IL CONSOLATORE Jostein Gaarder

L'ISOLA DEI SENZA MEMORIA Yoko Ogawa

IL CONSOLATORE, di Jostein Gaarder

Dopo aver letto con piacere “Il mondo di Sofia” e “L’enigma del solitario” non potevo non leggere questo romanzo. Jostein Gaarder ha, a mio avviso, un modo di scrivere cosi ingegnoso che cattura l’ attenzione sia per come imbastisce la trama, sia per i temi trattati e sia ancora per lo stile limpido e genuino tipico delle persone erudite.

IL CONSOLATORE Jostein Gaarder Recensioni Libri e News Unlibro Gaarder ha l’abilità d’ intrecciare argomenti specifici, in questo caso la filologia e l’etimologia delle parole, con i grandi interrogativi dell’esistenza, nel caso specifico con il comunissimo e contraddittorio sentimento della solitudine.
L’outsider Jakop è un uomo particolarmente bizzarro, una persona eccentrica che alcuni, a suo dire, lo definiscono addirittura un mostro.

Ma Jakop è soltanto e solamente un uomo solo, un estraneo che non fa parte di una trama sociale perché non appartiene a nessun gruppo “non ho figli o nipoti, né fratelli o sorelle o genitori vivi”, tuttavia possiede l’abilità nel creare storie di presunte amicizie “ma ho parole vive che escono dalla mia bocca, e in loro posso vedere chiaramente un vero e proprio pullulare di parentele che coprono tutta l’area linguistica indoeuropea dall’Islanda allo Sri Lanka, e per di più per un periodo storico che si estende su oltre seimila anni” .

 

Le stranezze del nostro professore poggiano le basi in un profondo senso di alienazione involontario,  lo trascinano nella mancata aggregazione sociale e si manifestano nel suo alter ego Pelle e nei suoi presunti legami d’amicizia con illustri defunti.

“…mi piacciono le madri e i padri, i figli e le figlie, i cognati e le cognate, i cugini e le cugine, i nipoti e le nipoti,le zie e gli zii. Godo del calore e del senso di appartenenza che provo trovandomi in prossimità di questi legami famigliari. Assaporo tutti i ruoli e le relazioni e mi scopro a invidiare quelli che vengono dal di fuori e tutt’a un tratto vengon fatti entrare tra quegli indistruttibili legami famigliari”

Originale la trama anche se, devo ammetterlo, alcuni passaggi non hanno la stessa intensità dei due romanzi sopracitati e il finale lascia alquanto a desiderare: l’autore sembra aver forzato la mano con la storia di Agnes, la psicoterapeuta che il protagonista incontra nella veglia funebre della sorella di lei e con la quale imbastisce uno strano rapporto epistolare.

E spesso la figura di Jakop non suscita alcuna compassione a causa della sua insistente ricerca dei legami linguistici.
Nondimeno l’amico intimo, Pelle, è di una stravolgente dolcezza che inevitabilmente irradia il solitario e strambo pRotagonista: del resto non potrebbe non farlo!

 

Cosi vediamo un uomo nerovestito consolare e consolarsi nel raccontare storie di gente mai conosciuta, un professore parlare con se stesso in una ricerca ossessiva dei legami tra quelle parole che hanno una storia lungo il vagabondare di popoli erranti.

Recensione di Patrizia Zara

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