Il libro più amato sulla resistenza: L’AGNESE VA A MORIRE Renata Viganò

renata Viganò

Il libro più amato sulla resistenza: L’AGNESE VA A MORIRE, di Renata Viganò

 

E’ una donna vecchia, Agnese. E’ brutta, grossa, con le gambe gonfie e pesanti e piedi così stanchi che non le entrano più neppure le scarpe e nonostante il fango, il gelo, la neve deve camminare con le ciabatte. E’ sola, Agnese: i soldati le hanno portato via Palita e lui è morto. Poi le uccidono la gatta, a cui Palita si era raccomandato che badasse. E la donna non ce la fa più, uccide un tedesco e si dà alla macchia.. E così Agnese custodisce le armi, le provviste, organizza le staffette, fa lei stessa la staffetta, cucina per i partigiani, diviene la mamma di quei figli che non ha mai avuto. Non si ferma mai, perché “Tu che cosa ne dici, mamma Agnese? – Io non capisco niente, – rispose lei, levando dal fuoco la padella, – ma quello che c’è da fare, si fa. (…) Aveva ragione l’Agnese. «Quello che c’è da fare, si fa». Lei era abituata a contare poco sugli altri. Da tutta la sua vita, piú di cinquant’anni, si arrangiava da sola. Si sentiva un po’ stanca, le pareva che il cuore fosse diventato troppo grande, una macchina nel petto, una cosa estranea e meccanica che andava per suo conto, e lei faticava a portarla in giro. Non pensava mai a quello che avrebbe fatto dopo la guerra. Ne desiderava la fine per «quei ragazzi», che non morisse più nessuno, che tornassero a casa.” (cit.)

Tenerezza, Agnese fa tenerezza: perché nonostante il suo coraggio, i rischi che corre, i compiti che porta a termine è sempre timida ed a disagio, di fronte al Comandante. Non si sente mai abbastanza, ha paura di sbagliare e di essere rimproverata, perché è lenta, è tarda: “Stava appoggiata al muro, e aveva paura. Da un pezzo lavorava per i partigiani, ma il Comandante non lo conosceva. Sapeva che lo chiamavano «l’avvocato», che era uno istruito, un uomo della città, che aveva sempre odiato i fascisti, e per questo era stato in prigione, e poi in Russia e in Ispagna. E adesso aveva una grande paura di lui, della sua voce quasi dolce, delle parole che avrebbe pronunciate. Certo doveva sgridarla per il suo gesto pazzo che distruggeva uno stato di quiete e di sicurezza. Lei aspettava il rimprovero da quando era entrata, e il ritardo aumentava il suo orgasmo.”

La Viganò ci racconta con estrema semplicità e limpidezza la vita partigiana, dando vita a sentimenti ed emozioni profondi: ne esce un ritratto vero di cosa è stata la Resistenza, fatta di ragazzi profondamente impauriti che nonostante ciò si buttano in imprese disperate. Non vi è addolcimento, di nulla: i tedeschi muoiono e devono essere uccisi, perché sono invasori ed ammazzano, torturano, massacrano senza pietà. La morte è uno dei protagonisti del libro, che accompagna i pensieri di tutti: dei tedeschi, terrorizzati dagli attacchi violenti e improvvisi degli italiani, dei partigiani, che vivono in spazi ristretti e respirano solo angoscia, al punto che c’è chi non ce la fa più e scappa o si suicida, degli abitanti dei villaggi, che in ogni momento per ritorsione o pure divertimento potrebbero divenire vittime della crudeltà nazista. Ma non importa, si va avanti, perché non c’è altro da fare, prima o poi finirà questa maledetta guerra e tutti potranno tornare alle loro case.

L’autrice, anch’essa staffetta e partigiana, racconta di averla conosciuta davvero una Agnese: ed è proprio la sua esperienza di vita vissuta che ci regala, senza parole altisonanti ed elucubrazioni esagerate, la quotidianità della lotta agli invasori, che spera in una fine ma non si ferma, nonostante i caduti, le avversità, il pericolo: “poi l’Agnese disse: – Tu lo credi che la guerra finisca presto? – Non so, – rispose Clinto. – Speriamo. Perché, se non finisce la guerra, finiamo noi. – Noi non finiamo, – assicurò l’Agnese. – Siamo troppi. Piú ne muore e piú ne viene. Più ne muore e più ci si fa coraggio. Invece i tedeschi e i fascisti, quelli che muoiono si portano via anche i vivi. – Magari se li portassero via tutti, – osservò Clinto. L’Agnese disse: – Dopo sarà un’altra cosa. Io sono vecchia, e non ho piú nessuno. Ma voialtri tornerete a casa vostra. Potrete dirlo, quello che avete patito, e allora tutti ci penseranno prima di farne un’altra, di guerre. E a quelli che hanno avuto paura, e si sono rifugiati, e si sono nascosti, potrete sempre dirla la vostra parola; e sarà bello anche per me. E i compagni, vivi o morti, saranno sempre compagni. Anche quelli che non erano niente, come me, dopo saranno sempre compagni, perché potranno dire: ti rammenti questo, e quest’altro? Ti rammenti il Cino, e Tom, e il Giglio, e Cinquecento… – Con quei nomi di morti, si rimisero a parlare di loro, ma non della morte: ne parlarono coi ricordi di prima, come se fossero vivi.” (cit.)

Ma “L’Agnese va a morire” e non vedrà l’Italia liberata: ed anche se non ha più Palita, non ha più una casa, non ha una famiglia la morte è uno shock, è un attimo, un lampo buio e dopo tutto tace. Rimane la nostra memoria, dell’Agnese, del Comandante, di Tom, Clinto, Rina, Cino, Walter, Magòn e di tutti quelli che hanno lottato e sono spesso morti per la nostra libertà. Andrebbe ricordato, a volte, che la nostra libertà, di cui tanto ci fregiamo e troppo spesso disprezziamo, è stata costruita su fondamenta costituite da morti.

Recensione di Giulia Quinti

L’AGNESE VA A MORIRE, di Renata Viganò

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