La metà pericolosa – di Silvia Volpi – Ottava puntata

La metà pericolosa Ottava puntata di Silvia Volpi

La metà pericolosa – di Silvia Volpi

 

Il caso Tornabene porta Cosimo Guanti sulle colline di Bagno a Ripoli

e al GialloKakao si mettono insieme nuovi interessanti particolari

“La metà pericolosa” è un giallo inedito a puntate

scritto da Silvia Volpi e che ci accompagna durante l’estate

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Ottava puntata

 

Cosimo Guanti salì sulla sua Yamaha e puntò verso Bagno a Ripoli. Aveva dovuto offrire una piega gratis al GialloKakao prima a Bianca, l’assistente dell’avvocato, e poi più tardi all’impiegata dell’ufficio commerciale Bonini. Con questo sistema, ruffiano ma efficace, si era fatto raccontare della tenuta comparsa all’improvviso nella vita dell’avvocato Sante Tornabene.

Il tragitto che da Firenze portava sulle colline a sud est di Firenze lo mise tra il sereno e il molto rilassato: da una parte i filari di vigne, dall’altra boschetti e campi d’erba, qua e là un casolare, e poi ancora verde e marrone in tutte le gradazioni.

Appena superato l’incrocio per Rimaggio, il muro di pietre s’innalzava e risaliva lungo un argine punteggiato di cipressi. Cosimo percorse un chilometro prima di svoltare verso destra e costeggiare ancora la recinzione. Quando intravide l’entratura di una stradina sterrata e più avanti un cancellone chiuso, fermò la Dragstar e si tolse gli occhiali da sole. Un casolare di una certa dimensione spuntava oltre il vialino, una costruzione più modesta si ergeva al limitare di un boschetto e intorno campi e frutteti, oltre a una lunga distesa di vigne.

 

 

L’omicidio di Sante Tornabene finalmente lo aveva portato in un bel posto.

Cosimo mandò un messaggio whatsapp a Rebecca con una foto scattata stirando il braccio all’insù: “Ecco la tenuta”.

Le persiane al primo piano della casa erano serrate, un Ape era parcheggiato di fianco all’edificio e in lontananza si scorgeva un trattore al lavoro nei campi.

Fino a qualche tempo prima doveva essere stato un ambiente di un certo pregio, ora c’erano ovunque i segni del tempo e dell’abbandono.

Suonò al campanello più per non lasciare niente d’intentato che con la speranza che qualcuno rispondesse. Gli avevano detto che un certo Pieron si occupava del vino e che saltuariamente si trovava nella tenuta. Invece la prima persona con cui riuscì a parlare fu un anziano del posto che andava a dipingere su una panchina di pietra di là dalla strada. Si chiamava Moreno e sulla tela stava colorando una cascata di fiori intorno a un pozzo.

“Proprietari? Non si vedono mai e comunque era una proprietaria. Ora chi lo sa?”.

Dopo un quarto d’ora di mezze frasi e parole sospese, Cosimo sapeva che la tenuta da qualche anno era stata lasciata andare, giusto le vigne e gli olivi una volta l’anno, forse ancora due o tre affitti nella campagna, la casa praticamente sempre vuota e da quando la signora si era ammalata aveva sentito dire di tutto.

Moreno buttava lì le parole al ritmo dei tocchi di pennello sulla tela. “Prima la vendeva… poi lasciava tutto alla diocesi… uno straniero la voleva… e un giorno è morta”.

 

 

“Chi?” il barbiere avrebbe voluto informazioni più precise.

“Benestante era… alberghi… case… fondi… – fece una pausa più lunga delle altre – e poi questo chicchino qui a Bagno a Ripoli”.

Guanti appoggiò le spalle a un albero. Si sarebbe incollato al tronco finché Moreno non avesse tirato fuori il nome della signora con il patrimonio a cinque stelle. Ci volle pazienza e soprattutto un forte interessamento ai rudimenti della tecnica pittorica, argomento che stava al barbiere come il ghiaccio al deserto.

“Di cognome so che faceva Beati, il resto non me lo ricordo. Si parla di una donna anziana, eh – tenne a precisare il pittore facendo ondeggiare la testa in segno d’incertezza -. Più anziana assai di me, perdinci”.

La tenuta era stata affidata a un fattore che l’aveva mandata avanti come gli era parso e  abitato nel casolare fino alla morte.

“Ora che non c’è più nemmeno la Beati, qualcosa deve cambiare per forza”.

Cosimo si fece dare da Moreno il numero di telefono spiegando che voleva essere avvisato appena il quadretto con i fiori e il pozzo fosse stato terminato.

“Lo metto nel mio salone, in un angolino dove ho attaccato anche le fotografie che faccio mentre giro con la moto”. Lasciò un biglietto da visita del GialloKakao invitandolo per una barba omaggio.

 

 

Nelle stanze della polizia in viale Zara, il verbale dell’autopsia sul corpo dell’avvocato aveva chiarito le modalità della morte.

Il commissario Tettanuzzi aveva incaricato Ilario Cardone di preparare qualche riga per la stampa. “Digli tre-cazzate-tre purché smettano di rompermi i coglioni”.

L’ispettore lesse l’appunto per il comunicato: “L’avvocato è stato ucciso da un proiettile calibro 22 sparato da una distanza ravvicinata e l’arma non è stata ancora rinvenuta. Tornabene non sarebbe stato aggredito prima dell’uccisione né avrebbe tentato di difendersi. La conclusione a cui è giunta per il momento la polizia…”.

Tettanuzzi lo tranciò: “Siamo noi, Cardone, la polizia. Taglia”.

