La metà pericolosa – di Silvia Volpi – Settima puntata

La metà pericolosa Settima puntata di Silvia Volpi

La metà pericolosa – di Silvia Volpi

 

Il computer dell’avvocato Tornabene rilascia qualche segreto e fra le poltrone del GialloKakao girano confidenze di clienti speciali

“La metà pericolosa” è un giallo inedito a puntate scritto da Silvia Volpi

e che ci accompagnerà durante l’estate su unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it

 

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Settima puntata

 

Il commissario Milo Tettanuzzi odiava le anguille e il caso Tornabene gliele riportava alla mente di continuo.

Dopo aver ascoltato un cliente dello studio legale, un certo Marcello Soli tra gli ultimi quella sera ad aver parlato al telefono con l’avvocato, Tettanuzzi sentì di non aver afferrato niente di utile per le indagini e così pure dopo aver incontrato quelli del club dove Tornabene andava a giocare a biliardo e soprattutto a rifornirsi di cocaina.

“Era un tipo preciso che onorava i propri impegni” concluse con una punta d’ironia.

“Un vero signore, commissà” ribadì Cardone.

“Te l’ha detto l’ex moglie?” indagò il commissario.

 

 

L’ispettore Ilario Cardone aveva fatto esattamente quello che il capo aveva chiesto: una passeggiata lungo l’Arno con Lucrezia Rosie poi sosta per bere una cosa e chiacchierare rilassati nel tentativo di venire a capo della rete di parentele di Tornabene.

“Non ha detto un signore, ma nemmeno che era un figlio di puttana. In fin dei conti ha potuto spendere indisturbata parecchi soldi del marito”.

Il metodo Tettanuzzi di arrivare alla verità mettendo sotto torchio il principale indiziato fino a farlo confessare questa volta non era applicabile e il commissario si sentiva sereno come un cielo in pieno temporale.

“Dopo aver girato mezza Firenze in compagnia di Lucrezia Rosi non riesci a dirmi più di due paroline del cazzo?”.

Cardone provò a giustificarsi farfugliando qualcosa sulla mente astuta dell’ex signora Tornabene e concluse riportando la frase con cui l’aveva salutato: “Sante non era una cattiva persona ma l’uomo più pigro che abbia mai conosciuto. Questo ha detto la signora, nient’altro – L’ispettore si prese la fronte fra le mani come per spremere la memoria – Prima di darmi la mano ha aggiunto solo che il marito non sopportava i parenti ed era per questo che se ne teneva alla larga”.

 

 

Il commissario aggrottò la fronte per concentrarsi. “Parenti? Dunque ne aveva… cos’hai saputo?”.

“Dopo la morte dei genitori, figli unici come lui, c’era poco o nulla. Parentele lontane, quindi insignificanti”.

“Ti dispiace mettermi al corrente di quello che hai saputo tralasciando le tue conclusioni?”.

“Facevo così per dire, commissà. Per fare una sintesi, come direbbe lei”.

“Indagini, Cardone, questo è il nostro lavoro. Le sintesi lasciamole agli altri, magari ai giornalisti che da stamani mi stanno rompendo i coglioni per sapere se ci sono novità”.

 

Al GialloKakao erano nel pieno del lavoro. Mentre Rebecca rifiniva una scalatura, Cosimo ci dava di macchinetta per sfumare i capelli sulla nuca di un cliente.

Subito dopo la sigla d’apertura del notiziario di Radio Belli, la voce di Uma Luchini si sparse per il Salone. Le orecchie di Cosimo si drizzarono quando sentì pronunciare il nome di Sante Tornabene. Spense il tagliacapelli e prese tra le dita una ciocca alla volta, pareva ne stesse studiando la consistenza.

 

 

“Gli inquirenti si stanno concentrando sul computer del professionista che a quanto pare aveva interessi a Santo Domingo. Gli informatici hanno rilevato una cronologia concentrata su siti internet che hanno a che fare con la capitale dell’isola dominicana e non si esclude che possa essere andata storta una trattativa per l’acquisto di una villa dalle parti di Samanà”.

Guanti prese un bel respiro e si sforzò di concludere il lavoro più velocemente possibile. Intanto nell’area femminile, Cesara Bonini era appena uscita dal lavaggio.

“Una piega e via, ho poco tempo” si raccomandò la moglie del commercialista. Negli occhi aveva una luce inquieta.

“Giornate complicate?” azzardò Rebecca sollevando il phon dai capelli.

“Sapessi quante volte mi ha chiesto di andare nel suo studio – tenne il nome di Tornabene sotto la lingua -. Non era bravo con le questioni fiscali e si fidava del mio parere”.

In quel preciso istante Rebecca Vani aveva la possibilità di soddisfare contemporaneamente due sue passioni: gli omicidi irrisolti e le relazioni difficili con uomini da dimenticare.  Materie in cui poteva vantare una solida competenza.

“Cosa hai consigliato al povero avvocato?” domandò la parrucchiera.

“I soldi che aveva non erano sufficienti a tagliare il cordone con Firenze, a meno che non avesse voluto continuare a far lavorare lo studio legale”.

“Peccato essersi mangiato qualche appartamento, gli sarebbe tornato utile per i suoi piani all’estero”.

Cesara Bonini si zittì e cominciò a muovere le pupille da destra a sinistra come se dagli specchi laterali avesse potuto affacciarsi il fantasma dell’avvocato. “Proprio quando aveva capito di potercela fare, quella fine, mioddio”. Si appoggiò una mano sulla fronte e abbassò le palpebre.

