L’intervista a Chiara Albertini, autrice del libro “L’amore non ascolta il tempo”

L’intervista a Chiara Albertini, autrice del libro “L’amore non ascolta il tempo”

 

Intervista n. 271

 

Scrittrice di narrativa contemporanea, Chiara Albertini, classe 80’, torna dai suoi lettori con il romanzo “L’amore non ascolta il tempo” edito da Il Ponte Vecchio editore.

È una mattina di inizio aprile, che vede il placido lago di Como accogliere tutto il mondo interiore della giovane Elena, la quale sotto un cielo che si sta lentamente schiarendo si abbandona al ricordo di un doloroso trascorso. I fantasmi del passato la raggiungono all’istante, perché è in quelle profonde acque che riesce a scorgere fino in fondo i riflessi di una vita che ha saputo procurarle una lunga sofferenza: ecco allora che il ricordo di lei bambina assieme al fratellino Andrea riemerge vivido e toccante, e come una voce interiore sembra raggiungerla per rammentarle come la vita, per quanto sia capace di togliere, possa essere un viaggio inaspettato ancora in grado di donare.

Conosciamo meglio Chiara Albertini, con un’intervista esclusiva.

Quando e come è nata l’idea per questo romanzo?

La genesi del romanzo ha avuto luogo alcuni anni fa e spiegare come un’intuizione o un’idea possano catturarti all’istante non è mai cosa semplice. È un processo istantaneo, piuttosto spontaneo, una sorta di “epifania”, come diceva Virginia Woolf, una rivelazione che ti folgora e ti rapisce, e da lì poi ti immergi nel processo creativo della stesura vera e propria.

 

 

Quando è nata la passione per la scrittura?

Anche questo aspetto sì può definire naturale e immediato, subito dopo la stesura della mia tesi di laurea in lingue e letterature straniere – da lì è nato come pubblicazione il saggio “Il Medioevo in giallo nella narrativa di Ellis Peters”: vedere una pagina bianca farsi “materia”, “corpo”, tradursi in “anima”, prendere vita, attraverso il potere evocativo, magnetico e terapeutico delle parole, è qualcosa di veramente potente, difficile da spiegare, se non si prova… E così tutto sembra essere iniziato proprio da lì.

Elena, personaggio fondamentale del suo romanzo è materna, dolce e allo stesso tempo forte. Quanto c’è di autobiografico? Si riconosce in qualcosa?

Direi molto, sì. Un equilibrio tra ciò che suscita tenerezza e nostalgia e ciò che infonde forza e coraggio.

Perché il romanzo ha questo titolo? Come è nato?

Il titolo nasce puramente da suggestioni letterarie: da una parte, il sonetto 116 di Shakespeare che cita “L’amore non è soggetto al tempo” e una poesia di Antonino Massimo Rugolo che cita “E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno” (estratto inserito nelle pagine iniziali del mio romanzo), dall’altra parte, un’eco specifica a una nota favola di cui non vorrei svelare nulla; lascio al lettore la libertà e la meraviglia della “scoperta” …

 

Il suo libro racconta molto circa la delusione e il perdono. Cos’è per lei il perdono?

Il perdono è tutto. Un atto di verità, forza, coraggio e amore principalmente verso sé stessi. 

Elena è una donna in rinascita. Crede nelle ripartenze? Quanto è importante per una donna al giorno d’oggi leggere un libro dove non si è mai davvero finiti, ma dove c’è sempre lo spunto per ripartire?

Rinascita e ripartenza sono temi a me molto cari, amo esplorarli, mi lascio guidare e cullare ogni volta dai loro infiniti richiami e riflessi, da nuove e ripetute sfide e consapevolezze. Siamo in perpetua evoluzione, nel corso della nostra vita, e definirsi “finiti” credo sia non autentico né onesto, verso sé stessi e verso il prossimo.

Tra i vari argomenti affrontati, vi è quello dell’omosessualità. Perché ha inserito tale tematica? Quanto è importante secondo lei parlarne al giorno d’oggi?

Una tematica delicata, stimolante e impattante a cui pensavo da tempo, e quando mi sono sentita finalmente “pronta” per affrontarla mi sono piacevolmente addentrata nelle sue dinamiche complesse e profonde. Comprendere come mi sarei approcciata, come l’avrei sviluppata, come mi avrebbe fatta “sentire” nel profondo è stato un processo creativo piuttosto forte e rigenerante. Oggi parlarne con dignità, trasparenza e verità di intenti ritengo sia indispensabile, un atto di empatia verso il prossimo. 

Cosa si aspetta dal futuro?

Affidarsi troppo alle aspettative a volte può essere rischioso, un’arma “a doppio taglio”. Preferisco in generale non aspettarmi nulla, semplicemente affidarmi alle mie intuizioni e pulsioni, all’istinto meramente creativo e al suo potere catartico. Nutrire solo fede e fiducia nella scrittura. Ciò che dovrà essere, sarà… 

 

Intervista di Lisa Di Giovanni

 

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