La metà pericolosa – di Silvia Volpi – Nona puntata

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La metà pericolosa – di Silvia Volpi

 

Una sera a Bagno a Ripoli, i titolari del GialloKakao assistono a un fatto misterioso

“La metà pericolosa” è un giallo inedito a puntate scritto da Silvia Volpi

e che ci accompagna fino al 6 settembre

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 Nona puntata

 

Appena abbassata la serranda del GialloKakao, Rebecca e Cosimo erano saliti sulla moto di lui diretti a Bagno a Ripoli. La serata era di quelle da tirare la cerniera del piumino fino al mento.

Le luci della tenuta erano spente, tranne un faretto che puntava lungo il muro laterale del casolare. Cosimo aveva diminuito la pressione del piede sull’acceleratore della Yamaha per sfilare davanti al cancello ad una velocità da bicicletta in salita. Anche l’ingresso era buio. A rompere il silenzio, qualche uccello e l’abbaio lontano dei cani.

“Cosa ci siamo venuti a fare, me lo sai dire?” lo punzecchiò Rebecca con la voce che inciampava nel bordo del casco.

“Te l’ha detto anche Uma Luchini. E se una giornalista vuole ritornare in un posto come questo, un motivo ci sarà. Che noi siamo da meno?”.

“Ho visto come la guardavi – fece indispettita – se te lo diceva la mi’ nonna di venì quassù, col cavolo che ti muovevi da Firenze a quest’ora. Invece la giornalista con le puppe belle ha rammentato Bagno a Ripoli e allora…”.

 

 

Cosimo Guanti rimase in silenzio a sorridere dentro il casco, percorse un po’ di strada fino a un’area di sosta per i camper che in quel periodo non era altro che un piazzalino asfaltato e illuminato da un lampione e fermò la moto vicino ai cestini dei rifiuti.

“Sarai mica gelosa?” le domandò mentre si accomodava la coda di capelli. Se Rebecca avesse risposto di sì, a Cosimo non sarebbe dispiaciuto per niente.

Lei alzò una spalla e si avviò sulla strada.

Raggiunsero la panchina del pittore, si sedettero uno accanto all’altra come nella sala d’aspetto del dottore. Lei con la testa china sul telefonino, lui con gli occhi sbarrati a scandagliare il muro di cinta della tenuta.

Non riuscivano a rilassarsi.

Con una giornata di lavoro addosso, Rebecca avrebbe voluto stendere le gambe sulla panchina e appoggiare la testa sulle cosce di Cosimo. Si trattenne solo perché il buio le aveva impedito d’ispezionare il piano e non avrebbe sopportato di sdraiarsi sulla cacca di un uccello.

 

 

Quello che impensieriva Cosimo Guanti era la mancanza di un riparo.

Percepirono chiaramente il rumore di un’auto in avvicinamento. Quando i fari spuntarono in fondo alla salita, Cosimo si voltò verso Rebecca come se la stesse vedendo per la prima volta. L’afferrò per le spalle.

“Che ti piglia?”. Provò a scostarsi.

“Ssssh, è per il freddo”.

La luce dei fari si era fatta più grande, fra un attimo avrebbe illuminato a giorno la panchina.

Cosimo avvolse Rebecca come se non avesse voluto fare altro nella vita, e forse era pure la verità. Lei si ammorbidì, profumava dello spray all’arancia che usavano al GialloKakao;  fece scivolare le mani lungo la schiena di lui e annusò la pelle. Tabacco e menta.

“Non ti muovere” le ordinò.

“Se mi metti la lingua in bocca, ti denuncio”.

Le punte dei loro nasi si stavano sfioravano.

Quando una vecchia Ford station wagon di colore scuro sfilò di là dalla strada, sulla panchina c’era una coppia impegnata in un bacio inesauribile, lui e lei avvinghiati come un’edera intorno a un palo. Si abbassarono, quasi distesi. Il cono di luce dei fari non riuscì ad illuminarli del tutto.

