IL CROLLO DELLA MENTE BICAMERALE E L’ORIGINE DELLA COSCIENZA Julian Jaynes

IL CROLLO DELLA MENTE BICAMERALE E L’ORIGINE DELLA COSCIENZA

IL CROLLO DELLA MENTE BICAMERALE E L’ORIGINE DELLA COSCIENZA, di Julian Jaynes

“Io sono in me”

Lo confesso.
A volte in libreria mi piace scegliere libri dal titolo molto astruso, giusto per darmi un tono da gran intellettuale “sbraga-verze”, sfilando poi fra gli scaffali col mio tometto in mano, ostentato solennemente con enigmatico ghigno neo-brežneviano dell’ultima ora.

Un po’ lo faccio anche per il gusto di vedere la faccia che farà il tizio alla cassa.

Ma stavolta credevo di aver proprio esagerato.

La mia scelta infatti è caduta su “IL CROLLO DELLA MENTE BICAMERALE E L’ORIGINE DELLA COSCIENZA”, un saggio di antropologia psicologica (se così possiamo dire), scritto nel 1976 da JULIAN JAYNES (1920-1997).

Quando ho cominciato le prime pagine tuttavia, mi sono reso conto di non aver esagerato per niente.

A dispetto infatti del titolo in apparenza contorto e oscuro, il testo si rivela molto lineare, argomentato con sapienza espositiva, e in grado di tener alto l’interesse del lettore (forse con qualche calo d’intensità e rallentamenti solo nelle parti in cui si addentra fra prove storiche e documentali delle proprie tesi).

IL CROLLO DELLA MENTE BICAMERALE E L’ORIGINE DELLA COSCIENZAE non potrebbe essere altrimenti, perché Jaynes (insegnante all’università di Princeton dal 1966 al 1990) si occupa di una della più umane fra le peculiarità dell’uomo. Anzi, forse proprio di quella in virtù della quale possiamo effettivamente definirci umani: la coscienza di sé.

Cosa vuol dire avere consapevolezza di se stessi come individui? Come si è formata, storicamente e psicologicamente, tale consapevolezza?

Padroneggiare una concezione definita di sé, significa possedere quella capacità di auto-osservarsi, quasi come se si avesse di fronte un altro soggetto.

Quando considero me stesso, è come se imbastissi un racconto interiore, nel quale narratore, soggetto descritto e ascoltatore, coincidono tutti con la medesima persona: io.

Ho coscienza di me, quando, per così dire, divento “terzo a me stesso”.

Questa non è una prerogativa presente nell’uomo da sempre, ma una conquista evolutiva della mente (dell’animo?), acquisita con gradualità molto lenta, nei millenni.

L’uomo si distingue dall’animale soprattutto per la capacità di scegliere.

La scelta a sua volta non può avvenire senza coscienza di sé, senza sapersi guardare in un contesto di alternative possibili, ossia senza saper inquadrare se stessi in quel racconto dal triplice “narratore-protagonista-ascoltatore”, tutti condensati in un unico “io”.

Se è vero, come ormai è accettato sia vero in base all’evoluzionismo, che le nostre origini hanno radici animali, ci dev’essere stato allora un passaggio dalla pura istintualità, a un superiore grado di capacità di scegliere con consapevolezza.

Jaynes ipotizza che il nostro primordiale status di animali gregari, ci inducesse a una originaria condizione “esistenziale-decisionale” basata sulla introiezione di una volontà collettiva del branco di appartenenza.

I nostri antenati primitivi non sapevano ancora agire per libera scelta consapevole, ma in qualche modo si uniformavano agli imperativi del gruppo, assunti come direttive interiorizzate, ai fini della sopravvivenza.

Questa condizione di “automatismo mentale”, secondo il cuore della teoria di Jaynes, si specificò e “specializzò” in una sorta di doppia “compartimentazione interiore”, supportata anche da prove anatomiche e fisiologiche riguardanti la conformazione del cervello (da cui l’espressione “mente bicamerale”).

Per dirla in termini molto semplificatori, nella mente dell’uomo preistorico funzionavano due reparti: uno impartiva i “comandi”, mentre il secondo li eseguiva.

In questo quadro, la consapevolezza di sé era ancora molto nebulosa, se non praticamente inesistente.

Il cammino verso la coscienza individuale fu lunghissimo, e straordinari indizi del precedente stato “bicamerale” si trovano nella mentalità dell’uomo omerico (Iliade e Odissea), o in diverse epopee poetiche ed eroiche di altre civiltà (ad esempio anche nella Bibbia, o nella tradizione babilonese).

Il “sentire le voci” degli dei, o di un Dio, non consisteva dunque solamente in un’espressione metaforica-figurata, ma faceva parte dell’esperienza comune effettiva di quell’umanità “pre-consapevole”.

A questo punto, va precisata una cosa: Jaynes non è certo uno che si fa pregare a “spararle grosse”. Nel senso che le sue ipotesi sono molto cariche di fascino, anche se la comunità scientifica non le ha sempre accolte propriamente “a braccia aperte”.

Però la cosa fondamentale, alla fine, è che questo libro sprizza onestà intellettuale da ogni sillaba.

Jaynes non accampa pretese di rifilare verità stabilite, ma argomenta ogni volta in modo molto puntuale quelle che in ogni caso propone sempre come ipotesi.

Alla fine ne risulta un racconto storico, antropologico e psicologico, appassionante, intelligente e molto stimolante sul piano culturale, che contempla, non da ultime, anche interessantissime considerazioni sulla funzione e sul senso del linguaggio, nell’ambito di questa affascinante avventura di conquista della coscienza.

Recensione di Angelo Gil Balocchi

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