Abbiamo intervistato Adriano Morosetti e approfondito il suo ultimo romanzo “Sarà come morire”
Intervista n. 296

1 Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Come ci presenterebbe il suo nuovo romanzo “Sarà come morire“?
Sarà come morire è un noir ambientato a Sanremo, nell’estate del 1994, quella dei mondiali statunitensi. Quello che mi interessava era raccontare ciò che resta quando si spengono le luci dell’Ariston: una città di provincia attraversata da denaro, relazioni di potere e lunghi silenzi.
La storia parte da un fatto di sangue: nell’estate del 1994 tre ragazzi della “Sanremo bene” vengono trovati uccisi al Paraíso, la discoteca più esclusiva della Riviera.
A indagare è Arturo Ferretti, un giornalista in crisi che torna nella sua città e si accorge molto presto che cercare la verità significa scontrarsi con equilibri che nessuno vuole davvero mettere in discussione.

2 Questo è il secondo lavoro con protagonista Arturo Ferretti. Come è nato questo personaggio e quali sono i suoi tratti distintivi?
Scrivo cartoni animati per la Rai, un mestiere che amo. Ma lavoro in un mondo molto controllato, con editor molto attenti a ogni dettaglio. Pochi mesi prima di scrivere il mio primo romanzo, per esempio, mi avevano bocciato una scena perché una volpina e un orsetto brindavano con due frappé: secondo loro richiamava troppo l’alcool.
A quel punto ho capito che avevo bisogno di scrivere qualcosa di mio. E la prima cosa che ho deciso è stata che il protagonista avrebbe bevuto, fumato e magari indagato su qualche omicidio. Così, un po’ per reazione, è nato Arturo Ferretti: un personaggio libero di essere imperfetto, contraddittorio e anche un po’ autodistruttivo.
Allo stesso tempo ho cercato di tenermi lontano dal cliché dell’investigatore tormentato che vediamo in tanta fiction. Ferretti non è un poliziotto né un detective: è un giornalista di una sfigata rivista di gossip che si ritrova a indagare quasi per caso. Mi interessava raccontare un personaggio più umano, pieno di contraddizioni, che spesso sbaglia ma continua a fare domande.
3 Anche se dopo due storie è un discorso un po’ prematuro, in cosa sente sia evoluto il suo personaggio e quali aspetti a suo dire rimangono ancora nell’ombra e potranno riservare sorprese in futuro?
Con Ferretti non ho mai avuto l’idea di costruire un arco troppo programmato: spesso lo ritrovo semplicemente seduto al Nostromo, il bar del suo amico Leo, a bere troppo e da lì vediamo cosa succede.
Di sicuro però qualcosa è cambiato. Nel primo romanzo Ferretti portava addosso molto rancore verso la sua città, verso Sanremo e verso alcune scelte del passato. In questo secondo libro quel rancore si è un po’ attenuato e, paradossalmente, questo ha reso la sua vita leggermente più sopportabile.
Allo stesso tempo, però, ricompare Laura, il grande amore della sua vita, e questo riapre una parte della sua storia personale che non è affatto risolta. Insomma, credo che Ferretti continuerà a portarsi dietro una certa inquietudine. È parte di lui.
4 A differenza della prima avventura questa nuova si svolge in una stagione lontana dal Festival, in quel periodo in cui Sanremo sembra scomparire da un punto di vista mediatico, eppure il titolo riprende un verso di un celebre classico della Kermesse- come il precedente del resto- e questo dà l’idea che la città sia sempre in qualche modo legata a quella manifestazione. Cosa pensa a riguardo?
Il titolo Sarà come morire riprende un verso della canzone “E poi” di Giorgia, presentata proprio al Festival di Sanremo del 1994, l’anno in cui è ambientato il romanzo. È un piccolo gioco che ho iniziato già con il primo romanzo: Il breve mestiere di vivere era un verso di Mistero di Enrico Ruggeri, la canzone che vinse il Festival del 1993. E probabilmente succederà lo stesso anche con il terzo libro.
Detto questo, il mio obiettivo non è raccontare il Festival, piuttosto il contrario. Mi interessava raccontare Sanremo quando le luci dell’Ariston si spengono, quando la città torna a essere quello che è davvero: una provincia con molto denaro, rapporti di potere molto forti e lunghi silenzi.
Il Festival è un’immagine potentissima, ma anche un po’ ingombrante. In qualche modo finisce per schiacciare tutto il resto. I miei romanzi provano a spostare lo sguardo proprio lì: sulla città che esiste per tutto il resto dell’anno.

