DUE LIBRI A CONFRONTO: LE VERGINI SUICIDE Jeffrey Eugenides CARRIE Stephen King

Due libri a confronto
DUE LIBRI A CONFRONTO: LE VERGINI SUICIDE, di Jeffrey Eugenides e CARRIE, di Stephen King

Le Vergini Suicide, primo romanzo di Jeffrey Eugenides, è un libro che spiazza, che disturba, che commuove, che fa riflettere…molto…

L’ho letto per curiosità, volevo semplicemente conoscere meglio questo scrittore americano di origine greca, nato nel 1960 e vincitore del Premio Pulitzer 2003 con il suo secondo romanzo Middlesex, che ho riletto da poco e che mi ha fatto completamente innamorare del suo stile e della sua scrittura.

 

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Con Le Vergini Suicide ho conosciuto un altro Eugenides. Completamente diverso da Middlesex, dove ho trovato una prosa più concreta, più materica, più carnale, con ampi spazi di luce e sensazioni di ampio respiro.

Le Vergini Suicide invece è un libro disturbante, è una storia “strana” con un fascino misterioso e macabro e allo stesso tempo pieno di sensualità, dove c’è poco di sessualmente esplicito e tanto di immaginato.

E’ la storia di cinque sorelle adolescenti, Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese Lisbon, che si tolgono la vita tutte nell’arco di un anno.

 

 

Questa tragedia viene raccontata da un punto di vista corale, un gruppo di coetanei, vicini di casa e compagni di scuola, a distanza di anni.

La cosa che sorprende e affascina è il fatto che Eugenides non si sofferma sul dolore, la disperazione o le ragioni del gesto.

Mi ha fatto vivere accanto alle sorelle Lisbon, mi ha permesso di vederne i gesti, le movenze, gli sguardi spesso persi nel vuoto, i loro vestiti sformati, i loro meravigliosi capelli biondi. Le ho seguite mentre andavano a scuola, mentre si chiudevano tutte insieme in bagno per sfuggire ad una mamma bigotta e rigida e ad un padre praticamente inesistente, debole e senza carattere. Ho partecipato alla loro prima festa, nella cantina di casa, e le ho viste danzare al grande ballo di fine anno, quando finalmente si sono sentite parte di una comunità. Ho seguito gli infermieri e i portantini delle ambulanze che hanno visitato casa Lisbon cinque volte in un anno e ho sentito l’odore di muffa che ad un certo punto ha invaso casa loro, diventata ormai una sorta di bara.

Dalle prime righe ho inevitabilmente ricordato un altro grande libro che parla dei drammi giovanili e di un certo tipo di America degli anni ’70, quella del finto perbenismo, dell’ottusità di una società falsamente moralista che non riesce a guardare oltre.

“Ciò che la mia yia yia non ha mai compreso dell’America è perché tutti fingono di essere felici sempre e comunque.”

Sto parlando di Carrie di Stephen King.

 

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Anche in questo romanzo la protagonista è una ragazzina “strana”, al di fuori degli schemi, quasi completamente estraniata e rifiutata dai suoi compagni, con una madre ottusa, eccessivamente fanatica della religione, bigotta e rigida che la cresce con un contorto e malato senso del pudore e del peccato, che la fa sentire sempre inadeguata, che la soffoca, che la punisce in continuazione per colpe inesistenti o senza senso.

Pur nella loro somiglianza, ho trovato elementi di diversità tra le due storie:

 

 

il Re ha concesso a Carrie un’arma, un superpotere, la telecinesi. Carrie alla fine della sua breve vita esplode in un big bang apocalittico che distrugge e purifica tutti e tutto. Carrie è movimento, Carrie è trasformazione, Carrie è azione che si ripercuote su tutto ciò che la circonda, compresa sé stessa.

Certo, soccombe anche lei ma il suo è quasi un reset di liberazione e di successiva possibile rinascita.

Inoltre nei romanzi di King difficilmente si resta completamente al buio, il Re ci mostra sempre un piccolo spiraglio di luce. C’è il buio iniziale, ma non c’è mai un senso totale di soffocamento, di claustrofobia, di male definitivo.

Il romanzo di Eugenides invece non mi ha fatto respirare. Tutto è pervaso da un alone di mistero con connotazioni negative, tutto è in sfacelo, in decadimento, il mondo delle sorelle Lisbon viene avvolto da una nebbia impercettibile e nauseabonda e da atmosfere macabre.

 

 

Le sorelle Lisbon, a differenza di Carrie, non hanno nessuna arma, loro hanno semplicemente loro stesse.

Cinque sorelle, apparentemente tutte molto simili, bellissime, diafane e terribilmente misteriose.

In realtà dentro ad ognuna di loro c’è un mondo diverso, un diverso modo di volersi ribellare alla realtà illusoria e falsa che le circonda.

“Tutto ciò che vogliamo è che ci lascino vivere”

Loro, al contrario di Carrie, implodono, si accartocciano su loro stesse, svaniscono anche dai ricordi di chi le ha conosciute e tutto il loro mondo marcisce e imputridisce, lasciandoci sgomenti, attoniti e profondamente turbati…

“Si erano uccise davanti allo spettacolo delle nostre foreste in agonia, dei lamantini mutilati dalle eliche quando salivano in superficie a bere dalle canne per innaffiare; si erano uccise alla vista dei vecchi pneumatici accatastati in mucchi più alti delle piramidi; si erano uccise per l’impossibilità di trovare un amore che nessuno di noi avrebbe mai potuto essere. In definitiva il tormento che aveva dilaniato le sorelle Lisbon metteva in luce un puro e semplice rifiuto razionale di accettare il mondo così come era stato loro tramandato, con tutte le sue pecche”.

Buona lettura!

Di Cristina Costa

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