LE LETTERE MAI ARRIVATE Mauricio Rosencof

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LE LETTERE MAI ARRIVATE, di Mauricio Rosencof (Nova Delphi libri)

L’autore è nato nel 1933 da genitori ebrei polacchi che erano emigrati in Uruguay.

È stato dirigente del movimento dei Tupamaros ed è stato arrestato nel 1972 e tenuto prigioniero per 13 anni; durante la prigionia lui sopravvive scrivendo “la lettera mai arrivata “ in cui rievoca il passato ed è un modo di sopravvivere al carcere grazie al potere dei ricordi.

Le lettere mai arrivate

È la strategia di resistenza che l’autore ha messo in atto per sopravvivere alla dittatura ed alla prigionia, nella lettera riprende il filo di un discorso familiare devastato dall’emigrazione, dall’esilio, dallo sterminio nazista e infine dalla dittatura uruguaiana.

Rosencof compone in cella questa lunga lettera al padre, una lettera che non arriverà mai al destinatario e che non sarà mai letta, la scrive utilizzando cartine di sigarette e pezzi di giornale e raccontando l’orrore riesce a riannodare il filo della sua famiglia, della storia di una generazione, della tragedia di milioni di persone coinvolte nella follia nazista.

 

Rosencof in questo libro ripercorre i momenti cruciali della sua infanzia e della perdita della libertà cercando di ritrovare una memoria che gli appartiene non solo per quanto riguarda vicissitudini sue biografiche ma soprattutto per mettere in risalto una storia le cui radici sono precedenti alla sua nascita.

L’autore ha paura di dimenticare e per questo scrive, si domanda perché non gli sono stati tramandati avvenimenti di cui vorrebbe essere depositario, vorrebbe che il padre gli avesse raccontato come si era innamorato della mamma, vorrebbe sapere se aveva avuto altre fidanzate, come vivevano in Polonia, cosa provavano quando abitavano luoghi dove l’yiddish era la lingua ufficiale degli esiliati.

 

Lui manifesta vivamente quanto sia importante la parola, la condivisione e il tramandare le storie, misura ogni parola che risultano cosi piene di fascino e di mistero. Ma protagonista è anche il silenzio, che è l’assenza delle lettere dei parenti rimasti in Polonia che racconterebbero l’arrivo dei nazisti, le deportazioni, la vita nei campi fino al silenzio.

È un libro da leggere perché è una storia di resilienza e di fede negli ideali; è in sostanza un inno alla vita .

“Gli ebrei suonano il violino e non il pianoforte perché i loro bagagli sono leggeri, se cerchi di sfuggire al pogrom non ti puoi portare appresso un pianoforte, monti sul carro e tra le gabbie delle galline e il baule del corredo sfoderi il violino e cominci a suonare……”.

Recensione di Marilena Ratto

 

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