PATRIMONIO Philip Roth

Patrimonio P. Roth

PATRIMONIO, di Philip Roth

“Devo ricordare con precisione, mi dissi, ricordare ogni cosa con precisione, in modo che quando se ne sarà andato io possa ricreare il padre che ha creato me. Non devi dimenticare nulla”

 

PATRIMONIO Philip Roth Recensioni Libri e News

 

Sono stati giorni particolari per la mia famiglia di provenienza, questi passati, quelli in cui perdi una persona cara: Ieri ho spolverato la libreria e mi è tornato tra le mani questo libro tanto amato e tanto mio, ricalca la mia personale esperienza di vita. Perché raccontare questo e ora? Solo perché di questo libro (nelle precedenti sistemazioni e pulizie) non avevo mai ritrovavo il commento. Lo avevo scritto a mano su un foglio ‘volante’ che si era nascosto e che è riemerso (guarda caso) proprio ieri, a ricordarmi il valore dei padri e dei padri quando muoiono.

Questo scrissi nel 2017 (ci ho messo sei anni per riuscire a leggere Patrimonio e per sei anni questo libricino è stato stanziale sul mio comodino)

Patrimomio – Philip Roth

La prima cosa che è balzata alla mia attenzione, oltre al titolo, è la foto di copertina. “La verticalità”, la linea maschile; intatta e felice, in ascesa, dalla nascita alla maturità. Philip, Sandy e Herman Roth. Quella stessa linea che in modo immanente e immane, ad un certo punto della vita si inverte. E anche il racconto acquista tutto un altro significato perché è la vita che acquista un altro senso.

 

 

All’inizio mi è sembrato di essere dentro un racconto scritto in modo incontrollato, non pianificato, un fiume di parole, ricordi ed emozioni a cascata. Quasi un discorso a braccio, ma non è così. In realtà tutto, ogni parola, ogni periodo ha un suo incastro, una sua meravigliosa composizione, un progetto evolutivo. Si nasce, si vive, si muore.

Patrimonio è un racconto, Philip Roth ne è la voce narrante. Lui, figlio e scrittore, che accudisce il padre anziano ormai deformato da un tumore al cervello. Il racconto ripercorre attraverso veri e propri flashback, il passato vitale, virile e di successo del padre Herman, descrive la storia della sua famiglia e delle radici ebraiche inserendole in quella dell’intera comunità ebraica emigrata, vessata e poi riscattatasi.

 

 

E’ un viaggio duro, corporeo e silente. Roth non ‘urla’ mai, ma con premura e attenzione delinea ogni personaggio familiare e della vita sociale, anche quello dell’incantevole ‘figura femminile’ moglie-madre che ad un certo punto nella voce di Herman diventa ‘Mammina, mammina, dove sei mammina?’.

La scrittura è piana, non ostentata, mai eccentrica o alla ricerca di retorica e finezze linguistiche. Roth arriva diretto all’interno del viaggio della vita, delle vicende familiari, della malattia, degli stati d’animo, del decadimento, di quel dolore che, per forza e per amore, tutti nella vita dobbiamo provare.

 

 

E con altrettanta convinzione racconta la forza, l’amore e la dedizione innati di un figlio verso un padre morente:
“Potreste dire che non significa molto per un figlio essere teneramente protettivo verso il proprio padre una volta che questi è senza forze e ridotto quasi a un lumicino. Posso solo rispondere che mi sentivo altrettanto protettivo della sua vulnerabilità quando io ero a casa e lui era forte e sano … Non era un padre qualunque, era il padre, con tutto ciò che c’è da odiare in padre e tutto ciò che c’è da amare”.

 

 

Questo è il ‘Patrimonio’, il lascito: il contatto tra le generazioni, tra quello che ci è stato dato dai padri e quello che diamo ai padri nel momento in cui il padre non può più dare, e questo comprende dover scegliere, dover raccogliere merda, dover imboccare, dover mettere fine a terapie, doversi sentire impotenti, fragili, addolorati, commuoversi difronte alla ciotolina e al pennello da barba. Il patrimonio è anche e soprattutto scegliere di ‘lasciarlo andare’. Patrimonio è trattenere quello che del padre ‘si è e si ha’.

“Il sogno mi diceva che, se non nei miei libri o nella mia vita, almeno nei miei sogni sarei vissuto in eterno come suo figlio piccolo, con la coscienza di un figlio piccolo, proprio come lui sarebbe rimasto vivo non soltanto come mio padre ma come ‘il padre’.

Recensione di Nunzia Cappucci

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