DUE Irène Némirowsky

DUE, di Irène Némirowsky

Ho avuto la sensazione che la Némirowsky abbia dato il meglio di sé in Suite francese; forse avrebbe prodotto capolavori ancora più grandi se la sua vita non avesse avuto il tragico epilogo che ebbe.

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La capacità di cogliere le ombre dell’animo umano, nell’opera più nota, resta profonda, ma si addolcisce, diventa meno tagliente.

Qui, in Due, la giovinezza è cinica, la vita adulta un abisso di solitudine, l’infanzia è selvaggia, l’amore un groviglio di crudeltà reciproche posto sotto una luce così nitida da sembrare innaturale.

Anche la famiglia è un nido di vipere e solo qualche illusorio ripensamento tardivo la fa apparire meno spietata, ma forse solo per stanchezza.

 

Alcuni personaggi si avviano alla distruzione o all’autodistruzione, talvolta con una sorta di noncurante indifferenza. Solo nelle ultime pagine si raggiunge quell’attenuazione della violenza psicologica che mi sembra caratterizzi almeno alcuni personaggi di Suite francese.

È la realtà oppure la mia memoria, come quella dei protagonisti di Due, ha sfumato le tinte col passar del tempo?

Recensione di Maria Cristina D’Amato

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