5 In entrambi i romanzi la polizia tende a bollare tutto come incidenti o a cercare facili colpevoli. Senza farlo apposta viene naturale pensare al “pasticciaccio” compiuto nella mal gestione del caso “Tenco”. C’è qualcosa di quella tragedia che l’ha in qualche modo ispirata? E a distanza di anni cosa pensa di quel fatto?
In realtà nei romanzi non ho mai pensato alla polizia secondo il cliché della polizia corrotta o incapace. Nel primo libro sembra davvero che si tratti di un incidente. Nel secondo entra in gioco un meccanismo diverso: quello di una città dove esistono equilibri molto forti e dove spesso si preferisce non scavare troppo a fondo. In qualche modo anche la polizia finisce per muoversi dentro quel sistema.
Per quanto riguarda Tenco, devo dire che è un caso che torna spesso nelle domande dei lettori durante le presentazioni. Paradossalmente, però, non è qualcosa che fa davvero parte del vissuto quotidiano della città. È piuttosto uno di quei casi in cui un avvenimento accaduto a Sanremo si innesta direttamente nell’immaginario collettivo nazionale, quasi scavalcando quello reale dei cittadini. Ed è un meccanismo abbastanza particolare: non è così comune che una città di cinquantamila abitanti produca eventi capaci di sedimentarsi così profondamente nell’immaginario.
Se poi si guarda alla storia della città, non è nemmeno così sorprendente. Sanremo è sempre stata un luogo dove succedevano cose che sembrano uscite da un romanzo: negli anni della Belle Époque era una vetrina internazionale, con spie, amanti, affari oscuri legati al Casinò, omicidi, perfino la morte violenta di un sultano. In fondo è anche per questo che mi sembrava un ambiente perfetto per ambientare delle storie noir.
6 Volendo guardare in generale alla sua proposta narrativa, cosa la spinge a scrivere e a scegliere il Noir come genere letterario? E quale può essere il valore di questa forma narrativa in una realtà dove spesso intrighi piccoli o grandi restano senza un finale?
Quello che mi interessa raccontare, in fondo, sono i meccanismi che regolano una comunità: il potere, il denaro, i silenzi, le relazioni tra le persone. Il noir mi sembra uno strumento molto efficace per farlo, perché il crimine diventa una specie di crepa che rivela quello che normalmente resta nascosto.
Quando succede qualcosa di violento o di inspiegabile, un sistema inizia a scricchiolare e improvvisamente si vedono meglio le sue regole, le sue ipocrisie, i suoi equilibri.
Per questo mi interessa soprattutto il noir ambientato in provincia. In una grande città tutto tende a disperdersi, mentre in una comunità più piccola i rapporti sono più stretti e i conflitti emergono con più chiarezza.
E poi il noir ha anche un altro valore: non promette sempre una soluzione rassicurante. A volte serve proprio a raccontare quelle storie in cui la verità rimane incompleta o scomoda, un po’ come succede spesso nella realtà.
7 Viene naturale chiederle se ha già in cantiere possibili nuovi sviluppi del suo personaggio e se non le piacerebbe tentare nuove strade?
Sì, Ferretti tornerà sicuramente: ho già in mente un terzo capitolo, che sarà anche l’ultimo. Mi piace l’idea di accompagnare un personaggio per un tratto di strada preciso, senza tirarlo avanti per inerzia.
Allo stesso tempo sto già scrivendo un altro romanzo che non c’entra con lui e non è un noir. Leggo di tutto, amo libri e film molto diversi tra loro, quindi mi sentirei un po’ limitato se restassi sempre dentro il meccanismo dell’indagine, per quanto il noir mi interessi soprattutto come strumento di osservazione della realtà.
Credo che per uno scrittore sia naturale voler cambiare prospettiva, tono, perfino temperatura narrativa. Poi magari torno al noir, ma non vorrei mai che diventasse una formula.
8 Oggi comunicazione e confronto/scontro passano sempre più spesso attraverso i Social. Qual è il suo rapporto con questa realtà?
Il mio rapporto con i social è un misto di rispetto e odio. Da una parte sono consapevole che oggi il lavoro dello scrittore non può limitarsi a scrivere romanzi: bisogna anche saperli raccontare e promuovere, tra presentazioni, interviste e naturalmente social. È giusto che sia così, anche perché il mondo editoriale è saturo.
Dall’altra parte però vivo anche una certa frustrazione. Il romanzo nasce dal tentativo di restituire la complessità: dei personaggi, degli ambienti, delle relazioni. I social invece spesso funzionano sulla semplificazione, sulla velocità, sullo scontro. In questo senso sono quasi l’opposto di quello che cerco di fare quando scrivo.
Per questo trovare un linguaggio e uno spazio autentico sui social, almeno per me, non è sempre facilissimo.
9 Un’ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità. In genere si tende ad associare la città di Sanremo ai fiori, al Casinò e al Festival, per lei che ci è nato e cresciuto quali sono gli aspetti più importanti di questa città e cosa la rende teatro ideale per dei romanzi gialli?
Con il primo romanzo mi interessava mostrare una Sanremo diversa dalla cartolina festivaliera: non solo le luci dell’Ariston, ma anche le ombre che esistono dietro quell’immagine scintillante. Sanremo è una città di provincia, ma con un giro di affari enorme, tra turismo, grandi eventi e interessi economici. E dove circolano molti soldi, inevitabilmente nascono anche tensioni, rapporti di potere e conflitti. Da questo punto di vista è un ambiente perfetto per il noir.
In questo secondo romanzo ho cercato di aggiungere un altro elemento che per chi è nato e cresciuto lì è molto evidente: il classismo. Sanremo è una città nata per i ricchi. Nell’Ottocento era un piccolo paese di pescatori che in pochi anni si è trasformato nella capitale della Belle Époque, costruita per ospitare aristocratici e grandi famiglie europee in villeggiatura. E siccome i ricchi si annoiavano, ecco spuntare stabilimenti balneari, teatri, cinema, locali di lusso. E, ovviamente, il Casinò, Questa origine ha lasciato un segno molto forte nella città.
C’è una battuta che mi piace molto, di uno storico di Sanremo: la fortuna della città è stata la tubercolosi. Molti ricchi venivano a curarsi in Riviera, e da lì è iniziato tutto.
Intervista di Enrico Spinelli
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