MEDEA VOCI Christa Wolf

medea Voci C. Wolf recensioni Libri e News UnLibro

MEDEA VOCI, di Christa Wolf (E/O)

Recensione 1

È difficile parlare di un personaggio come Medea. Soprattutto con uno sguardo contemporaneo. Per renderle giustizia, è necessario andare oltre millenni di storia, letteratura, cultura e media che l’hanno ingessata nell’immagine della selvaggia, straniera, taumaturga, infanticida. Non sono mai riuscita a vedere Medea così. Euripide, nella sua tragedia, colpisce anche me, lasciando dentro al mio cuore una ferita profonda. Ne parlo, ma nessuno mi capisce.

Tutti riconoscono Medea, come paladina e portavoce del diverso primitivo ancora in grado di dar voce ai propri sentimenti e alle proprie emozioni. E di solito l’infanticidio è visto come un gesto inevitabile, come unica risoluzione possibile nello scontro fra due mondi opposti, quello della ratio greca che porta saggezza, giustizia, governo, e quello della pazzia forestiera che, invece, invoca l’essere dei primordi, integro e selvaggio, capace soltanto di agire secondo l’intuito o l’istinto.

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Per me è un’aberrazione. Medea non può aver commesso un simile crimine. Incomincio a documentarmi. Scopro altre fonti, m’imbatto nella scrittrice tedesca Christa Ihlenfeld, nota con il suo cognome da sposata Wolf. La sua rivisitazione del mito mi riempie di gioia. Letteraria. Personale. Di riscatto. È il racconto che allontana dalla verità. Nel tempo si possono ascoltare più voci, anche discordanti fra loro. Ma tutte hanno il diritto di essere udite. Anche quelle messe a tacere perché alla fine dei conti, al potere costruito dagli uomini conviene attribuire le proprie colpe a una donna. La storia di Medea a noi nota è quella di Euripide che sembra essere stato corrotto per stravolgere i fatti. Christa Wolf infatti racconta un’altra Medea.

L’orrore dell’infanticidio è il risultato di una città impazzita, aizzata da meschini personaggi assoggettati al potere di turno. Robert Graves e altri prima di lui avevano già messo in luce quanto la tragedia di Euripide fosse stata strumentalizzata per rendere credibile la politica corinzia dell’epoca. Christa Wolf indaga e ci restituisce un’altra Medea. Senza però negare altre versioni. Le voci sono soggettive. A ognuno la sua. Ma almeno Medea, con Christa Wolf, canta la sua verità. Provenendo da una cultura matriarcale, non avrebbe mai potuto uccidere i suoi figli. Ed è questa traccia che seguiamo insieme alla Wolf nelle tante voci che scandagliano i fatti visti così da angolature diverse. Il romanzo è strutturato in undici capitoli, tutti monologhi, voci a sé stanti. In questo modo, i diversi punti di vista riescono a farci vedere la realtà dei fatti, prima che vengano modificati dalle parole degli altri per interesse, invidia, ignoranza o superficialità. Lo stesso Giasone dice: «Una volta Medea stette ad ascoltare quei canti insieme a me. Alla fine disse: di noi hanno fatto ciò di cui avevano bisogno. Di te l’eroe, e di me la donna malvagia. Così ci hanno allontanati l’uno dall’altra.» (p. 49) Ma se Medea non ha ucciso i propri figli non è nemmeno colpevole dell’altro crimine a lei attribuito: l’uccisione del fratello. È stato il padre a farlo uccidere. Per ragioni di troni e paure di perdite di potere. Christa Wolf ci mostra una Medea afflitta dalla morte del fratellino, in preda ai sensi di colpa. «Per non aver impedito questo, per averlo anzi favorito, ho contribuito alla tua morte.» (p. 83) E la Wolf va oltre, a Corinto, spinge Medea nei sotterranei del palazzo reale dove terribili segreti sono nascosti.

