LA PORTA Magda Szabo

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LA PORTA, di Magda Szabo

Recensione 1

Scritto nel 1987, insignito del Premio Getz Corporation (Stati Uniti) nel 1993 e del Prix Femina Étranger nel 2003, “La porta” arriva un po’ dopo in Italia, grazie alla splendida traduzione di Bruno Ventavoli.

È un romanzo che racconta la storia di due donne, completamente diverse, una il contrario dell’altra, che si ameranno profondamente. Non riusciranno ad abbattere tutte le porte che separano gli esseri umani, ma la loro relazione dimostra come non importa essere uguali per amarsi. Nella diversità si cresce e si scoprono nuovi risvolti del proprio essere che non sapevamo esistessero.

La porta Magda Szabo recensioni Libri e News UnLibroMagda Szabò, (Debrecen, 5 ottobre 1917 – Kerepes, 19 novembre 2007), fra le scrittrici ungheresi più tradotte al mondo, viene da lontano. Ha scritto quaranta romanzi, opere teatrali, saggi, sceneggiature, libri per ragazzi. Un grande talento, poco conosciuto fuori dall’Ungheria.

Negli Anni Sessanta Feltrinelli pubblicò “L’altra Ester”, con la copertina di Bruno Munari, ma non vi fu un seguito. Anche in patria, le cose non andavano meglio. Stalinismo, repressione sovietica, censura, la misero in un angolino. Con il potere non andava d’accordo. Perse il suo lavoro presso un ministero di Budapest e finì in una scuola di provincia.

 

Grazie a Hermann Hesse, che per caso lesse un suo libro giunto di nascosto in Germania, la scrittrice venne tradotta in tedesco alla fine degli Anni Cinquanta. Iniziò a collaborare con giornali stranieri, qualche sua opera venne tradotta, ricevette premi letterari.

Poi con “La porta” arrivò il successo. Questo romanzo intenso, vibrante, lo scrive a settant’anni, con la verve e la freschezza di una giovane, come se tutta la vitalità soffocata nel lungo periodo di silenzio forzato fosse stata messa in soffitta e finalmente ritirata fuori.

È un racconto autobiografico, ambientato in un’Ungheria d’inizio secolo (scorso), dove il gioco degli specchi fra realtà e finzione è abilmente costruito e di grande impatto per il lettore.

C’è nella trama di questo romanzo psicologico una musica lancinante e una foschia melanconica quasi respingente nello svolgersi lento degli eventi. Intimista, Magda Szabo alterna furore e infinita dolcezza quando sviscera gli stati emotivi dei personaggi. Scava per estrarre l’essenza delle relazioni umane e tutte le sue sfaccettature e complessità.

Cerca di capire l’amore-odio che lega e separa le persone nell’istante in cui si scelgono. Misura i complicati movimenti dell’anima umana e vuole in qualche modo dimostrare che in fondo a un percorso doloroso e difficile, fatto di abnegazione e distruzione, la prospettiva di un fragile sollievo emerge sempre. Ogni relazione non manca di contrasti.

Solo chi amiamo veramente, è in grado di farci del male; allo stesso modo, anche con grande sforzo, difficilmente riusciremo a condividere l’origine profonda del dolore che ha segnato per sempre chi ci circonda e del motivo per cui riesce a colpirci così nel profondo. Ma dietro la porta delle apparenze chi siamo veramente? Cosa nascondiamo? Cosa vogliamo tenere fuori dallo sguardo degli altri?

Finito il libro, restano tanti interrogativi, ma è proprio lì il fulcro del percorso di ricerca che la narratrice svolge nel tempo del racconto, intensificato dal flusso poetico di questo ‘ensemble’ altrettanto bello quanto sconcertante.

Capolavoro di piccolezze, di resoconti di una quotidianità densa di dettagli, il romanzo viene riadattato da Massini per il teatro, tentando di lasciarne inalterata la semplicità attraverso una messa in scena scarna. Un regista omonimo ne fa un film nel 2012, indubbiamente attratto dal rapporto intenso fra la domestica, Emerenc e la narratrice scrittrice, la stessa Magda.

Mi piace ricordarle entrambe così: la prima con una pesante scopa di betulla, più alta di lei, mentre spazza la neve dal marciapiede. La seconda china sui libri, o su un quaderno intenta a scrivere: «Una sola volta nella mia vita, nella realtà e non nell’anemia cerebrale del sonno, una porta si spalancò davanti a me, la porta di una persona che voleva difendere a ogni costo la propria solitudine e la propria misera impotenza, che non avrebbe mai aperto nemmeno se le fosse crollato addosso il tetto in fiamme.

 

Solo io avevo il potere di vincere quella serratura: la donna che girò la chiave aveva più fede in me che in Dio, e io stessa, in quell’istante fatale, credetti di essere saggia, buona, razionale, come Dio. Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa».

Con queste parole amare e profonde vi lascio, cari amici e ringrazio il mio amico coreografo Andrea che me ne consigliò la lettura anni fa, e mia sorella Anna che me ne ha fatto riscoprire la bellezza quest’estate.

Non a caso due persone a me molto vicine. Due persone che amo molto. Perché attraverso le nostre letture, condivise, i rapporti si consolidano, si arricchiscono, integrano e mescolano quegli ingredienti che nel quotidiano ci sfuggono.

I consigli de lCaffè Letterario Le Murate Firenzedi Sylvia Zanotto 

Recensione 2

Lo avevo acquistato quando uscì, tanti anni fa, ma solo adesso l’ho letto.

La scrittrice è una grande, una che sa raccontare un’epoca e un paese (l’Ungheria) attraverso il rapporto fra due donne molto diverse fra loro per storia, cultura, età, estrazione sociale. Una, la voce narrante, è una scrittrice famosa, l’altra è la sua anziana domestica, che ha vissuto gli orrori del primo ‘900. Due donne forti, in conflitto perenne. Nascerà tra loro un legame profondo, un affetto e una conoscenza intima.
“La porta” è reale e metafora. È la porta del cuore. La porta chiusa, la porta che si aprirà una sola volta, la porta distrutta dalla violenza.

 

Se dovessi riassumere il tema in poche parole direi che l’autrice si interroga sul tradimento, sulle sue possibili estreme conseguenze.

Lo stile non permette una lettura facilissima, ma vale lo sforzo.
Ho chiuso l’anno in bellezza con questo romanzo.

Recensione di Carla Benedetti

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