UOMINI E NO Elio Vittorini

UOMINI E NO, di Elio Vittorini

Recensione 1

Nella sterminata letteratura che riguarda il periodo bellico dell’ultimo periodo ( settembre 1943- aprile 1945) un posto di rilievo merita Uomini e no, pubblicato nel giugno del 1945. Il libro, ambientato a Milano, occupata dai tedeschi, racconta la lotta clandestina dei partigiani.

Enne 2 il capo, Berta il grande amore, altri partigiani, fascisti, tedeschi e cani. Vittorini dedica parecchie pagine ai cani arrivando a considerarli con funzioni antropomorfiche. Il libro è composto da 136 capitoli molto brevi, 23 sono i capitoli scritti in corsivo, una bella novità nella struttura del romanzo. Nei capitoli “corsivi” c’è la riflessione di Vittorini che però fa parlare Enne 2.

 

 

L’autore fa un esame introspettivo ma nello stesso tempo rallenta il ritmo del romanzo, reso veloce dagli avvenimenti che si susseguono. Alcune periodi mi hanno colpito con frasi che vanno dritte a cercare il motivo dell’esistenza dell’uomo sulla terra.

L’amore tra Enne 2 e Berta, la figura di Selva e il bellissimo monologo sui rapporti di coppia. L’operaio che proprio nelle ultime pagine del testo riacquista consapevolezza e coraggio ma non completa il suo percorso. Una frase “una giornata della mia infanzia” che apre scenari immensi sulla vita e la considerazione di un partigiano ” Sì chiama guerra civile dove un fratello sta da una parte e un altro fratello dall’altra, dove potrebbero pure uccidersi, allora no guerra civile ma guerra incivile.

 

 

Un romanzo storico da leggere Grazie anche al linguaggio scorrevole ma non facile, molte metafore (la città nel deserto), (il sole del deserto splendeva sulla città invernale) (ossa di case erano nel deserto) ( non era come in Africa e neppure in Australia) e molte altre ancora. Sarebbe interessante capire questi trasferimenti di significato. Ps mi scuso per la lunghezza.

Recensione di Greco Carmelo

 

Recensione 2

Per quanto scritto all’indomani della Liberazione da un intellettuale dichiaratamente di sinistra, e malgrado sia una storia di lotta partigiana, questo libro non è, né vuole essere, una elegia della Resistenza. O almeno non solo.

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Direi che ha un intento invece meramente morale, con chiari riferimenti etici sulla natura dell’Uomo, e sul significato della propria esistenza, già dal titolo.

Questo infatti non sta a indicare una separazione, meno che mai è uno spartiacque tra buoni e cattivi, uomini definiti tali come sinonimo di buoni, perché combattenti nella Resistenza, o invece indicati come cattivi, perché inquadrati nelle truppe dell’occupazione tedesca e degli ultimi disperati ancora schierati con il fascismo.

Questo romanzo è un libro straordinario per l’epoca della sua pubblicazione, è avanti, in anticipo sui suoi tempi.

Precorre in forma romanzata, attraverso dei racconti di guerriglia nella Milano occupata degli ultimi tempi di guerra, conclusioni intellettive di filosofia morale.

 

 

Considerazioni stupefacenti, e terribilmente logiche, che saranno enunciate più tardi, in modo forse più esauriente ed esaustivo, all’indomani del processo di Norimberga, da valenti studiosi, un nome per tutti, Hanna Arendt, allorché vari pensatori discetteranno in tono più sapiente, a mente fredda, in proposito alla cosiddetta “banalità del male”.

Perché il male, ricordiamolo, è stupido, insensato, illogico, perciò è banale.

Se è banale, significa che è comune, alla portata di chiunque, qualsiasi uomo “normale” o no, può compierlo. Per questo è spaventoso.

Quello che rende lirico, intenso, addirittura onirico e teorico il romanzo, è con tutta evidenza lo stile con cui è redatto. Mirabile e magistrale insieme, unico, originale.

 

 

Da un lato le azioni e le considerazioni di Enne 2, il protagonista, un capo partigiano, le sue emozioni, i suoi pensieri, i suoi dubbi e le sue paure; dall’altro, e appositamente redatto in carattere corsivo, a beneficio del lettore, tutte le altre considerazioni, riflessioni, introspezioni su quei gesti e quei ragionamenti dette con il tono del narratore, di colui che spiega, che discetta, che ragiona.

In verità, non è l’autore, non è il narratore, è l’alter ego del protagonista stesso, la voce della sua coscienza, il suo io interiore che si interroga sulla giustezza e la logica di quanto sta accadendo.

Non è lui, ma sono tutti gli uomini, i veri protagonisti di questo romanzo di Vittorini.

Non è un libro della Resistenza e della Liberazione, è un libro che parla di Resistenza e di Liberazione per sottolineare l’assurdità della guerra, delle morti, delle divisioni, della violenza.

Della banalità del male.

Recensione di Bruno Izzo

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