LA DANZA DEL GORILLA Sandrone Dazieri

LA DANZA DEL GORILLA, di Sandrone Dazieri  (Rizzoli

Dopo 10 anni dalla sua prima uscita, torna il Gorilla: un personaggio ormai storico del thriller italiano. Se ne stava ad Amsterdam, ma rientra Milano perché è morto un amico e subito si trova coinvolto in un incendio doloso. Parte da qui una crescente sequela di vicende senza respiro durante le quali dovrà affrontare lo scontro tra passato e presente, in una micidiale miscela tra i ricchi grattacieli di Porta Garibaldi e la violenta solitudine dei sobborghi, i soldi illeciti che girano e grazie ai quali imprenditori emersi dal nulla cambiano Milano attraverso la sua ricostruzione, la violenza, la marginalità e l’ingiustizia.

Leggere Dazieri significa entrare in un mondo poliedrico nel quale la finzione letteraria è uno strumento per raccontare realtà dei giorni nostri che altrimenti non potrebbero essere enunciate. Ma non basta. Il Gorilla è altresì come un esercizio psicologico: il nome del protagonista è quello di Sandrone Dazieri, cioè il medesimo del suo autore e dentro di lui si muovono due personaggi: l’uno compare quando l’altro è silente in una sorta di disturbo dissociativo dell’identità. I due sono diversi e non hanno un rapporto facile; il primo è istintivo, poco portato alla violenza, il secondo è spietato, devastante. Una rappresentazione di ciò che l’autore pensa davvero: cioè che nessuno di noi è unico e che c’è in ciascuno una parte che confligge con quella che appare.

Sandrone Dazieri, che ha dato alle stampe anche l’altra pregevole saga di Colomba Caselli e Dante Torre, fa parte, insieme ad autori come Giancarlo De Cataldo, Massimo Carlotto e Piergiorgio Pulixi, di quel peculiare filone del giallo italiano, meno edulcorato e affatto garbato, che narra l’Italia di oggi con chiavi di lettura spesso poco ortodosse e lontane dagli schemi convenzionali. Leggere ‘La danza del Gorilla’ può essere una occasione, per chi non lo ha fatto a suo tempo, di tornare ad esplorare i thriller precedenti e le singolari verità di interpreti scomodi.

Recensione di Giovanni Rossi

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