Come il regno della Colchide, anche quello di Corinto ha il suo infanticidio. Medea è tristemente consapevole che né la Colchide né Corinto sono società capaci di accogliere il diverso. In entrambi i luoghi, regna la sete del potere. Christa Wolf è particolarmente sensibile a questa tematica e vede nell’antica eroina della mitologia greca, un riflesso di quello che accade nel suo mondo, negli anni che precedono la scrittura del romanzo. La caduta del muro di Berlino, l’unificazione delle due Germanie hanno cancellato dalla storia la sorella minore e di poca importanza: la DDR sparisce e nessuno è intenzionato a sentire voci come quelle di Christa Wolf che ne parlano, ne difendono la storia e vorrebbero renderla nota. Una grande amarezza si coglie nelle parole finali, la voce è quella di Medea, ma riflette il pensiero dell’autrice: «io Medea, vi maledico. In quale luogo, io? È pensabile un mondo, un tempo, in cui io possa stare bene? Qui non c’è nessuno a cui lo possa chiedere. E questa è la risposta.» (p.188) Non c’è nessun Dio pronto ad accogliere le nostre speranze, nessuna religione e quel che è peggio, sembra suggerire la Wolf è che Dio o la speranza di un mondo migliore, in questa vita o in quella dopo la morte, sia stata definitivamente negata dalle azioni dell’uomo. È solo un riflesso, è vero, perché in “Medea”, la voce dell’autrice non si fa mai sentire, visto che sono i personaggi a parlare. Si può intuire, come abbiamo visto nelle parole di Medea, ma non solo, anche nelle citazioni in esergo ad ogni capitolo si possono cogliere tracce del suo pensiero.

Forse, c’è una spiegazione al costante inseguimento del potere e della guerra: «… gli uomini, esclusi dal generare vita che è esperienza esclusivamente femminile (esclusi dal segreto), trovano nella morte un luogo ritenuto più potente della vita in quanto la vita toglie.» (p.185 Adriana Cavarero, in “Nonostante Platone”). Danno la morte, perché non sono loro a dare la vita. Questo ‘difetto’ congenito li renderebbe incapaci di riconoscere la donna come altro da sé, e pur di non riconoscere le proprie colpe, li porterebbe a negare la verità. A difendere il potere. A mentire. Intrappolando nella loro sete anche altre donne, come Agameda, originaria della Colchide, un tempo allieva di Medea. Riconoscere e riportare le persone al genere, o al popolo di appartenenza non è però il modo di ragionare di Medea. Il suo pensiero non è irrigidito in schemi che rispecchiano il potere. E per questo è sempre più sola. E accanto a lei, sempre più voci sono riconducibili alla menzogna. La verità si riflette altrove.

E la sua ricerca è l’unico scopo della vita. Anche quando si paga con la morte. Per restituire dignità a chi ha lottato per la verità, è lecito pronunciare «un nome e, poiché le pareti sono porose, entriamo nel tempo di lei”. (p.14) Il cerchio della vita è identico oggi a quello di ieri: si rinnova nel vortice potente in cui nasce il mito, nonostante il tempo modifichi il racconto, poi la parola codificata s’infrange e rinasce autentica ogni volta che viene pronunciata. Medea. Una donna nuova, autentica, contemporanea.

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto

Recensione 2

Primo romanzo ascoltato nel 2020 e già sospetto che rientrerà tra i migliori dell’anno… Una folgorazione!

Quest’opera, che in realtà si rifà moltissimo allo stile teatrale degli Antichi, è una rilettura del mito di Medea pubblicato in lingua originale nel 1996.

 

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Sono sempre stata appassionata di miti greci ma, per una ragione o per l’altra, nel corso degli anni ho privilegiato altre passioni. Con questo libro invece è tornata in me la voglia di rileggere e approfondire tutto quello che riuscirò a trovare, prima fra tutti l’altra opera della Wolf… Cassandra!

Ho amato come l’autrice abbia saputo riportare in vita in modo così vivido una piccola parte – la città di Corinto- di un mondo così lontano nel tempo.

La cosa migliore però sono i diversi punti di vista. Infatti non si dà la parola alla sola Medea oppure a Giasone -i protagonisti del mito classico- ma anche a una serie di altri testimoni di questa vicenda machiavellica e ingiusta.

Così conosciamo i due astrologi di corte: Acamante e Leuco: il primo manipolatore al servizio di re Creonte e assetato di potere mentre il secondo osservatore acuto e consigliere di Medea, fonte di saggezza ma anche al di sopra delle parti, chiuso nella sua torre d’avorio.

 

Incontriamo Glauce, figlia epilettica del re, figura perennemente a lutto, la cui malattia è la manifestazione di un trauma, un misfatto, avvenuto a Palazzo. Infine Agameda, conterranea di Medea, la cui sete di primeggiare e far parte della élite cittadina portano a ordire, insieme ad altri, piani meschini e ricolmi d’odio.

Sono i personaggi che ribaltano la statica storia che è giunta fino a noi. Sono loro a ricordarci che oltre il velo del tempo le persone avevano gli stessi istinti e aspirazioni di noi tutti.

Quest’opera lì ha davvero riportati in vita.

Chi di voi lo ha letto? Cosa ne  pensate?

Recensione di Rossana Bandi

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