GLI INTRAMONTABILI: AMATISSIMA Toni Morrison

GLI INTRAMONTABILI: AMATISSIMA, di Toni Morrison

 

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Cincinnati, Ohio. Una casa al numero 124. Tre donne, tre generazioni: la vecchia Baby Suggs, affrancata dalla schiavitù grazie al lavoro del figlio, la giovane Sethe, fuggita con i figli dalla tenuta in cui aveva vissuto da schiava, e la bambina, Denver, nata durante la fuga della madre e cresciuta sperimentando la schiavitù attraverso i ricordi e i racconti atroci delle altre due.

Poi c’è la casa, che è viva grazie a qualcuno che è morto: una casa “avvelenata” e “piena di rancore” che caccia via i due figli più grandi di Sethe facendo qualcosa che ognuno di loro pensa di non poter più sopportare. Baby Suggs muore dopo essersi messa a letto per anni a concentrarsi sui colori, uno alla volta, il blu il verde il giallo; muore prima di iniziare con il rosso.

Sethe e Denver continuano a vivere, evitando l’una i ricordi e l’altra le domande, convivendo con la casa, fino all’arrivo di un uomo che viene dal passato, dalla schiavitù nella tenuta di Sweet home; viene in visita e si stabilisce al 124, nel letto e nella vita di Sethe, cacciando (o almeno così sembra) il tormento dalla casa, che diventa una casa “normale”, così come “normale” sembra poter diventare la vita di Sethe e Denver.

Ma Paul D ha portato con sé il passato e Sethe è costretta a ricordare e a riempire i buchi della memoria aggiungendo ai suoi i ricordi dell’uomo, mentre Denver lo odia perché nella casa “liberata” si sente sola.

Un romanzo potente e atroce, raccontato con una narrazione frantumata, come frantumata è l’anima della protagonista Sethe, come frantumata è la sua vita, che il lettore ricostruisce pezzo dopo pezzo, raccogliendo le schegge dei suoi ricordi e dei suoi segreti: operazione questa – la ricostruzione – che ti obbliga a ferirti, a sporcarti di sangue, che ti taglia, lasciandoti cicatrici profonde.

Sethe cerca di insegnare alla figlia quello che sa della vita: che niente di ciò che è esistito muore o sparisce, che tutto continua ad esistere, lascia un’impronta di sé nei luoghi dov’è stato. Anche le case, gli oggetti, non solo gli esseri viventi: e noi possiamo percepirle, queste esistenze, magari credendo che siano ricordi – nostri o di altri – mentre sono reali, reali come le impronte di una manina che compaiono sulle torte sfornate da Sethe nella casa al 124 prima ancora che i suoi figli abbiano potuto annusarla.

Ma Sethe forse è pazza, e i pazzi non hanno niente da insegnarci.

Recensione di Alessandra Nieddu
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