SARÀ COME MORIRE La lunga estate nera di Sanremo Adriano Morosetti

SARÀ COME MORIRE. La lunga estate nera di Sanremo, di Adriano Morosetti (Mursia – febbraio 2026)

 

 

«A Sanremo la luce inganna: è nelle ombre che si vede chi sei davvero.»

“Sarà come morire” conferma l’universo narrativo di Adriano Morosetti, che torna a mettere in scena il suo immancabile Arturo Ferretti. Un personaggio che ormai è più un marchio di fabbrica che un uomo in carne e ossa: giornalista ai limiti, quasi baudeleriano, che sopravvive a hamburger, birra e whisky con una resistenza fisica che sfiora il miracoloso. Ci si chiede spesso come faccia a rimanere lucido, o semplicemente in piedi; e, davanti alle sue bevute fuori controllo, viene spontaneo domandarsi quale misterioso equilibrio lo mantenga ancora presentabile, nonostante la dieta da autodistruzione e le notti sfinite.

L’ambientazione è una Sanremo anni Novanta, non quella patinata da cartolina, ma una Sanremo laterale, in penombra, dove i bar hanno più memoria delle persone e il fumo delle sigarette sembra un personaggio aggiunto. Una città fatta di contrasti: il Casinò che luccica in facciata, le bische improvvisate nelle retrovie, qualche ombra di droga che scivola tra i vicoli senza mai diventare protagonista. Morosetti usa Ferretti per scrostare questa superficie scintillante e mostrarne il sottosuolo umano. L’intenzione è nobile, quasi poetica, anche se a tratti la mano si fa pesante: il tentativo di “andare oltre” diventa un insistere, un voler dimostrare a tutti i costi che dietro la vetrina esiste un mondo più vero, più ruvido, più fragile. Ma proprio in questa ostinazione c’è una sincerità che finisce per risultare quasi affettuosa.

La trama procede lungo binari già noti: notti, bar, solitudini, bicchieri pieni e dialoghi che sembrano usciti da un vecchio cinema americano, quello in cui gli uomini parlavano poco e pretendevano di dire moltissimo. È tutto riconoscibile, forse troppo: un déjà‑vu che Morosetti non tenta nemmeno di mascherare. Eppure, in questa ripetizione c’è una coerenza che diventa quasi un valore. Non tradisce mai il lettore abituale, né se stesso. Gira sempre lo stesso film, sì, ma lo fa con la sicurezza di chi conosce perfettamente il proprio territorio narrativo.

In questo paesaggio di ombre spicca Leo, il proprietario del Nostromo: non solo un amico, ma il rifugio di Arturo, l’unico luogo — umano prima ancora che fisico — in cui Ferretti può smettere di recitare la parte del duro e concedersi una tregua. Leo non ruba la scena, la sostiene. È la presenza che ancora Ferretti alla realtà quando lui stesso sembra scivolare via.

In definitiva, “Sarà come morire” è un ritorno a una Sanremo che non brilla, ma pulsa. Una Sanremo di retrovie, di tentativi di profondità che non sempre riescono, ma che almeno non mancano di coraggio. Molto è già visto, certo, ma qualcosa — forse proprio la sua ostinata ripetizione — continua a esercitare un fascino sottile, quasi involontario. E in questo viaggio anni Novanta, sporco, alcolico e testardo, Morosetti ha almeno un merito: non finge mai di essere altro da ciò che è.

Lo consiglio per una lettura simpatica, sostenuta da dialoghi fluidi e da una scrittura che, malgrado i temi forti e sporchi, rimane sorprendentemente pulita, capace di scorrere senza inciampi e di tenerti dentro la storia con una leggerezza che non ti aspetti.

 

Recensione di Patrizia Zara

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