DENTRO SOFFIA IL VENTO Francesca Diotallevi

DENTRO SOFFIA IL VENTO, di Francesca Diotallevi (Beat)

 

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In un paesino arroccato tra le alpi valdostane, più precisamente a Saint-Rhemy, poco dopo la fine della prima guerra mondiale, sta arrivando con non poca fatica e stanchezza, prima con il treno e poi su un calesse, don Agape, un giovane prete romano che dovrà sostituire padre Jacques ormai anziano, ma che conosce a menadito tutti suoi parrocchiani (pochi per la verità) e le vicende del borgo stesso.

Il giovane religioso maldestro e timido ma armato di buone intenzioni, con il desiderio di poter fare “quattro chiacchiere” con l’uno o con l’altro paesano, si accorgerà ben presto che il microcosmo della montagna è schivo, rude, poco incline alle chiacchiere se non strettamente necessarie.

Tra gli abitanti che fanno parte del paese c’è Yann Rosset, che vive con la madre e la sorella; un giovane e robusto uomo e Fiamma, una diciannovenne che però abita nel fitto bosco al limitare dei caseggiati.

Don Agape un giorno scorge proprio la figura di Fiamma, dai capelli rosso fuoco, mentre scivola tra l’oscurità degli alberi.

Ne scorge la presenza anche Yann che la fissa per pochi istanti con un misto di attrazione e repulsione.

Don Agape chiede informazioni su quella strana ragazza a padre Jacques che la bolla subito come un’anima persa da lasciare al suo destino.

Tutto sembra destinato a procedere in un tranquillo e quieto vivere; in realtà rimane in sottofondo un’aria pesante, carica di elettricità come quando poco prima di un temporale l’atmosfera si fa densa.

Proprio a partire da queste sensazioni la scrittrice ci propone una vicenda cupa, violenta, rabbiosa, di amore letteralmente carnale, di affetto perduto, di sentimenti repressi, di pregiudizi, di vita e di morte, di magia, superstizioni, tradizioni e riti ancestrali che si possono gettare come porpora colorata in quel bosco misterioso, che affascina ma nel quale ci si può perdere se non si conoscono i sentieri.

Nel bosco la paura del non conosciuto si fa strada e ci vuole molto coraggio per affrontarlo.

Ho percepito l’immagine del bosco come qualcosa di poetico, quella capacità di entrare dentro le nostre paure, attraversarle, come se dovessimo superare una prova che porta al cambiamento e alla crescita. Nel bosco vive da tanto tempo Fiamma, nella sua solitaria compagnia insieme ad una volpe; lei è una reietta, allontanata da tutti. La definiscono strega, capace di lanciare incantesimi, di trasformarsi in belva selvatica. In realtà molti abitanti cercano il suo aiuto al calare della notte per avere rimedi medicamentosi che lei elargisce con cura e attenzione, così come le aveva insegnato un tempo sua madre.

Anche Yann, nel passato ha avuto bisogno di Fiamma e delle sue cure. Proprio a causa di questo evento entrambi sono legati da un vincolo fortissimo, che si insinua nelle loro carni.

L’autrice “cuce” su di loro un sentimento che è burrasca amorosa, ardente passione che si nutre di bene e di male, di amore e odio, perché tra di essi si insinua qualcun altro che, seppur assente, è tremendamente presente nelle loro esistenze.

La scrittura della Diotallevi è significativamente potente, evocativa ai massimi livelli.

Ma oltre ad un amore che brucia l’anima, il romanzo porta alla luce altre tematiche che si sovrappongono al sentimento amoroso nel suo significato più ampio.

Amore è anche fede, fede è anche amore, qualcuno di cui ci si può fidare. Non è ciò di cui predica padre Jacques, nei suoi stantii sermoni in cui Qualcuno punisce dall’alto, incute timore, perseguita, ma come afferma don Agape la fede è nelle piccole cose, quel Qualcuno è presente in ogni momento delle nostre vite nella luce del giorno, tra il cinguettio degli uccelli, tra la neve che cade soffice e rende tutto uguale.

Il romanzo è anche un omaggio alle tradizioni e ai riti della montagna, così come sono antiche le leggende degli zingari, anch’essi nascosti tra il bosco che in qualche modo li protegge dai pregiudizi.

Paradossalmente la loro anima gitana, sempre pronta allo spostamento, al non aver radici, si inserisce tuttavia nelle ramificazioni immense delle radici di alberi secolari e maestosi. Ma alla fine gli zingari non avranno radici ma ali che li porteranno, forse, lontani nel mondo.

Anche nel romanzo di questa autrice ho assaporato la sua sensazionale capacità di creare suggestioni profonde, attraverso vivide immagini con una forte carica emotiva. Ho sentito davvero il profumo del bosco, la terra umida, l’odore di resina, il vento tra le chiome degli alberi; ho osservato le alte cime alpine diventare al tramonto giganti maestosi.

Una magia dolce, soffusa, conturbante si è impossessata di me e mi ha lasciato colma di emozioni ancora vivide nella memoria.

Vi lascio scoprire quali e quanti segreti nasconde il borgo valdostano e del significato affascinante del titolo.

Buone letture a tutti!

Recensione di Elisabetta Baldini

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