Rebecca rallentò i giri di spazzola. “Eravate molto amici?”.

Ora la signora smise di respirare. “Se me lo avesse chiesto, sarei scappata con lui a Santo Domingo”.

 

 

“Perbacco, amici amici”.

L’altra dondolò il capo e scurì lo sguardo. “E’ una confidenza, mi raccomando”. Si guardò in giro per assicurarsi che la stanza fosse vuota.

“Anche volendo, non potrei riferire quello che sento fra queste poltrone. E’ un segreto professionale”. Rebecca si pettinò la frangia per darsi importanza.

Cesara Bonini negli occhi aveva una luce di sofferenza mista a rabbia. Ci volle qualche secondo prima che riaprisse bocca e le parole che pronunciò ebbero lo stesso effetto di un’ascia calata su un bastoncino di legno. “E’ una vita che mio marito mi mette le corna e con Sante avrei potuto pareggiare i conti, ma lui aveva Santo Domingo in testa. Oddio, la botta di culo che gli si era presentata lo avrebbe aiutato parecchio”.

“A pareggiare i conti?”. Rebecca faticava a rimanere impassibile.

“Ad andarsene”.

Per concludere la piega c’erano ancora due ciocche da riprendere. La parrucchiera si mise con le spalle allo specchio e cominciò a far scorrere fra i capelli i denti di un pettine a forcella. “Rilascia del profumo”, spiegò.

La signora parve non aver sentito. “Se la polizia vorrà sentirmi ancora…” lasciò la frase sospesa come chi sta concedendo una possibilità fuori dall’ordinario.

Da quanto Rebecca aveva appreso, l’avvocato Tornabene voleva trasferirsi all’estero per  sette o otto mesi l’anno lasciando in funzione lo studio a Firenze. Che stesse pensando di collegare l’attività del commercialista con quella legale delle polizze assicurative? Oppure stava cercando una strada per entrare in attività con Cesara senza che il marito sospettasse nient’altro che i conti e il fisco?

Rimasti soli nel salone, Cosimo Guanti e Rebecca Vani si stavano dedicando a una delle loro attività preferite: farsi i fatti degli altri.

“Che Fernando Bonini fosse un tipo da mascherare le tresche ci può anche stare ma che qualcuno volesse cambiargli le carte in tavola sul lavoro, non l’avevo calcolato”.

“Un commercialista che fa male i suoi conti” rise Rebecca.

I parrucchieri del GialloKakao si sedettero sulle poltrone da lavoro, uno accanto all’altro.

L’argomento che teneva banco nei loro discorsi era il tempo.

“Quanto ci vuole a sparare senza essere visti?” chiese Rebecca guardando la sua immagine riflessa nello specchio.

Cosimo convenne che il punto di biondo sul capo della sua collega fosse da manuale del perfetto acconciatore.

“T’illumina il viso” commentò sollevandole il mento.

“Non c’è verso di parlare seriamente, Cosimo. Chi ha sparato all’avvocato potrebbe aver saputo di avere tempo a disposizione. La mattina dopo è stato trovato tutto abbastanza in ordine”.

“Vuoi dire che l’assassino conosceva l’ambiente?”.

 

 

“E i movimenti del palazzo” precisò Rebecca.

Il barbiere strinse le labbra mostrandosi dubbioso. “Mmmh, non mi convince”. Senza una ragione precisa, si ricordò di quando nell’ufficio del commercialista aveva sentito un’impiegata che parlava a Bonini delle faccende di Tornabene e più volte era spuntata la tenuta di Bagno a Ripoli.

Cosimo virò con il ragionamento. “Ci sei mai stata a Santo Domingo, Rebe?”.

“Macché, mi sarebbe piaciuto per il viaggio di nozze ma quel cretino del mi’ marito pensava a tutto meno che a farmi stare bene. S’andò in Sicilia, un caldo da inferno”.

“Calcolando che per andare a Santo Domingo bisognerebbe chiudere il GialloKakao per troppi giorni, che ne dici di una giratina sulle colline di Bagno a Ripoli?”.

Lei lo guardò con sufficienza. “Ma fammi il piacere… c’ho il mi’ bimbo per fa’ le giratine, bello Franceschino di mamma”.

“Ti ci porto in moto a Bagno a Ripoli” insistette Cosimo.

Restarono a guardarsi attraverso gli specchi finché il rumore della porta che si apriva li fece voltare.

“Guarda chi c’è – bisbigliò la parrucchiera stirando le labbra verso il collega. Poi alzò il volume della voce – Salve!”.

 

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L’autrice

Silvia Volpi è giornalista e scrittrice e vive a Pisa. E’ autrice del giallo “Alzati e corri, direttora” (Mondadori), con cui ha ricevuto il premio come migliore esordiente a Giallo d’Amare 2019, secondo QLibri è tra i migliori dieci esordi del 2019.

Tiene corsi di scrittura, si occupa di public speaking e comunicazione, è segretaria di redazione al Tirreno.

Sui social: pagina facebook @silvia.volpi.autrice; Instagram @silviavolpi_sv

Per leggere e acquistare “Alzati e corri, direttora” nelle librerie e online cliccando QUI

Il sito internet dell’autrice è  silviavolpi.it

 

Silvia Volpi
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