L’altro tirò una riga con la penna e riprese: “Le indagini si approfondiscono nel giro dei conoscenti della vittima non escludendo l’ipotesi di un legame di parentela con chi ha impugnato l’arma. Il colpo che ha ucciso l’avvocato Tornabene non avrebbe comunque potuto…”.

“Fai schifo con l’italiano, Cardò”. Il commissario aveva lo sguardo buono anche mentre riprendeva i suoi collaboratori.

“Voglio dire che nessuno ha sentito lo sparo perché a quell’ora gli uffici nel palazzo erano chiusi e quindi l’omicida ha chiuso la porta e se n’è andato con calma senza essere visto”.

“Dillo e finiamola” tagliò corto Tettanuzzi.

“Aggiungo che per il momento non sono stati emessi provvedimenti di fermo o arresto” concluse l’ispettore.

“Aggiungi”. Tettanuzzi fece un giro della scrivania e andò a fermarsi dietro l’orecchio del suo collaboratore. “Quanto alla vecchia zia, non sai nulla e non sappiamo nulla. Chiaro?”.

Cardone fece no con un dito e riaprì il fascicolo Tornabene. Tra i prossimi impegni aveva da fissare gli incontri con le nipoti di una lontana parente dell’avvocato, Miranda Beati, una zia della madre.

Riuscì a mettersi in contatto con una pronipote che si era trasferita al sud dopo aver sposato un facoltoso imprenditore di arredi bio per l’ufficio, e pure con una seconda che invece abitava a Firenze con il marito. Il terzo pronipote era il povero Tornabene.

“Cominciamo dalla più vicina” stabilì il commissario.

Cardone si appuntò nome e cognome su un post it: Elena Biagiottoli.

 

 

Al GialloKakao Rebecca stava piastrando i capelli a una bella figliola che avrà avuto sì e no trent’anni.

Dovevano parlare di uno che se n’era andato con un’altra. Cosimo lo capì intercettando appena due parole.

“Quella merda”. La voce della signorina sembrava venuta fuori dalla bocca di un cavatore ma appena cambiò argomento anche le corde vocali si ricordarono in quale gola stessero vibrando.

Seduta davanti allo specchio, Uma Luchini, giornalista e speaker di Radio Belli, single da poco, voleva dare un taglio secco al passato e cominciava dai capelli.

“Lo stronzo ha avuto il tatto di farmi trovare un orecchino con il pendente pieno di stelline rosa”.

“Che carino!”.

“Non sai dove l’ho trovato!”.

“Sulla poltroncina della macchina?”.

“Fra le lenzuola – deglutì come se avesse mandato giù una palla da bowling – del mio letto. E ti garantisco che l’orecchino non era mio”.

Le clienti più affezionate approfittavano della piega da GialloKakao anche per scambiare qualche chiacchiera con Rebecca, una vera autorità in materia di corna da dimenticare.

Tra un passaggio di spazzola e un tocco di piastra, Uma vuotò il sacco con la speranza che i consigli della parrucchiera la tirassero un po’ su.

Cosimo si avvicinò con la scusa di un nuovo lucidante per capelli al profumo d’arancia. “Rebe, hai fatto provare questo spray? – rivolse sguardo e sorriso alla giornalista – L’ascolto sempre al notiziario”.

Uma Luchini sorrise di gratitudine. Il barbiere avrebbe voluto farle apprezzamenti sulla conformazione del seno che s’intuiva dalla maglietta, invece decise di buttarla sul caso che da un po’ di tempo gli annodava i pensieri.

“La conclusione a cui è giunta la polizia è che a sparare sia stato probabilmente un parente – la giornalista parlava dell’omicidio Tornabene come se stesse raccontando del pane appena comprato – Quella sera il poveraccio non ha pensato nemmeno per un attimo di avere di fronte il suo assassino”.

 

 

“Poveraccio un corno” commentò Cosimo. Con la scusa dei boccettini di profumo da far provare, si sedette su uno sgabello accanto alla collega.

“Secondo me la conclusione non è lontana” fece Uma Luchini assorta nel display del telefono.

Cosimo strizzò un occhio a Rebecca. “Bel posto Bagno a Ripoli”.

La giornalista alzò lo sguardo. “Piace a noi che siamo di Firenze, figuriamoci a quelli che vengono da fuori”.

“Sono stato alla tenuta”.

“Non sei l’unico, e ci devo pure tornare”.

“Ci sono novità?” Rebecca finse di essere appena atterrata da Marte.

“La tenuta di Bagno a Ripoli credo che abbia in questa storia più peso di quanto si voglia far credere, solo che per capirci di più dovrò tornarci e parlare con qualcuno che ci lavora – Uma dette una scrollata ai messaggi sul telefonino – Sto cercando un tale che lavorava come agricoltore ma non risponde mai”.

Rebecca con un gioco di specchi mostrò alla giornalista il risultato della piega. Il cellulare di Uma s’illuminò e in mezzo al display comparve la scritta “A.P. amico questura”.

Stette qualche secondo in ascolto e con un’espressione soddisfatta balzò in piedi. “C’è una novità nel caso Tornabene. Devo scappare”.

Appuntamento alla prossima puntata

 

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L’autrice

Silvia Volpi è giornalista e scrittrice e vive a Pisa. E’ autrice del giallo “Alzati e corri, direttora” (Mondadori), con cui ha ricevuto il premio come migliore esordiente a Giallo d’Amare 2019, secondo QLibri è tra i migliori dieci esordi del 2019.

Tiene corsi di scrittura, si occupa di public speaking e comunicazione, è segretaria di redazione al Tirreno.

Sui social: pagina facebook @silvia.volpi.autrice; Instagram @silviavolpi_sv

Per leggere e acquistare “Alzati e corri, direttora” nelle librerie e online cliccando QUI

Il sito internet dell’autrice è  silviavolpi.it

 

Silvia Volpi

 

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