IL LIBRO DEL MESE: La casa del mago Emanuele Trevi

IL LIBRO DEL MESE: La casa del mago, di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie – settembre 2023)

 

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Recensione 1

Un altro segmento, un altro mattoncino, un’altra tessera di quel grande mosaico che si potrebbe chiamare il “romanzo del padre”.
Il Mago del titolo è Mario Trevi, eminente analista junghiano. Un Guaritore.
La casa del titolo è quella in cui il Mago ha abitato, quella in cui riceveva i suoi pazienti.
Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, Emanuele decide di non cercare più acquirenti per quella casa disabitata, ma di abitarla lui stesso.
Sarà in quelle stanze, fra i suoi libri, all’ombra dell’enorme scrivania su cui lavorava, che la memoria del Mago diventerà racconto. Diventerà presenza.
Non un freddo elenco di oggetti, di foto sbiadite e pezzi di arredamento. Non il racconto di una nostalgia. Piuttosto, un rituale, un gioco a due, fra chi resta e chi è già andato via. Un racconto velato di una tenerezza commovente, di una ironia a tratti irresistibile, di un rispetto, di una stima, di un amore sconfinato.

In tanti hanno scritto di questo libro. Bravissimi scrittori, che stimo profondamente, hanno giustamente parlato di “magia”, di “incantesimo”.
Il più grande mistero, per me, è sempre lo stesso, ad ogni suo libro, ad ogni suo scritto. È la domanda delle domande: come diavolo fa Emanuele Trevi a scrivere così bene? Da dove la prende quella prosa incantevole (sì, incantevole), che sembra frutto di uno strano rito, di una alchimia perfetta, di una magia, di un incantesimo?
Sarà mica che il figlio del Mago, è egli stesso un Mago?
.

Recensione di Valerio Scarcia 

Recensione 2

Ancora un rapporto padre-figlio, tema frequente in letteratura , quasi sempre una resa dei conti. Qui, un figlio scrittore ripercorre la figura paterna, il famoso quanto riservatissimo psicoanalista Mario Trevi, da un luogo assolutamente particolare, la casa-studio, la “grotta” del “curatore di anime”, che usa come mappa per ricostruire la vita del padre e il rapporto con lui, tra libri di Jung, ricordi e fantasmi .

Un padre magnetico e sfuggente, distratto perché spesso si assentava dalla vita normale per stare in un suo mondo parallelo, perché viveva in una “arrère-boutique”, nel senso che “poteva essere adorabile, ma la sua condizione naturale, o meglio l’istinto primario, era quello del rintanato, del disertore dal consorzio umano”.

Morto il padre, lo scrittore e la sorella mettono in vendita la casa ma nessuno sembra seriamente interessato a comprarla, forse perché lo stabile, pure centrale, è fuori moda, forse perché si avvertono in essa i segni di un luogo in cui si maneggiava l’anima ferita, “che è la cosa più subdola, retrattile, mimetica dell’universo”. Alla fine Emanuele decide di acquistarlo lui quell’appartamento così impegnativo in cui si trasferisce subito, scegliendo come camera da letto quella stanzetta che suo padre adibiva ad anticamera dei pazienti. Inizia quindi a penetrare l’enigma di “quell’uomo meraviglioso e misterioso, difficile, impenetrabile, saturnino “. Si addentra così tra vecchie stanze cariche di storie ascoltate, di ferite non sempre rimarginate, studia i suoi scritti, le note a margine di quelli dei suoi maestri , soprattutto, enumera gli oggetti disseminati nelle pieghe di quella casa che ne fanno il “museo di suo padre”, un museo interiore di cui il figlio redige “una specie di catalogo ragionato”: vecchi libri, una scrivania, un quadro astrologico dell’autore compilato alla sua nascita che finirà col perdere in un supermercato, un cavallino di vetro comprato a Venezia, una coperta logora sforacchiata , due vasi cinesi, una lucerna romana dalla forma semplicissima che possiede la bellezza dell’umiltà, tutti oggetti carichi dell’energia vitale e simbolica che hanno assorbito. E tanti sassi , amorevolmente cercati dal padre , lucidati, levigati fino a renderli splendenti, sintomo di cura minuziosa in cerca di armonia. Un rituale, quello della lucidatura dei sassi, un lavoro di cura che porta alla luce l’essenza della stessa pietra, che si riappropria di una luce permanente e duratura.

