LA VECCHIA DELL’ACETO, di Luigi Natoli
Volete leggere un romanzo che vi coinvolga a tal punto da dimenticare ora, giorno e tutto il quotidiano che vi circonda? Bene, vi consiglio di immergervi nella lettura de “La vecchia dell’aceto” di Luigi Natoli.
Un romanzo intrigante dall’inizio sino alla fine.
Siamo nel 1786 a Palermo, città ricca di miserie e di sfarzi, mirabilmente ritratta in un vivido contrasto di luci e ombre nei riverberi di lame dei sudici vicoli, fra megere e luridi cenci, nei torbidi intrighi di sfarzosi palazzi di dame e cavalieri, fra carrozze e livree. Qui cominciano una serie di delitti che celano colpe e depravazioni, avviluppati nel mistero, orditi dall’intrigo, alimentati dalle torbide passioni, dall’invidia, dalla gelosia sino a toccare il fondo delle inimmaginabili nefandezze.
Il romanzo di Natoli è un gioiello della letteratura palermitana scritto con l’abilità di chi conosce la sua terra, i vizi e le virtù della sua gente, ricco di dovizia di particolari senza cadere nel ripetitivo e nel prolisso, e dai dialoghi popolari diretti.
Il grande Natoli ha saputo raccontare con la sua fervida immaginazione, con l’abilità strabiliante delle parole, una realtà intrigante, oscura e vergognosa, creando con estro le tante storie romanzate calate abilmente nella storia principale, reale e documentata (nel libro vengono riportate alcune fasi del processo), quale quella dell’avvelenatrice Giovanna Bonanno, ribattezzata la vecchia dell’aceto.
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Storie di passioni e tradimenti guidate da un filo conduttore che inizia tra i vincoli di una città dal forte senso dell’onore e della giustizia, popolata da uomini rispettosi e intoccabili, da donne pettegole e traditrici -tutti personaggi avvolti in un loro credo religioso contorno e personale dove la Provvidenza e Santa Rosalia vengono invocate per giustificare i delitti e legittimare i torti “lavati con il sangue” – fino a dipanarsi fra i grandi palazzi di una nobiltà lussuriosa e peccaminosa, corrotta e corruttibile, incline al silenzio per celare scandali inconfessabili.
E tra figli illegittimi, creature del peccato e della colpa, amori lussuriosi e travolgenti, mariti e amanti scomodi, si aggira Giovanna Bonanno, la vecchia dell’aceto, pronta con il suo veleno a purificare le colpe, a risolvere gli intrighi, ad alleggerire gli animi, ergendosi, anche lei, a paladina di una sua personale giustizia divina.
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E, quindi, bellissime risultano le storie che si intrecciano nel vorticoso giro di parole costruite da chi conosce la terra del sole che brucia la carne e gli animi.
Rilevanti le figure di Giovanni e Rosalia, figli del peccato e della colpa che si mescolano nei giochi di rivalsa e di riscatto creando situazioni che vanno al di là dell’ovvio.
Incredibili i passaggi descrittivi lungo le “Porte della città” tra regolamenti di conti e duelli a lame di coltello, tristi rituali perpetuati nel tempo, in virtù della legge del Taglione.
Nel romanzo “La vecchia dell’aceto, comunque, si avverte un turbinio di sentimenti di rivalsa; tutti i personaggi sembrano voler riscattare un torto subito, vittime di un destino malevolo che li ha condannati a un’esistenza ingiusta in una terra bella e dannata.
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E in tutto questo mondo sotterraneo e particolare il nostro Luigi Natoli si configura come un Charles Dickens mediterraneo.
Come il grande romanziere londinese, Natoli è un creatore di mondi che nascono tra il saper narrare la realtà con l’abilità della fantasia.
E se Charles Dickens conosceva i segreti della sua nebulosa Londra svelandoli tra il fumo e la nebbia con i suoi giochi chimerici e umoristici, cosi Natoli ha saputo denudare quelli della sua enigmatica Sicilia con i suoi giochi di passione e di folklore, ed entrambi hanno dissugellato con le loro opere le ipocrisie e le falsità, denunciando una società incline alla corruzione e alle ingiustizie.
Ambedue grandi romanzieri che ci hanno regalato capolavori incontestabili di grande conoscenza popolare, e non solo…
Peccato che la bravura di Luigi Natoli non abbia superato i confini! Mi chiedo perché.
“…e lei, Rosalia? Era stata una povera donna raccolta per carità, mantenuta per carità; cui nulla spettava di quella ricchezza. Né suo padre, né sua madre avevano pensato a provvedere all’avvenire della creatura cui avevano dato la vita: avevano anzi tentato di sopprimerla per la società cui appartenevano. Che cosa poteva sperare? Se anche avesse trovato ora un cavaliere disposto a sposarla, essa non aveva una tal dote da poter pretendere un marito ricco: non aveva anzi nessuna dote, né poteva pretenderla da sua sorella. Era dunque condannata alla povertà e alla solitudine. Tantalo novello, aveva dinnanzi a sé la visione della ricchezza e dell’amore e non poteva stendere le mani su quella, né pascere il suo cuore di quello! …”.
Recensione di Patrizia Zara
LA VECCHIA DELL’ACETO Luigi Natoli

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