LE STANZE BUIE Francesca Diotallevi

LE STANZE BUIE, di Francesca Diotallevi (Neri Pozza – ottobre 2021)

 

Recensione 1

Torino, 1904, Ad un’asta un uomo riesce ad aggiudicarsi, per una grossa cifra, un vecchio carillon, che sicuramente non vale l’importo sborsato, ma che per lui ha un grande valore.

Neive. Paese delle Langhe piemontesi. 1864. Vittorio Fubini, di professione maggiordomo, arriva da Torino per prendere servizio a casa dei Conti Floris. Il suo è uno strano percorso, deve adempiere ad una promessa dovuta al defunto zio Alfredo, che viveva in quella casa con la stessa mansione. L’inizio non è molto promettente, l’ambiente cupo e ostile della casa non è propriamente accogliente: i domestici sono silenziosi e poco collaborativi, il padrone di casa alquanto arrogante e strano di carattere, la giovane moglie Lucilla è completamente dedita alle cure della figlioletta Nora, che si vocifera oggetto di una strana malattia.

Il fulcro del romanzo si svolge in soli dei mesi, in cui, con una prosa ricca e potente, l’autrice ci immerge nelle sfaccettature di un racconto in parte gotico, in un ambiente in cui tutto sembra immobile, ma nell’oscurità delle stanze e delle persone di si muovono ombre e ricordi di un passato misterioso e ancora tutto da decifrare. Perché le stanze buie non sono solo quelle reali, ma soprattutto quelle che nascondiamo nella mente e nei nostri cuori, di cui non possiamo o non vogliamo liberarci, che ci tengono prigionieri e ci impediscono di volare.

Ottimo romanzo, un intreccio che tiene incollato il lettore fino all’ultima pagina, in cui la verità si srotola piano piano e tocca veramente le nostre emozioni.

Recensione di Carla Maria Cappa

Recensione 2

La vicenda di questo romanzo si apre nei primi anni del Novecento con un’asta a cui partecipa l’ottantenne maggiordomo Vittorio Fubini che riesce ad aggiudicarsi, con un certa emozione e gioia dolente, un oggetto che per lui ha un enorme significato affettivo e amoroso.

Da qui parte un racconto a ritroso nel tempo (quarant’anni prima) e lo stesso maggiordomo si trova a lavorare presso i conti piemontesi Flores, composto dal padrone Amedeo Flores, la moglie Lucilla, la figlia Nora, la governante e la servitù. In questa dimora isolata fra le Langhe il seppur giovane Vittorio, ma conscio della sua solida esperienza, cerca con rigore e severità (così come è la sua personalità, razionale e fredda) di “mettere in riga” camerieri e governante. La scelta di andare in quel luogo non è stata semplice, ma è stato spinto da un dovere morale e non può tornare indietro.

Lontano dalla sua amata Torino, in una dimora avvolta da un silenzio assordante sarà risucchiato, come una tempesta di neve, in un vortice di sentimenti che lo sconquasseranno, lo turberanno come non mai prima e la sua vita non sarà più la stessa.

Con una scrittura ipnotica e attraente la scrittrice Francesca Diotallevi mi ha condotto in un vicenda fosca e gotica, che ricorda lo stile inglese ottocentesco. Ha illuminato i meandri più bui dell’animo umano, le più bieche bassezze, lo smarrimento più assoluto, la violenza psicologica, il non detto e il dire troppo, l’amore struggente e l’ abbacinante bellezza della natura.

Con questo romanzo e tramite Vittorio e il suo viaggio nell’esistenza la scrittrice dona originalità ad una vicenda che non è solo fatta di rumori sinistri, luci baluginanti inquietanti, presenze paurose, chiaroscuri e penombra ma è anche altro. È prima di tutto coraggio, spinta al cambiamento che diventa salvifica per lo stesso protagonista e poi di quelli che gli sono accanto. Ciò che è stato un tempo non è più ora e ciò che è ora ha il viso dolce di Lucilla.

La narrazione ha una spinta evocativa fortissima e viaggia su un doppio binario: quello dello struggente ricordo e la comprensione di guardare oltre.

Nella penombra ho scoperto con vorace curiosità una storia terribile in cui Vittorio diventerà, suo malgrado, protagonista assoluto. Le stanze buie di quella casa nascondono segreti e atroci verità e i silenzi che l’avvolgono nascondo l’infruttuosa incomunicabilità tra esseri umani che in un estremo dolore fingono di recitare una parte; ma il protagonista un po’ alla volta si accorge che sotto quella recita teatrale c’è uno sguardo che guarda l’abisso, che quelle parole annegano nella rassegnazione. Vittorio osserva e annota nella mente, ma essa stessa si lascia turbare e suggestionare da ciò che avviene fra luoghi aristocratici ricolmi di suppelletti, divani, lampadari, specchi, toilette da signora, camini, servizi da tè, gingilli, vestiti scintillanti, guanti, cappelli, quadri quasi a soffocare gli abitanti della villa, rendendoli progionieri delle loro stesse proprietà.

Inoltre leggendo questo romanzo per me così intenso, ho riflettuto su cosa possono essere quelle stanze buie nella nostra esistenza, come chiave di lettura della stessa vicenda. Le apparenze che caratterizzano la quotidianità coprono molto spesso, con una spessa coltre, ciò che la realtà sottende e la rendono invisibile. È con estremo coraggio allora che si deve andare alla ricerca delle essenze delle cose, in qualche modo perdendoci nelle nostre “stanze buie”, nei nostri non detti, nei nostri incompiuti esistenziali per ritrovarci e ancora con coraggio altrettanto forte per non cacciare sotto il tappeto la polvere, non mettere sotto la sabbia la testa ma affrontare le nostre piccole e grandi paure e guardarle in faccia. Solo così possiamo spostare le tende e far entrare luce e nuova aria per affrontare la vita che ci insegue.

Lascio a voi scoprire da quali terribili misteri è avvolta la tenuta e di come l’inossidabile Vittorio Fubini abbia dato un valore aggiunto alla sua esistenza.

Buone letture a tutti!

Recensione di Elisabetta Baldini

Recensione 3

Siamo in Piemonte, seconda metà dell’Ottocento.

Vittorio Fubini è un perfetto maggiordomo, vive e lavora a Torino, e da anni scambia lettere con uno zio che non ha mai visto ma a cui deve gli studi e la professione.

Spinto dalla gratitudine e dalla curiosità, alla sua morte lascia Torino e un’invidiabile sistemazione per prendere servizio a Nieve, presso Villa Flores dove lo zio ha lavorato per decenni, per prenderne il posto.

Una villa decadente, un padrone brusco e imprevedibile, una moglie e una figlia diverse da quello che ci si aspetterebbe.
E un mistero che aleggia a partire dalle prime pagine del libro, quando il protagonista, ormai anziano, ritrova ad un’asta un vecchio carillon che lo spinge a fare i conti col passato.
Insomma un mix tra Quel che resta del giorno e Jane Eyre, segreti di famiglia rinchiusi a doppia mandata nelle “stanze buie”, un accenno a qualche fantasma che non guasta mai, omicidi, suicidi, amori folli.

Si legge bene, niente da dire, non lo lasci certo a metà.

Ma poi cosa resta: un’impressione di già letto, la sensazione che l’autrice non sia riuscita a dare la sua impronta ad una storia che assomiglia troppo a tante altre. Peccato.

LE STANZE BUIE Francesca Diotallevi

L’isola dei tesori, dove gli animali sono preziosi

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