E il resto del romanzo è una storia di apparizioni: una invisibile Visitatrice che avvolge la vita del nuovo padrone di casa in un pulviscolo di misteriosi accadimenti, coincidenze, sortilegi e Rocio, una donnetta peruviana sciatta e sfrontata, una limpiadora particolarmente incapace di pulire, che piuttosto “sparge sciatteria”, una Mary Poppins della desolazione, ribattezzata la Degenerata. Accanto a lei una sua lontana parente, un’irresistibile semi-prostituta dall’improbabile nome di Paradisa, dalla pelle sempre “sudata e vanigliata”, pigra e appagata, dalla “sussurrante mitezza”, ribattezzata una “ Gatta Morta” con cui il padrone di casa condivide un “carattere tiepido” e una speciale “intimità televisiva” più che sessuale.

Un via vai di personaggi, non tanti in verità, figure del presente e del passato, tra cui spicca lo zio Ninetto attraverso cui impara “che l’amore è merce gratuita, inutile sforzarsi di guadagnarselo “.

E poi c’è la Roma del quartiere bene della casa del mago, che appare in un clima trasognato e anacronistico col suo fascino, le strade belle e silenziose su cui si affacciano ambasciate e cliniche circondate da giardini dove la brutalità della città sembra attenuarsi .(pg.78)

Accanto all’Emanuele bambino e ragazzo dei ricordi infantili (irresistibile il Prologo), troviamo l’Emanuele adulto che si interroga e ci coinvolge, mai supponente, sempre pronto a mostrare le proprie debolezze, i propri vizi, senza autocommiserazione ( “mi accontentavo di vivere come la pianta del cappero su un muro di pietre”). E nessun parricidio simbolico, tanta tenerezza e amore verso quel padre così “ diverso” e misterioso a cui ha voluto un gran bene .

Un libro strano, non catalogabile che mi sono goduta per tutte le 244 pagine. Intimo, divertente, dai toni lievi, conversevoli e quasi umoristici (impagabile , ad esempio, l’episodio in cui nei dedali di Venezia il piccolo Emanuele si accoda all’impermeabile del padre, sempre distratto, per alla fine scoprire d’essersi attaccato tutto il giorno al “trench sbagliato”), dotato di una serpeggiante, diffusa ironia, capace di risucchiare il lettore in mille segreti e rivoli “magici” come il personaggio narrato. Così, mentre leggi, ti senti preso per mano e accompagnato come durante un giro di giostra da cui non vorresti mai scendere, in cui si entra e si esce dai sogni. Tra dettagli, precisazioni, il racconto si allarga, divaga, torna indietro, si snoda, si arricchisce, diventa una rete in cui si cade letteralmente dentro.

Scritto benissimo in una alternanza di registro con veri e propri salti, dalla nostalgia all’humor raffinato, Trevi ci prende in contropiede col linguaggio, ci sorprende, gioca con le parole, verso cui fa stesso lavoro del padre con i sassi , parole che , da opache, logorate dall’uso, levigate a dovere, ritornano a sprigionare bellezza.

Un libro intimo che è autobiografia, ricca di toccanti ricordi del padre ma è anche carico di riflessioni profonde tra divagazioni e domande, con ampie escursioni su temi e personaggi della cultura novecentesca. L’autore ci conduce per questi labirinti alla ricerca di se stesso e di qualcosa che forse è l’anima individuale, forse un tentativo di sintonia con l’anima del mondo. Siamo stranieri sulla terra e quindi non conosciamo la strada, e illusione fatale è credere “di appartenere totalmente a questo mondo, di non provenire da nessun’altra parte”. E abbiamo bisogno di “guaritori”, come Mario Trevi, come Ernst Bernhard, l’analista di Federico Fellini, di cui pure il libro parla. Come di momenti in cui tutto sembra coincidere e realizzarsi e sul palmo affaticato della mano appare “la pietra preziosa dell’attimo, la risposta invocata da tutte le domande”, quando splende intatta la realtà “come il più terso dei diamanti” e le ombre paiono dissolversi.

Non esagera Antonio Scurati nel definire questo libro “un incantesimo del figlio del mago, anche lui mago”

Recensione di Mariapia Galluppi

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