CASSANDRA A MOGADISCIO Igiaba Scego

CASSANDRA A MOGADISCIO, di Igiaba Scego (Bompiani – febbraio 2023 )

 

Recensione 1

“Cassandra a Mogadiscio” di Igiaba Scego. Tutti i colori della Somalia.

L’autrice racconta la storia della sua famiglia d’origine, di nazionalità somala, costretta ad emigrare per ragioni politiche dal Paese e compone un lungo e straziante epicedio sulla caduta e morte di una città bellissima, Mogadiscio, piena di sole e profumi, che ha conosciuto bambina e in cui non è mai più tornata dopo l’ultimo viaggio dagli zii a metà degli anni Ottanta. Non capisce come sia possibile che il conflitto sia scoppiato nella sua terra e deplora che siano state ignorate tutte le avvisaglie che porteranno alla follia della guerra, tuttora in corso, costantemente soppiantata da altri conflitti dell’attenzione mediatica. La fine di Mogadiscio, che considera morta come Troia anche se è stata ricostruita, è particolarmente penosa per la sua famiglia, perché è la fine del sogno di suo padre, politico illuminato che dopo la fine della colonizzazione italiana e l’indipendenza voleva trasformarla in una nazione moderna, ma è stato invece costretto all’esilio dal regime di Siad Barre, alla separazione dai figli, che rivedrà solo dopo anni, ormai adulti, e ad una vita precaria e senza agi da profugo a Roma.

L’autrice, nata a Roma e lì residente al momento dello scoppio della guerra, vede mutare radicalmente la sua vita a causa dello stesso, pur essendo distante geograficamente. Diventa preda del “Jirro”, la malattia o meglio il disturbo post traumatico di cui sono preda molti somali e la sua famiglia in particolare, che può colpire con varie malattie. Nel suo caso comincia a vomitare tutto, sperando di vomitare anche la guerra e la tremenda ansia per la sorte della sua madre, che aveva lasciato l’Italia per la Somalia alla vigilia del conflitto e non aveva più dato notizie. Igiada da allora non sarà più una normale adolescente con una cotta per un ragazzo che non la guarda ma si trasformerà in una donna dilaniata e troverà la sua strada nella scrittura, unico conforto di fronte a tanto dolore.

Solo molto tempo dopo troverà la forza per confrontarsi con la madre e i suoi ricordi, scoprendo che la guerra non ha parole o alfabeto, per poter essere espressa. Quello stesso alfabeto con cui la madre lotta da tutta una vita, lei che è nata nomade e poi si è trasferita in città, dove ha subito la vergogna della mutilazione peggiore e poi ha perso le parole e la capacità di leggere, ma sta ancora cercando, ora che è anziana e abita con la figlia, di ritrovarli.

Mi ha molto colpito fin dal primo incontro in libreria per la copertina, in cui una donna che somigliava ad un’attrice esaminava un paio di scarpe con una bella ragazza somala, che l’autrice identifica con la madre, e indubbiamente per il titolo. Non mi ha deluso ma mi ha anzi suscitato forti emozioni per la sorte di questa famiglia e ho apprezzato lo stile, quasi in forma di lettera a cui si rivolge alla nipote.

Lo consiglio a tutti quelli che vogliono riflettere sulla follia di ogni tipo di guerra.

Recensione di Eleonora Benassi

Recensione 2

“[…] Anche questa lettera è in perenne divenire, una base da cui partire per riflettere su di noi. Come famiglia. Come diaspora. Per curarci. Dal Jirro che ci balla dentro.”

È il Gennaio del 1991 quando Mogadiscio cade sotto i colpi di mitra, in una guerra civile che ne restituisce polvere e macerie. E mentre la Somalia sanguina e urla di un dolore viscerale, a Roma vive una giovane Igiaba Scego, che attraverso le immagini che scorrono in televisione sperimenta quello che chiama il Jirro: una parola che significa “malattia”, ma possiede le sfumature del trauma, della disperazione, del cuore spezzato.

Un memoir costruito come una lunga lettera a sua nipote Soraya, in cui l’autrice racconta la storia della famiglia Scego che è la storia di un popolo intero, sradicato e lacerato. In questo dialogo intergenerazionale e dal forte coinvolgimento emotivo, si ripercorre ciò che la Somalia ha subìto nell’arco di secoli: dalla dittatura di Siad Barre all’occupazione italiana, fino agli scontri nella capitale Mogadiscio tra le ostilità della popolazione locale.

Attraverso questo romanzo, che rientra tra i 12 candidati al Premio Strega 2023, Igiaba Scego narra della fuga in Italia dei suoi genitori, della disperazione dell’essere profughi e delle umiliazioni subìte da neri in un paese di bianchi, e mescolando la lingua di Dante alle sonorità somale dà voce ai ricordi di sua madre, la sua hooyo, che partì alla volta di Mogadiscio poco prima dello scoppio degli scontri del 1991 gettando nello sconforto una figlia ancora troppo giovane per sopportarne un’eventuale e disgraziata perdita, ma che nell’alfabeto e nella narrativa ha ricercato sollievo e cura.

Come Cassandra, figlia di Ecuba e Priamo, che osserva una Troia sanguinante e piena di cicatrici, Igiaba Scego ricorda la sua Mogadiscio smembrata. Ma, come afferma proprio l’autrice, “la storia può toglierci la casa, ma non la voce; può accecare i nostri occhi, ma mai, mai la nostra memoria.”

Recensione di Ilaria Panaiia

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