LA BAMBOLA Ismail Kadare

LA BAMBOLA, di Ismail Kadare

“Sposa, dove hai messo i piedi … lì devono cadere i tuoi denti …”

Così (nella chiusa del romanzo) cantano orgogliosi, in gruppo, gli amici, accogliendo Helena (‘moglie’ di Ismail), mentre lei varca la soglia della stanza segreta (della casa di famiglia, ormai ricostruita, ad Argirocastro) che sempre l’aveva attesa e che qui voleva riportarla e nella quale, lei, mai era entrata come moglie.

C’erano voluti anni, ma alla fine era arrivata… “sposa, dove sei entrata, lì rimani fino alla fine della vita”, ed era davvero come in un teatro incomprensibile, folle, come a suggellare un matrimonio, quel matrimonio, mai avvenuto. Come un enigma che si perpetua che lega la moglie alla casa del marito.

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Anche a distanza di anni, la fierezza della tradizione albanese che vuole che le donne non lascino la casa dopo la morte del marito, andava ristabilita.

Non conoscevo questo scrittore, tra l’altro pluripremiato e più volte candidato al Nobel, oltre che sceneggiatore e poeta.

E’ stata una gran bella lettura.

Un romanzo autobiografico, molto poetico a tratti commovente, profondamente intimo, dedicato alla “Bambola”, piccola e fragile come cartapesta che altri non è se non la madre di Ismail Kadare e attorno a lei è costruito tutto il racconto.

Le vicende narrate sono ambientate in Albania, nei Balcani, tra Argirocastro e Tirana. Leggere questo romanzo è stato un po’ come scoprire luoghi, tradizioni e vite che non avevo mai conosciuto anche se ad un passo da me e che solo avevo percepito un ventennio fa quando gli occhi (forse non solo miei) si sono posati anche su quella parte del mondo che erano i Balcani, per effetto di quell’immane tragedia.

Kadare, da Parigi ritorna a Gjirokastër, la sua città natale in Albania, è l’aprile del 1994; la Bambola sta morendo. E di fronte a questo essere così leggero da sembrare di cartapesta, dalle gote appena colorate di rosa, intorno alla parola mamma, l’autore comincia a ripercorrere la sua storia. Nella ‘leggerezza’ non solo fisica della madre, descrive quella incomprensione e quella separazione sempre esistita con questa donna, una donna alla quale era impossibile dimostrare la propria tenerezza, la propria debolezza, urlata forse in quell’unico

“Adesso sei famoso non è che pensi di disnegarmi?”.

Ripercorrendo la sua stessa storia, Kadare ci parla della sua educazione, delle tradizioni balcaniche, dei complicati rapporti famigliari, dei ‘processi’ cui le donne erano sottoposte prima di sposarsi da parte della suocera e delle altre donne di famiglia ‘dalle labbra sottili’, dell’eterna costruzione e ricostruzione della casa da parte del padre, segno quasi unico e prestabilito della sua autorità , della relazione con sua madre ma anche di quella con la sua città natale, delle ragioni del distacco voluto nel 1990 dal suo Paese e da una famiglia forte e radicata in una casa. Il talento, il suo, elemento di separazione dalla famiglia e dalla terra, prima ancora di essere segno di emancipazione. Scrivere, essere aperto ad altre culture era l’atteggiamento di rivolta nei confronti di Mosca definita “la belloccia infima”.

Nel romanzo emerge, altresì, con tutta la sua forza la differenza con l’altro mondo, dove ogni cosa era diversa, dove non aveva importanza quello che scrivevi ma ‘che potevi scrivere’. I suoi romanzi erano qualcosa di sbagliato non per quello che erano, ma in quanto “fuori del tempo permesso dalla letteratura” … “come l’alcol vietato agli adolescenti”.

Affiora così anche tutta la fatica della sua emancipazione intellettuale.

Nella descritta incomprensione tra Ismail e la Bambola, credo si celi anche quella sorta di incomprensione tra l’Albania e la madre Russia, quell’oscurità ripetuta nel verso ‘matmatmatma’ in cui mat è la madre e tma è l’oscurità. “Le madri sono gli esseri più difficili da comprendere”. E ciò vale per entrambe.

La scrittura è scorrevole, semplice. A volte, tuttavia, ho trovato difficile il modo discontinuo di Kadare di esprimersi, il modo di collegare presente e passato attraverso le vicende politiche e culturali e famigliari, alla letteratura, agli eventi storici. Mi sono persa e certi suoi discorsi mi sono parsi quasi incompiuti.

Tuttavia, il libro resta un bell’omaggio alla madre, a questa figura sensibile e delicata, a questa donna, persa tra mobili e stoviglie, che per sempre si sentirà insignificante e mediocre rispetto alla suocera, anziana albanese, fiera e forte che incarna le tradizioni austere del mondo balcanico, mentre lei ne incarna le ferite. E’ quindi un omaggio di un figlio, che è riuscito ad emanciparsi, ad una donna, moglie, madre e vedova, della quale egli stesso non ha compreso mai bene fino in fondo l’essenza; è quindi un tentativo di recuperare il tempo passato, di onorare una donna che mai è riuscita a liberarsi dalle costrizioni della famiglia e di un paese, di quel mondo forte e segnate, di quel rancore che era il fulcro del matrimonio. E come spesso accade, questo omaggio avviene all’atto della morte.

Recensione di Nunzia Cappucci

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