 

 

Sentirono il motore rallentare, la macchina stava per fermarsi. Il ticchettio nel motore risuonò scomodo all’orecchio di Cosimo. I fari della Ford puntarono i montanti di ferro del cancello e quando lo sportello si aprì scese un uomo di media statura e largo di spalle. Infilò le chiavi nella serratura e spalancò le ante a mano, prima una e poi l’altra. Quando risalì in macchina, Cosimo e Rebecca erano ancora abbracciati ma con gli occhi puntati sul vialetto d’ingresso della tenuta.

“Ha le chiavi, è il proprietario” stabilì la donna.

“Il pittore ha detto che non esiste più nemmeno la proprietaria”.

“Vabbè, sarà qualcuno di qui”. Lei tagliò corto.

Cosimo Guanti non era uno che si convinceva con tanta facilità ed era grazie al modo differente di vedere le cose che con la collega s’intendeva alla perfezione. Erano complementari sul lavoro così come nelle uscite tipo quella, a impicciarsi degli affari degli altri.

Appena l’auto oltrepassò il cancello, la coppia si divise.

I fari si fermarono dopo pochi metri voltati a illuminare un pezzo di giardino ancora lontano dal casolare e a ridosso del muro di cinta. L’uomo scese trafelato, con le mani si teneva davanti come se avesse il mal di pancia. Raggiunse una specie di vasca interrata. I suoi passi  schiacciavano l’erba. Giunto sul bordo della vasca infilò una mano nel giaccone e quando la riestrasse allungò il braccio davanti a sé e lasciò cadere qualcosa. Si sentì un rumore come di un grosso sasso che finisce in acqua. L’uomo aspettò che la superficie si fermasse e con le mani in tasca percorse a ritroso il pezzo di giardino fino alla macchina. Nell’abitacolo della Ford spuntava solo la sagoma della sua testa.

Camminando fianco a fianco verso la moto, Cosimo e Rebecca scorrevano le foto che lei aveva fatto con il telefonino.

“Credi che i blitz solitari nel giardino buio rientrino nelle attività di una tenuta agricola?” chiese Cosimo.

“Bisogna avvisare la polizia. Chiama quel tuo cliente ispettore che viene sempre a sistemarsi il pizzetto”.

 

 

Nelle stanze della questura, la mattinata era cominciata a ritmo sostenuto.

“Ribadisci a tutti che non voglio trovare il testo della lettera su nessun giornale, sito, fumetto o quaderno che sia. Da nessuna parte, capito?”. Il commissario Milo Tettanuzzi aveva una certa esperienza e sapeva perfettamente che per i giornalisti il virgolettato ha un valore orgasmico, poter riportare le parole esatte di qualcuno che parla, dice, dichiara, afferma è inferiore, in termini di attendibilità della notizia, solo a un’intervista programmata e autorizzata.

Una lettera scritta di pugno da Miranda Beati era un bocconcino troppo ghiotto, qualcosa tra una cucchiaiata di nutella e un ciuffo di panna montata.

“Comunque non si preoccupi, commissà, – fece Cardone in tono rassicurante – ai giornalisti ho spiegato di cosa si tratta almeno stanno buoni, sanno di poter dire che un’anziana parente dell’avvocato poco prima di morire ha dato disposizioni sul suo patrimonio. Nient’altro, nessuno ha il testo preciso e nessuno può diffonderlo”.

“Cerca il notaio – ordinò Tettanuzzi – bisognerà sentire che ne pensa”.

“Ovviamente, commissà”.

Il ritrovamento di uno scritto di una lontana parente di Sante Tornabene era una di quelle notizie che viaggiavano su binari speciali: uscivano dalla questura con lo stesso metodo usato da Harry Potter per attraversare il muro del binario nove e tre quarti. Nessuna persona ragionevole avrebbe potuto dire come diavolo fosse possibile, fatto sta che succedeva.

Il commissario continuava a piccarsi: “Non si è fatto in tempo a prendere la lettera che ci siamo ritrovati con i giornalisti alla porta per sapere di cosa si trattasse. Chi li ha informati, mi piacerebbe sapere. Chi?”.

