Una storia disturbante ma una scrittura sublime: LOLITA Valdimir Nabokov

Einaudi
Una storia disturbante ma una scrittura sublime: LOLITA Valdimir Nabokov

Una storia disturbante ma una scrittura sublime: LOLITA, di Valdimir Nabokov

“I romanzi sono congegni verbali che non alludono, che non rimandano, che non si prestano a essere mobilitati per interpretazioni che manomettono con troppa disinvoltura la trama di parole e di immagini tessuta dall’autore” Nabokov.

 

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Ho intrapreso la lettura di “Lolita” seguendo le indicazioni di Nabokov ossia non ho danneggiato il meraviglioso intrigo di parole, non ho oscurato la luce delle immagini, non mi sono persa nella libidinosa perversione del dotto professore ergendomi a sommo giudice, non ho né appiattito né esaltato la degenerazione del confessore sebbene ne respirassi l’aria malsana,  non ho dato gioco alla maliziosa Doroles, non sono caduta nella tentazione ipocrita del frettoloso, istintivo giudizio etico e morale. Il romanzo me lo sono goduta  meticolosamente, assaporando ogni “divino” particolare e mi è piaciuto tantissimo.

 

 

Il professore di francese Humbert nonché il narratore/confessore è un pedofilo, adora le “ninfette” morbide, tenere e bianche e  su questo non c’è alcun dubbio e nel suo mondo d’amore malato non merita alcuna giustificazione.
Lolita è una maliziosa adolescente, insoddisfatta e ribelle. Il fato vuole che si incontrano e da quel giorno il riservato, elegante,  scrupoloso professore non riesce più a dominare il prorompente, viscido istinto serpentino verso la nostra sensuale piccola Lolita che sembra godere dei soprusi subiti.

 

 

Ma al di là della trama che ha un suo non so che di torbido e di repellente, è Il testo, prosa elevata, poesia di immagini, sofisticati intrighi letterari e ironia raffinata, la forza del romanzo. L’oscenità riferita alla sfera sessuale non precipita mai nel volgare e nel rozzo istinto perché viene abilmente celata con i richiami di una edotta cultura storica e letteraria con cui il morboso, ossessionato professore si nutre e che abilmente gestisce e domina, tanto quanto lo rende schiavo e inerte quell’amore zoppicante, marcio e disgustoso per una bambina, la sua morbida ninfetta, dea tentatrice dell’istinto e del peccato.

Nabokov, con Lolita, si propone di indagare i lati più oscuri della sessualità, muovendo oltre la psicologia freudiana e l’eredità letteraria di D.H. Lawrence e di James Joyce.

 

 

Gli avvenimenti narrati dunque fanno quasi da sfondo perché Lolita è un romanzo decisamente “character driven”. Non sono gli avvenimenti a fare procedere la trama, ma la trama stessa è costituita dall’analisi interiore di Humbert. Le memorie dell’uomo sono un viaggio nelle profondità più oscure dell’animo umano, nelle sue ossessioni con tutto ciò che ne deriva. Nessuna evoluzione del personaggio attraverso le pagine, ma uno spaccato completo ed estremamente dettagliato della psiche di un uomo disturbato.

Quindi la lettura di “Lolita” deve essere affrontata senza pregiudizi e senza preconcetti:  il protagonista,  narratore e confessore  si giudica e condanna da sé.

Humbert vuole essere soltanto, ostinatamente, ripetutamente, ossessionatamente, esclusivamente ascoltato nel descrivere il suo mondo, la sua liquefatta realtà scannerizzata nei dettagli  e il suo modo sensoriale di concepire il suo amore anomalo.

L’intento di Nabokov non era tanto farci indignare quando regalarci un romanzo incredibilmente profondo, di grande elaborazione interiore stuzzicando la nostra eccelsa morale.
Buona lettura

Recensione di Patrizia Zara

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