PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2002: Imre Kertész

PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2002: Imre Kertész – “per una scrittura che sostiene l’esperienza fragile dell’individuo contro l’arbitrarietà barbarica della storia”

ESSERE SENZA DESTINO, di Imre Kertész (Feltrinelli)

Recensione 1

«Oggi non sono andato a scuola. O meglio, ci sono andato, ma solo per farmi esonerare dal nostro professore. Gli ho portato la lettera di mio padre, in cui richiede il mio esonero per motivi famigliari. Il professore ha chiesto quali fossero questi motivi famigliari. Io gli ho risposto che mio padre è stato chiamato al periodo di lavoro obbligatorio; a quel punto lui non ha più fatto obiezioni».

“Essere senza destino”, scritto dal premio Nobel ungherese Imre Kertész (2002), è un racconto autobiografico sull’orrore dei campi di concentramento, ma da un punto di vista “diverso”, ingenuo e “naturale”, come può essere quello di un ragazzo di appena quindici anni: in un giorno come tanti Gyurka, il protagonista, con suo grande stupore, viene prelevato per strada e deportato prima ad Auschwitz e poi a Buchenwald, esperienza dalla quale uscirà definitivamente trasformato e mai più capace di essere come prima.
L’autore descrive la tragedia personale e collettiva della Shoah con uno stile essenziale, crudo, senza odio, come se fosse un freddo resoconto sulla realtà quotidiana di uomini e donne costretti a vivere in condizioni disumane, senza dignità, “senza destino”, ma decisi con tutte le loro forze a trovare la “felicità” anche nell’orrore, per continuare a vivere, perché: “Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli ‘orrori’: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno”. Un libro commovente, toccante, a tratti ironico, tra i più belli che siano mai stati scritti sulla Shoah, pagine indimenticabili che ci toccano nel profondo. Da leggere

Recensione di Tiziana Cacciola

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Recensione 2

L’autore, premio Nobel nel 2002, ci racconta di un ebreo quattordicenne, che nel giro di qualche giorno assiste alla partenza del padre per i lavori forzati, egli stesso viene destinato al lavoro obbligatorio presso la Shell e poi prelevato a forza e deportato: Auschwitz, Buchenwald, e poi Zeitz. I fatti, purtroppo comuni a tanti, sono ormai arcinoti e costituiscono uno squarcio insanabile nel cuore dell’umanità.

Però, ogni volta che mi avvicino ad un libro che parla della Shoah, mi colpisce quanto riescano a essere diversi l’uno dall’altro, pur nella stessa tragedia.

I pensieri, le emozioni di un ragazzino, precipitato improvvisamente da una vita comoda e normale a un incubo senza apparente via d’uscita, sono un punto di vista diverso che mi ha colpito e a tratti anche stupito. Come la reazione quasi incuriosita nell’occasione del primo trasferimento a Auschwitz, la novità di sentirsi adulto e indipendente, destinato a un lavoro “da grande” che basta fare bene per non avere problemi. Atteggiamento che dura a lungo, anche davanti al filo spinato, al fumo dai camini di luoghi non riscaldati, alle camere a gas. E che viene meno solo quando il corpo inizia a cedere; anche in quel caso però non diventa disperazione, ma distacco, un osservare lucidamente le cose per arrivare alla comprensione dell’incomprensibile. Le pagine finali del libro sono paradossalmente più dure di quelle che raccontano gli orrori: la necessità di capire, il rifiuto di vedere la Shoah come un improvviso impazzimento del mondo ma come il risultato di una successione di passi, compiuti da tutti, vittime e carnefici, l’impossibilità di pensare ai perseguitati (e a se stesso) come “semplicemente e nient’altro che innocente”.

Fino alle righe finali, indimenticabili, che posso solo riportare per intero:

” mia madre mi sto aspettando e probabilmente sarà molto felice di rivedermi, la poveretta. Ricordo che un tempo aveva in mente che io diventassi un giorno un ingegnere un medico o qualcosa del genere. Probabilmente succederà proprio come lei desidera;: non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti, c’era qualcosa che assomigliava alla felicità Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli orrori, sebbene per me forse proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro la prossima volta che me lo chiederanno. Sempre che me lo chiedano. E se io a mia volta non l’avrò dimenticata”

Recensione di Elena Gerla

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