La metà pericolosa – di Silvia Volpi – Decima e ultima puntata

La metà pericolosa di S. Volpi Decima puntata

La metà pericolosa – di Silvia Volpi

 

E’ il momento della verità sul caso Tornabene

“La metà pericolosa” è un giallo inedito a puntate scritto da Silvia Volpi

e che ci accompagna

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Decima e ultima puntata

 

La ritrosa della barba sul viso dell’ispettore Ilario Cardone, certe volte diceva del suo umore molto più di tante parole. Quel giorno nemmeno un pelo stava al suo posto.

Il racconto dei titolari del GialloKakao con la misteriosa presenza di un uomo nel parco del casolare di Bagno a Ripoli, aveva irrimediabilmente mandato all’aria tutti i programmi del poliziotto: niente seduta in palestra e soprattutto niente divano per l’avvio dell’ottavo ciclo della sua serie tv preferita, “Money forever”.

Il tono indispettito nella voce del capo lo fece arrendere definitivamente all’evidenza: era una giornata del cazzo.

“Lo dicevo che quella donna non la raccontava giusta”. Il commissario Milo Tettanuzzi sventolava una mano nell’aria come se volesse liberarsi di una maleodoranza.

Cardone ci mise un po’ a capire di chi stesse parlando.

La pronipote fiorentina di Miranda Beati, quella che nei piani della vecchia zia avrebbe avuto davanti un futuro da barista al fianco del marito, nella piazzetta di un quartiere di Firenze noto per il record annuale delle rotture dei tubi dell’acqua, aveva la loquacità di una patata al cartoccio. Per strappargli di bocca qualche informazione senza lasciarsi tentare dal lancio dei fermacarte di peso superiore al chilo, Tettanuzzi era uscito dal suo ufficio almeno una decina di volte. Due respiri nel corridoio e rientro nella stanza.

 

Della chiacchierata con Elena Biagiottoli, il commissario aveva afferrato tre concetti: in casa la situazione economica era magra magra, anzi disperata; la signora era intimorita e con una propensione per le bugie; non aveva un lavoro perché il marito non gradiva che venisse sottratto del tempo all’accudimento del suo stomaco, comprese tre carbonare la settimana e una parmigiana di melanzane nei giorni pari.

“Sentiamo cos’ha da dire il marito ghiottone, commissà?” chiese Cardone che vedeva sempre più evaporare come acqua sul fuoco una pizza al salamino formato extra large da gustare sul divano.

“Immediatamente – ordinò Tettanuzzi – Poi andiamo a Bagno a Ripoli”.

Addio serie televisiva.

 

Due appuntamenti saltati, poca gente di passaggio davanti al GialloKakao, qualche corriere in consegna. Decisamente una giornata calma. Almeno per il lavoro.

Cosimo Guanti avrebbe indovinato anche a occhi chiusi cosa stesse facendo Rebecca in una pausa dalle clienti. Con il camice giallo da lavoro, seduta in punta di sedia e con il viso a un palmo dallo specchio, si truccava gli occhi. Silenzioso come una formica, la raggiunse da dietro.

“Ma così mi fai fa’ una sbavatura” si risentì lei sgranando ancora di più un occhio dentro lo specchio.

“Ho dato al mio amico la targa della Ford che abbiamo visto lassù al buio. Ti dice niente Achille Del Poldo?”. Cosimo si grattò il mento barbuto.

“No davvero”. Sulle ciglia passò lo scovolino del mascara.

“Nemmeno a me, fino a poco fa – il barbiere fece una pausa – prima di aver parlato con il mio amico pittore”. Appoggiò il telefonino sulla consolle.

“Tutti amici. Sei pieno di amici”.

L’anziano Moreno non amava solo dipingere tele davanti alla tenuta di Bagno a Ripoli, aveva l’occhio lungo e le orecchie più ricettive di un’antenna parabolica. Quando Cosimo gli chiese chi fosse Del Poldo la sua risposta fu più esauriente di una biografia autorizzata.

