DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA Georges Bernanos

Feltrinelli KOBO Fomia maggio
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DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA, di Georges Bernanos

Un giovane prete riceve l’incarico di guidare una parrocchia di campagna, dove viene accolto con freddezza, nonostante siano evidenti il suo impegno e la sua sensibilità nei confronti del prossimo.

 

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Colpito, ma non scoraggiato, da questa indifferenza, il curato dà inizio a una profonda riflessione interiore, che affida alle pagine di un diario: il lungo monologo interiore ripercorre le tappe che hanno portato il giovane, figlio di una domestica, a scegliere la vita religiosa, le sue considerazioni sul ruolo che dovrebbero avere la Fede e la Grazia nella società contemporanea, la sua cronaca degli eventi quotidiani del piccolo villaggio, affollato di personaggi ostili, volgari ma sempre degni di pietà e ascolto, fino alle pagine più intense, dove narra l’esperienza di un’autentica e sofferta conversione da parte di una parrocchiana altolocata e orgogliosa.

 

 

In tutto questo, il tono del racconto non sale mai fino a farsi predica o non si abbatte fino a diventare crisi e dubbio: il curato rimane consapevole di essere, esattamente come i suoi parrocchiani, un peccatore e che la ricerca della Grazia, così come la conferma della Fede, sono obiettivi che staranno sempre davanti a lui, che le prove della vita non potranno mai farlo sentire arrivato, poiché la sua vera metà non deve essere in questo mondo al quale si rivolge nel suo scritto e che cerca umilmente, ma decisamente, di comprendere per poterlo amare.

 

 

Consiglio la lettura di questo romanzo a chi nutra interesse verso la riflessione interiore e verso i temi spirituali.

Recensione di Valentina Leoni 

Titolo presente nelle 10 Recensioni più cliccate del 2018

 

DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA Georges Bernanos

 

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Feltrinelli KOBO Fomia maggio

1 Commento

  1. Un prete, come uomo di Dio, non dovrebbe mai provare la solitudine e l’angoscia esistenziale ad essa connessa e da essa, talvolta, dipendente e talaltra, fonte traboccante della prima; non dovrebbe essere mai triste, né invidioso della condizione altrui; non dovrebbe mai sentirsi incompreso dalla società in cui vive. Non dovrebbe diciamo comunemente, eppure lo è. Lo è almeno il protagonista del libro di Bernanos, che mette per iscritto un diario, come se fosse una teca nella quale custodire gelosamente i ricordi e riviverli, le sue vicissitudini di povero prete di campagna. E’ alla fine dei suoi giorni. La sensazione del male fisico che divora il corpo malato si accompagna alla consapevolezza sempre più intensa e motivata del dilagare del male morale che avvinghia inesorabilmente tutte le persone con le quali interloquisce. Persone intese come individui singoli e non come aleatori animali sociali di aristotelica memoria. “Nessuno, ora, s’inquieta dei miei malanni” (p. 67) scrive nel suo diario il malconcio curato. Ma come potrebbero gli altri interessarsi, o soltanto concepire, i suoi malanni visto che la figura del prete, salvatore di anime, come quella del medico lo è dei corpi, deve essere considerata immune dal male, in qualunque forma esso si presenti. E’ il prete che deve salvarci, come il medico, non noi lui. Non a caso i Santi sono “coloro che han ricevuto più degli altri” (p. 100) e i mediocri sono quelli che, poverini, “hanno bisogno di calore”, di “un riparo” all’ombra e sotto le ali protettive della Chiesa. Nel gioco delle forze economiche il ricco agli occhi di essa diventa “il protettore del povero, il suo fratello maggiore”. Ma essendo colui che rischia di più, ha più diritto di altri a sedere ai primi posti dell’aldilà, come lo è già dell’aldiquà. E così il nostro povero prete si trova stretto inesorabilmente tra due fuochi, fino a bruciarsi; da una parte una concezione pauperistica e lagnosa della vita e della società, dall’altra, una visione tendente a giustificare le diseguaglianze economiche dell’aldiquà con il soprannaturale. Il povero invidia “l’immagine ingenua” (p. 134) che si è fatta del ricco non sapendo che la sua casa è lungi dall’essere un luogo di pace e di preghiera. La grandezza del povero irraggia da lui a sua insaputa, mentre lui, stolto o ingenuo che sia, la mendica dal ricco. La giustizia che, nelle mani dei governanti diventa ingiustizia, è un potente e subdolo mezzo di controllo del livello di sopportazione del povero, della sua capacità di soffrire e di umiliarsi, di spossessarsi del suo io e di non urtare gli ingranaggi che portano alla creazione della ricchezza. In ultima analisi, l’incomprensione e la solitudine del prete sono figlie della laicizzazione della Chiesa e dell’incompiutezza del percorso cristiano.

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