Remo Rapino vince il premio Campiello 2020 con “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”

Vince il premio Campiello 2020Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

Remo Rapino vince il premio Campiello 2020 con “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”

 

VITA, MORTE E MIRACOLI DI BONFIGLIO LIBORIO, di Remo Rapino (Minimum Fax)

Però mica è tanto matto sto mezzo matto di Bonfiglio Liborio…

 

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

Intanto ve lo presento:
Nome: Liborio
Cognome: Bonfiglio
Data di nascita: 22 Agosto 1926
Occhi: “uguali a quelli di suo padre” (o almeno così dice sua mamma!)
Lavoro: funaro, ragazzo spazzola nella barberia del paese, operaio alla Borletti, in un cantiere autostradale, facchino alla stazione, operaio nella fabbrica di marmellate Santa Rosa e alla Ducati.
Stato civile: innamorato di Giordani Teresa, da sempre e per sempre.
Livello di istruzione: libro “Cuore” che gli ha regalato il suo maestro Cianfarra Romeo, tanto fiero di lui.
Segni particolari: i “segni neri” che lo hanno perseguitato per tutta la vita.

 

 

Cocciamatte.
Sfigato.
Scemo del paese.

“…questo era e non ci potevo fare niente perché io ero non solo matto, ma pure l’ultimo dei matti.
Così mi passavano le giornate come a uno che si perde per mare e si ritrova sopra a una isola che non ci sta niente sopra e però ha lo stesso paura di dare fastidio a qualcosa o a qualcuno.”

È il caso di dire che la vita di Bonfiglio Liborio sia stata proprio una “vita schifa”, in tutte le sue accezioni.
Con una voce strampalata, sgrammaticata, con parole fantasiose, un po’ dialettali un po’ inventate, Liborio ci racconta la sua storia, dal 1926 al 2010.

Quasi un secolo visto con gli occhi di chi è ultimo.

 

 

La sua nascita, sua madre, il nonno socialista “di Nenni” (perduti entrambi troppo presto), il padre mai conosciuto, il fascismo, l’innamoramento per Giordani Teresa, la guerra, il servizio militare, le case chiuse “per cambiare il sangue e alleggerire la testa”, il lavoro in fabbrica, Milano, Bagnocavallo, il sindacato, i rumori nella testa, il manicomio…
Il manicomio. Forse il posto migliore in cui ha vissuto.
Poi il ritorno a casa, in un paese che non lo conosce più e non lo vuole, la vecchiaia che avanza, la casa vuota e la testa ancora popolata dai rumori, la paura del vento, le pietre in tasca e le buste di plastica in mano.

 

 

Ottantaquattro anni di solitudine, di prese in giro, di scherno, vissuti senza mai disperare, neanche quando tutti gli hanno voltato le spalle, quando persino le parole hanno iniziato ad abbandonarlo, quando non gli restava che un televisore rotto capace di trasmettere solo il riflesso della sua faccia e la compagnia della Sordicchia, vecchia e sola come lui…
Sempre positivo Liborio, anche nel dolore, sempre pronto a far suonare la banda in festa, pieno di slancio ed entusiasmo anche solo per delle piccole cose.

Matto e ingenuo si, ma anche lucidissimo e acuto, un uomo buono che avrebbe tanto voluto amare ed essere amato, che avrebbe voluto guardare gli occhi di quel padre fuggito lontano, forse in America… un uomo che non si è mai arreso, che, nonostante tutto, non ha mai perso la dignità e la voglia di sognare.
Un uomo ai margini.
Un uomo puro, autentico.
Un uomo solo.

Impossibile non amarlo, il libro, Liborio, il linguaggio… tutto.
Impossibile non commuoversi.

Recensione di Antonella Russi

Commenta per primo

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.