COME NASCE IL VIGATESE, il dialetto inventato da Camilleri – DI PADRE IGNOTO Andrea Camilleri

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COME NASCE IL VIGATESE, il dialetto inventato da Camilleri – DI PADRE IGNOTO Andrea Camilleri

 

“Di padre ignoto” fa parte della raccolta di racconti che “la Repubblica” regala ai suoi lettori in questa strana estate impregnata di paure e sospensioni dovute al Covid. Sono frammenti di vita.

 

Di padre ignoto Camilleri

Personaggi che si stagliano all’orizzonte e ci indicano laggiù lontano il genio del loro creatore. In questo racconto la protagonista Amalia Privitera si emancipa dalle pagine e la vediamo muoversi accanto a noi. La sentiamo parlare e la sua bellezza ci riempie di gratitudine. Perché attraverso Amalia noi entriamo nel vivo di Vigàta. È sì un’invenzione Vigàta, una città immaginaria, eppure così frizzante, densa di emozioni, di dolori, i personaggi così ben delineati come le dinamiche dei rapporti interpersonali che il lettore ci s’immerge dentro e vi si muove a suo agio.

 

 

Il commissario Montalbano è il Commissario di Vigàta, appunto, il Commissario che tutti conosciamo, e le sue vicende hanno aperto a tutti gli italiani le porte della sua città. Lettori o telespettatori, ci sentiamo tutti un po’ abitanti di Vigàta. Come mai? Come mai Amalia la sentiamo, la vediamo e rimaniamo ammaliati dalla sua straordinaria purezza? Per rispondere a questa domanda, basterebbe nominare l’autore, la cui grandezza è ormai riconosciuta in tutto il mondo. Ma non basta. La sua più grande ‘trovata’ è il vigatese.

 

 

Aver inventato una lingua che sta a metà fra l’italiano e il siciliano. Così tutti lo possono capire. Una lingua che parli spontaneamente al cuore di tutti. Andrea Camilleri aveva occhi che scorgevano senza difficoltà i paesaggi adatti a contenere le trame che poi sono le storie dei suoi compaesani veri. Degli italiani veri. Dei lettori veri. Gli intrecci sono poi frutto della sua fantasia dove ricordi, si mescolano e si trasformano in vicende che diventano interessanti da raccontare, dove fondamentali sono il folklore e l’oralità oltre che la memoria.

 

 

Non tutti sanno che Andrea Camilleri iniziò la sua carriera di scrittore scrivendo poesie che rispettavano scrupolosamente le regole di composizione e usavano il linguaggio letterario italiano. Vinse premi, concorsi letterari, attirò l’attenzione di poeti famosi come Giuseppe Ungaretti, Ugo Fasolo, Salvatore Quasimodo. Poi con il tempo, la sua passione lo portò in teatro, e lì si accorse che la lingua della letteratura non era adatta alle opere che lui voleva scrivere. Così iniziò a lavorare per il teatro, dove scoprì le parlate popolari di Carlo Goldoni o di autori ancor più indietro nel tempo come Angelo Beolco, detto il Ruzante da cui imparò l’amore per il dialetto del mondo dei poveri dei contadini, degli sfruttati. Poi con autori come Gioacchino Belli e Carlo Porta scoprì l’uso letterario del dialetto, e da lì l’approccio nuovo alla scrittura e alla lingua per scrivere.

 

 

Ma il tocco finale, la spinta ulteriore che serviva a Camilleri per orientarsi al suo nuovo linguaggio, venne dal padre, in punto di morte all’ospedale. Il figlio cercò di distrarre il padre con una storia che non riusciva a scrivere in italiano e quindi non poteva pubblicare. Nel sentire queste difficoltà suo padre gli suggerì di scriverla come gliel’aveva raccontata, in dialetto. Da lì, Camilleri iniziò a pensare come trasformare quest’idea e iniziò a modellare la sua particolare lingua a metà fra un dialetto e una lingua. Dal racconto orale al racconto scritto, ci fu un duro lavoro di elaborazione. Le nuove opere in vigatese hanno una struttura basica iniziale in lingua italiana, dove poi via via si aggiungono i termini tratti dai vari dialetti siciliani comunemente parlati. Ma non solo.

 

 

La lingua di Camilleri rappresenta un vero e proprio caso di “plurilinguismo” in cui convivono parlate fra le più diverse, che a loro volta creano letteralmente un’altra lingua. Una lingua che assomiglia al dialetto, ma che non lo è. Ma come il dialetto è la lingua degli affetti, e serve per esprimere un fatto confidenziale, intimo, familiare. Come diceva Pirandello, la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto. Ecco Andrea Camilleri in questo è un maestro. Elimina le distanze fra l’oggetto, la parola scritta e la parola parlata. Fra l’autore, l’oggetto libro e il lettore. Consegnando alle sue opere una qualità unica. Che gli viene diritta dal cuore.

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