 

 

Fino a qualche anno prima aveva lavorato come agricoltore, smesso e ricominciato parecchie volte, litigando con il fattore un giorno sì e l’altro pure. Sapeva mediamente srotolare un irrigatore, conosceva approfonditamente gli alberi più ombrosi di tutta la tenuta e saltuariamente saliva sul trattore per riporlo nel capannone dei mezzi agricoli. All’ultimo licenziamento, Achille Del Poldo aveva risposto con veemenza davanti a tutti: “Tanto io qui ci torno da padrone e vi mando tutti a fa ‘n culo”. Salì sulla sua macchina, una Ford station wagon scura, e infilò il cancello per andarsene. Lo sentirono tirare la frizione e sgranare le marce fino al curvone per Rimaggio.

“Un’idea ce l’avrei”. Rebecca Vani voltò le spalle allo specchio.

Cosimo sentì le gambe ammorbidirsi. Anch’io, pensò. “Sentiamo” disse invece.

“Se è vero che Achille Del Poldo era un nipote acquisito di Miranda Beati, allora la cosa prende tutta un’altra piega”.

“Parli come una parrucchiera”.

“Fai il serio, una volta – lo riprese – Scommetti che è il marito di Elena… come si chiama?”.

“Biagiottoli” precisò lui ricordando le parole della giornalista di Radio Belli.

“Esatto. Il nostro uomo agricolo sapeva che prima o poi ci sarebbe stata un’eredità da spartire”.

“Può darsi”.

“Metti che Del Poldo avesse fatto tutti i suoi conti e zia Miranda con quella lettera gli avesse mandato all’aria i piani”.

“In effetti con una popò di tenuta come quella di Bagno a Ripoli, il furbetto si metteva a posto per tutta la vita”.

“Hai voglia di coltivare melanzane per farsi preparare la parmigiana”.

 

 

Rebecca si avvicinò a Cosimo esattamente come quando aveva da chiedere un favore.

Lui non arretrò di un passo. “Se la tua supposizione è corretta, Rebe, in quella vasca nel giardino potrebbe essere caduto qualcosa di grosso”.

“Che non è un sasso”. Lo guardò con occhi sornioni.

“E sempre se quello che pensi è giusto, Del Poldo sarà tornato a casa dalla moglie ad aspettare la chiamata del notaio che annuncia soldi, terreni e patrimoni vari”.

“Qualcosa del genere” convenne la parrucchiera. Tornò davanti lo specchio per aggiustarsi i capelli.

L’ufficio di Milo Tettanuzzi si affacciava su un cortile lastricato di pietra: da una parte il parcheggio di motorini e biciclette, mezzi privati degli agenti in servizio e del personale addetto in questura; dall’altra un paio di panchine e un’aiuola con cespugli sempreverdi.

Di ritorno da Bagno a Ripoli il commissario si sedette davanti alle carte che l’ispettore Cardone aveva lasciato sul suo tavolo. Sfogliava il dossier senza grande entusiasmo, finché comparvero le pagine di Cesara Bonini, la moglie del commercialista. Quando l’aveva incontrata non gli erano sfuggiti i giri d’oro che portava al polso, pavé di brillanti all’anulare destro e una bella collanina con il corallo, la signora doveva essere una frequentatrice abituale di gioiellerie.

Se non le avessero fottuto l’amante, più che di gioielli avrebbe avuto bisogno di costumi da bagno, pensò Tettanuzzi cercando di mettere insieme tutti i tasselli del caso Tornabene.

Fece il numero di Cardone: “Con Santo Domingo, come la mettiamo?”.

“Si parte anche subito, commissà”.

“Ma dove vuoi andare… Intanto vieni nel mio ufficio”.

 

 

Denunciato per atti vandalici dopo una partita di calcio, implicato in un piccolo furto di denaro in una sala slot, il passato di Achille Del Poldo era racchiuso in poche righe. Con la pensata che lo aveva condotto armato fino a viale Milton, il suo curriculum raggiungeva traguardi inimmaginabili, da professionista del reato.

“Ecco chi è il marito della nipote – l’ispettore Cardone porse il foglio leggendo le prime parole – Achille Del Poldo, nato a Prato il dodici maggio…”.

