero

Riflessioni su Uno, nessuno centomila: la certezza e l’effimero.

Qualche giorno fa, sfogliando i libri di scuola di mia figlia, mi sono imbattuta in un passo di un grande classico letto alcuni anni fa: “Uno nessuno centomila” di Luigi Pirandello.

Uno nessuno centomila Pirandello

Il passo in questione è quello che si potrebbe definire il “momento zero” del romanzo, ovvero il momento chiave, quello da cui parte lo svolgimento del romanzo stesso, e in cui è racchiuso il leitmotiv, il tema principale e ricorrente. È il momento in cui il protagonista, Vitangelo Moscarda, a causa di una frase pronunciata da sua moglie, mentre lui si guarda allo specchio, inizia il cammino che lo porterà alla follia. La frase è una semplice battuta sul suo naso un po’ storto, detta ingenuamente e senza fini denigratori. Per Vitangelo invece è la scoperta di un mondo, mondo che credeva stabile e fisso e che, improvvisamente, va alla deriva. Lui che si era sempre visto, se non perfetto, quantomeno decente, scopre che la sua immagine di sé non coincide con quella dell’altro.

 

D’un tratto tutto crolla… Egli credeva di essere “uno”, cioè di corrispondere a un’immagine unica, invece “centomila” sono le immagini che gli altri hanno di lui, e finiscono per ridurlo a “nessuno”, per l’impossibilità di fissare
sé stesso in una personalità definita. Le iniziative grottesche e inconsulte che prenderà da questo momento in poi, sconfineranno nell’umorismo tipico pirandelliano, quell’umorismo fatto di risate amare, in cui nella derisione di un comportamento è insito il “sentimento del contrario”, la tristezza e la pena che prendono il posto dell’ilarità nel momento in cui se ne percepisce la causa prima, il tragico movente di ogni atteggiamento apparentemente comico.

 

Eppure Vitangelo Moscarda è molto più che il personaggio di un romanzo. Vitangelo è molti esseri umani che pattinano inconsapevoli su un lago di ghiaccio sul punto di sciogliersi. Vitangelo Moscarda è il rappresentante di tutte quelle persone edificate su certezze destinate a sgretolarsi alla prima mancata conferma della percezione che hanno di sé stesse. È il portabandiera di tutta la fragilità di un edificio costruito su un terreno franoso. È l’emblema della precarietà di ogni equilibrio instabile. È come un funambolo che attraversa impettito la corda della propria vita senza guardare di sotto, e con un semplice soffio di vento o il battito d’ali di una farfalla, precipita nell’abisso. Precipita in una voragine di incertezza che si apre nella breccia della propria identità fragile e sottile, in cui si insinua quella cosa evitata da sempre come la peste, che si chiama DUBBIO. Il buco nero che improvvisamente inghiotte le labili certezze di un’esistenza data per scontata.

 

Quanto può davvero influire sulla ragione la percezione che si ha di sé? E quanto la mancata conferma dagli specchi in cui quotidianamente l’essere umano si riflette, gli specchi costituiti dagli altri, da chi lo osserva rimandandogli un’idea mai presa in considerazione di sé stesso, della sua apparenza esteriore, può distruggere le fondamenta dei propri principii? Quanto può sconvolgere le proprie sicurezze?
Fino a portare al delirio? Fino ad arrivare a muoversi maldestramente come un burattino nel disperato tentativo che l’altro gli riconosca quelle qualità che egli considera sua caratteristica e prerogativa? Fino a rendersi ridicolo e folle per imporre all’esterno ciò che di volta in volta crede di essere o vorrebbe essere?
E tutto questo perché?

 

Bene, per un motivo molto semplice… Perché perdere la certezza significa perdere il CONTROLLO… Delle cose, dei rapporti, delle relazioni interpersonali… E l’essere umano, piccolo e indefinito per natura, spesso ha bisogno del controllo per darsi quella parvenza di sicurezza nel breve e incerto cammino della vita.
Eppure nulla è certo, nulla gli appartiene per sempre.

La morale è una sola: bisogna saper accettare l’incertezza, e non arrovellarsi nell’inutile e inevitabilmente fallimentare tentativo di imporre fuori di sé stessi ciò che si crede di essere… Pena finire in solitudine in un ospizio, come il povero Vitangelo!
Pirandello docet.

Di Giovanna Cosenza

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