Il telefonino di Cardone squillò mostrando il numero del GialloKakao. “Avevo un appuntamento dal barbiere?” si chiese prima di rispondere.

Quando riattaccò, il poliziotto si soffermò con la fronte appoggiata a una mano. Stava cercando un modo garbato per dire al suo capo che a un tratto Bagno a Ripoli pareva New York, stava spuntando sulla bocca di chiunque.

“Un caffè, commissà?”.

Tettanuzzi lo infilzò con gli occhi. “E’ una rottura di coglioni, lo vedo”.

Cardone tentennò il capo. “Può darsi”.

“Allora risparmiati il caffè. Di che si tratta?”.

L’ispettore prese il berretto per uscire diretto al GialloKakao.

 

La mano di nero carbone sul caschetto di una ragazza aveva bisogno di qualche altro minuto di posa. Rebecca Vani stava passando il tempo scrollando facebook sul telefono quando Uma Luchini le piombò di fianco.

“Il bastardo credeva di poter tornare a casa mia come se niente fosse e invece ha trovato la sorpresa – la giornalista lasciò andare un sorriso di gratitudine – Mi dai una sistemata al ciuffo? Fra un’ora ho un collegamento video e i capelli davanti fanno schifo”.

Parlarono degli ex e delle uscite da single ma Rebecca aspettava il momento propizio per ritornare su Bagno a Ripoli e sulla vecchia zia di Tornabene.

Uma fu generosa. “Ti do un’anticipazione, tanto fra poco va sul notiziario. L’avvocato stava per ricevere un bel regalino”.

“Davvero?”.

“E’ venuta fuori una lettera della Beati che dice di voler lasciare la tenuta al povero Sante oltre a un bel mucchietto di soldi”.

“Poverino, morire così proprio ora che poteva sistemarsi”. Quando doveva fingere di non sapere nulla Rebecca era da dieci e lode.

“Ecco il punto – esclamò la giornalista – poteva sistemarsi e invece qualcuno l’ha sistemato”.

 

 

Rebecca accomodava il ciuffo di Uma occupandosi di un capello alla volta. Del resto ascoltare l’elenco dei beni della Beati e comprenderne la spartizione richiedeva tempo e l’attenzione delle grandi occasioni.

L’anziana Miranda non aveva mariti né figli, i parenti più prossimi erano tre pronipoti. La più grande se n’era andata in Puglia da parecchi anni e non aveva problemi di soldi. A quella sarebbe andata una collezione di quadri del primo Novecento. Il resto del patrimonio doveva essere diviso in due: una parte alla diocesi dato che Miranda era sempre stata una cattolica praticante, il restante cinquanta per cento era destinato a due pronipoti entrambi di Firenze, Elena Biagiottoli e Sante Tornabene.

Alla prima, zia Miranda aveva lasciato un bar in centro con la speranza che potesse dare un lavoro sia a lei che al marito, da sempre restio agli impegni lavorativi. A Tornabene, unico della famiglia ad aver studiato, doveva toccare la tenuta di Bagno a Ripoli e un tot di soldi da reinvestire nell’attività e riportarla in acque splendenti.

“Una metà pericolosa” rilevò Rebecca Vani.

La porta del salone si aprì e un poliziotto in divisa comparve sulla soglia.

Appuntamento alla prossima puntata

 

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L’autrice

Silvia Volpi è giornalista e scrittrice e vive a Pisa. E’ autrice del giallo “Alzati e corri, direttora” (Mondadori), con cui ha ricevuto il premio come migliore esordiente a Giallo d’Amare 2019, secondo QLibri è tra i migliori dieci esordi del 2019.

Tiene corsi di scrittura, si occupa di public speaking e comunicazione, è segretaria di redazione al Tirreno.

Sui social: pagina facebook @silvia.volpi.autrice; Instagram @silviavolpi_sv

Per leggere e acquistare “Alzati e corri, direttora” nelle librerie e online cliccando QUI

Il sito internet dell’autrice è  silviavolpi.it

 

Silvia Volpi
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