Tettanuzzi lo interruppe: “Hanno appena chiamato da Bagno a Ripoli, la pistola ritrovata nella vasca è una calibro 22”.

L’altro tirò un sospiro di sollievo. Se si spicciavano, forse la serata con la serie tv non era del tutto persa.

Il commissario infilò le mani nelle tasche dei pantaloni e andò alla finestra. Aprì tutte e due le ante come se avesse voluto portare via l’ossigeno all’intero quartiere. Gonfiò il petto e buttò fuori l’aria rilasciando un fischio continuo, quasi un sibilo. Richiuse.

“Il cadavere di Tornabene non ha più solo un proiettile in corpo: è il risultato di una storia di cui conosciamo nomi, città, svaghi e guadagni. Nonostante le molte donne, questa non è una fine per corna – con l’espressione soddisfatta si avvicinò al suo collaboratore e lasciò andare due colpetti di mano sulla spalla – Ora riepiloghiamo”.

L’ispettore si accomodò con la sedia alla scrivania e aprì il file del caso Tornabene. Era pronto per inserire quello che il suo capo stava per dire.

Cominciò dal funerale, ma non quello dell’avvocato.

“Ti ricordi, quando morì zia Miranda?”.

Ilario Cardone sollevò le dita dalla tastiera e si pettinò il pizzetto con l’indice. “Non c’ero, dottò”.

Il commissario stralunò gli occhi in segno di ovvietà. Cercò d’agguantare un morso di pazienza e proseguì ripetendo la spiegazione fatta in momenti diversi dalle nipoti di Miranda Beati.

“Mi segui, Cardone?”.

“Certo, commissà”.

La ricostruzione si soffermò sul ritorno dal cimitero, dopo la cerimonia funebre. Appena salito in macchina, l’avvocato Sante Tornabene non trovò la sua borsa nel bagagliaio dove credeva di averla lasciata e sospettando di averla dimenticata allo studio chiamò la segretaria per chiedere di verificare nel suo ufficio. Seppe che la borsa non era nelle stanze di viale Milton e una volta salito in macchina si accorse che la sua borsa era proprio nell’abitacolo, dietro al sedile del passeggero.

“Una dimenticanza del povero e confuso Tornabene?”. Tettanuzzi sembrò chiederlo al suo collaboratore.

“Probabile. Con quello che mandava giù…”.

“Credo proprio che sia andata diversamente”. Mise una mano in tasca e con l’altra compiva ampi gesti per sostenere la sua versione, come se la stesse raccontando a una platea.

 

 

Nel parcheggio del cimitero, Sante non aveva chiuso l’auto. Dopo i pochi e contriti saluti a qualche parente che non vedeva da secoli, dopo aver chiamato Ernesto suo zio, che invece si nome faceva Gino, e ribattezzato la moglie Marta pur chiamandosi Olga, dopo aver fatto saltare la cucitura della manica della giacca sbattendo nel cancello del cimitero, l’avvocato Tornabene traballò nel vialetto di sassi andando a fermarsi sotto al lumino perpetuo di una tomba. Fu in quell’istante che al marito della biscugina, quella Elena Biagiottoli con una gamba più corta dell’altra, venne l’illuminazione omicida.

“Un cazzone del genere stava per strappargli da sotto il naso la parte più consistente dell’eredità? – Tettanuzzi domandava conferme a voce alta mentre Cardone continuava a prendere appunti – La povera zia Miranda era più bastarda di quello che Achille Del Poldo aveva sempre pensato e invece di dividere il suo patrimonio in parti uguali decise di lasciare le sue cose agli eredi calcolando la metà a modo suo: una parte alla pronipote che stava al Sud e non aveva bisogno di quattrini; l’altra metà, quella più consistente, decise di destinarla ai due biscugini, Elena e Sante”.

Il commissario continuò spiegando che Del Poldo s’impossessò delle chiavi dello studio legale Tornabene il giorno del funerale di zia Miranda.

“Ecco dov’era finito il mazzo mancante”. Cardone rilesse le ultime righe.

“Che poi è servito la sera dell’omicidio”.

Tettanuzzi chiese di riprendere la lettera che zia Miranda aveva lasciato poco prima di morire per salutare i nipoti e pregarli di avere cura delle proprietà che stava per lasciare.

