OLTRE IL CONFINE Cormac McCarthy

OLTRE IL CONFINE

Ogni volta che ho terminato un romanzo del grande Cormac (questo è il quarto), mi sono detta che è stato migliore del precedente. E’ un autore che richiede una certa preparazione atletica, una predisposizione interiore che va acquisita. Un cavallo selvaggio col quale devi familiarizzare prima che ti conceda anche solo di avvicinarti con le briglie in mano. Perciò è possibile che io abbia semplicemente affinato il palato e che sia naturale, con lui, avere la sensazione di andare in crescendo, a prescindere dall’ordine di lettura.

O forse no. O non solo.

Oltre il confine ha tutta la profondità di uno Suttree, senza essere altrettanto ostico. Ha l’ambientazione potente e ancestrale del selvaggio west, senza la violenza abbacinante di Meridiano di sangue. Ed esprime un rapporto con la Natura (che è il cardine, il messaggio potente di questo scrittore) più intimo, più docile, arrivando a toccare livelli struggenti, in particolare nella relazione che il protagonista instaura con la lupa prima, e con il cavallo ereditato dal padre poi.

In questo romanzo il confine non è solo quello di frontiera, quello che separa gli Stati Uniti dal Messico, ma è una linea metafisica oltre la quale l’uomo entra in uno stato di comunione con tutto quello che lo circonda. Gli animali diventano figure mitiche, ancestrali, portatori di verità antiche quanto il mondo, messaggeri che meritano rispetto, devozione, amore.

Il paesaggio circostante, il deserto, le montagne, la Animas (perché questo romanzo è ambientato in larga parte nella Animas Valley, sfondo perfetto, evocativo, quasi mistico) sono protagonisti tanto quanto i due giovani fratelli. La trama scarna, essenziale, si intreccia senza soluzione di continuità al territorio, perché “qualsiasi storia è sempre innanzitutto la storia di un luogo”.

Ma è una comunione sinistra quella che ci propone McCarthy. Una comunione dove alle asperità interiori, corrispondono quelle esteriori e viceversa.

Nei suoi romanzi persiste una commovente fratellanza (in questo caso anche biologica) tra gli ultimi della Terra, che però non lenisce una condizione esistenziale disperata. E ogni volta, ogni singola volta, non faccio che chiedermi da dove arrivi tanta cupa bellezza.

E’ il mistero di questo autore, per come la vedo io.

Mi sento infine di fare un pensiero sulle figure umane che compaiono nella vicenda, che danno vita a episodi collaterali, con dialoghi surreali, scolpiti nella roccia. Parole che sono lì da sempre, che aspettano di essere dette da un tempo indefinito, attorno alle quali il mondo si è organizzato…e non il contrario.

La comparsa, in stile Cormac, di personaggi la cui malvagità è talmente paralizzante, abnorme e grottesca (mi riferisco all’ufficiale tedesco che acceca il povero messicano) che “è bene non chiedersi il motivo della loro presenza nel mondo”. Quando si incontra quel Male lì (pensiamo a Anton Chigurh, o al giudice Holden) è bene non indugiare o interrogarsi oltre: si è disarmati.

Quindi ecco, questa è una di quelle opere che ti restano, letta la quale non si torna più indietro. Una di quelle che ti spingono in qualche modo oltre, e mai, come in questo caso, titolo fu più profetico.

Neanche ve lo dico quanto ve lo consigli. A vostro rischio, naturalmente.

Recensione di Nicoletta Tamanini

OLTRE IL CONFINE Cormac McCarthy

Oltre il confine
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