Cardone cominciò a leggere: “Cari tutti, vi ho voluto molto bene…”.

“E chi se ne frega – tagliò corto Tettanuzzi, vai avanti…”.

“… eccetera eccetera… ecco qui, dice – Cardone si schiarisce la voce – per evitare confusioni e irregolarità ho già predisposto presso un notaio che comunicherà le mie volontà e potrà assistervi nelle procedure di passaggio”.

“A miglior vita per Tornabene e in galera per Del Poldo” concluse Tettanuzzi che non vedeva l’ora di convocare i giornalisti per la conferenza stampa sull’omicidio di viale Milton.

 

 

Al GialloKakao Rebecca Vani stava provando un nuovo profumo per capelli, mentre il suo collega era ai saluti con l’ultimo cliente della giornata.

“Ora mi rilasso con i miei amici di Facebook – Cosimo si fregò le mani in segno di soddisfazione – Vieni Rebe, dammi una mano che si fa un videino per la pagina del Guanti”.

Sistemò lo smartphone davanti lo specchio, una passatina ai capelli e si mise comodo sulla poltrona della barberia. Era pronto per riprendersi.

 

 

“Cari amici, non so voi ma io non ho mai ricevuto un’eredità. In questi giorni mi è capitato di pensarci più volte: e se un giorno m’arrivasse una telefonata che annuncia di un lontano parente che si è ricordato di me lasciandomi una certa proprietà? Non sono cose impossibili, meglio che lo sappiate. Possono succedere davvero. Ditemi un po’: cosa ne pensate delle eredità contese? Che mi dite di tutte quelle beghe familiari e di parentele quando c’è un po’ di sostanza da spartire? Perché io la mia idea ce l’ho e ve la dico in tre e tre sei: se un giorno mi rompo le scatole e voglio sparire e m’arriva fra capo e collo un bel gruzzolo, non aspetto che qualcuno me lo levi di sotto il naso. Nooo! Perché voglio andare a farmi il secondo tempo a Santo Domingo e siccome la mi’ collega non ne vor sapé d’andà via di qui, sapete che vi dico? Intanto si rimane e s’aspetta il momento bòno. E se passate da Firenze ricordatevi del GialloKakao. Qui si fanno i capelli come da nessun’altra parte”.

Il video è pronto per la pagina Facebook del Guanti: pubblica.

Rebecca lo aveva ascoltato divertita e senza pensieri come se stesse guardando qualcosa alla televisione. Quando la registrazione terminò, si riprese rivolta al collega: “Ricordati due cose, non tocco i pochi risparmi che mi ha messo in banca mio padre e non voglio che nessuno tocchi un capello al mio Franceschino”.

Cosimo Guanti era un single convinto con due priorità nella vita, la moto e il cane, tuttavia era riuscito a comprendere il punto di vista della collega.

“Sai che ti dico, Rebe?”.

“Cosa?”.

“Che l’altra sera a Bagno a Ripoli quel bacio strategico per non farci riconoscere davanti alla tenuta non è stato per niente male”.

“Vien via, Guanti, vien via che è tardi”.

“Al prossimo caso che ci tocca, posso riprovare?”. Cosimo rise.

“Hai già voglia di riprende’ a fà l’investigatore?”.

“Non smetto mai”. Le strizzò un occhio in segno d’intesa.

Fine

 

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L’autrice

Silvia Volpi è giornalista e scrittrice e vive a Pisa. E’ autrice del giallo “Alzati e corri, direttora” (Mondadori), con cui ha ricevuto il premio come migliore esordiente a Giallo d’Amare 2019, secondo QLibri è tra i migliori dieci esordi del 2019.

Tiene corsi di scrittura, si occupa di public speaking e comunicazione, è segretaria di redazione al Tirreno.

Sui social: pagina facebook @silvia.volpi.autrice; Instagram @silviavolpi_sv

Per leggere e acquistare “Alzati e corri, direttora” nelle librerie e online cliccando QUI

Il sito internet dell’autrice è  silviavolpi.it

 

Silvia Volpi

 

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