MAR MORTO Jorge Amado

MAR MORTO, di Jorge Amado (Famigli Ventura)

Ogni tanto è bello concedersi un dolce, una leccornia. Per me, come lettore, le leccornie sono le opere di Jorge Amado. Questa, “Mar morto”, me la sono voluta concedere dopo alcuni “piatti” interessanti, ma anche impegnativi, come premio e come relax per abbandonarmi al puro piacere della lettura come solo Amado sa procurarmi. Leggere questo romanzo è stato come assistere allo spettacolo di un cantastorie che racconta le avventure del suo eroe con i quadri illustrati delle scene che presenta. Amado è un cantastorie con la penna.

La storia non è la parte più importante del libro: storia di Guma, un marinaio e di Livia, la sua donna, nel profondo, povero Brasile, in riva al mare, alla foce di fiumi. Quello che mi ha rapito è stato il clima poetico, l’aura ambrata di tutto il racconto ed protagonismo del mare, mare vorace, cattivo che finisce sempre per avere le sue vittime: tutti gli uomini che di e su di esso vivono. In questa prospettiva il romanzo è pervaso dall’inizio alla fine dalla certezza della morte di cui sono consapevoli gli uomini e le loro donne, che, tutte, un giorno vedranno il corpo del marito, prima, dei figli, poi, portato in una rete da altri uomini, che li avranno raccolti da un naufragio.

Senso della morte che incombe su Rosa Palmeirao, la prostituta che elegge Guma al figlio che non ha mai avuto ed il figlio di lui a suo nipote, sempre presente in Maria Clara, la donna di mastro Manuel, l’amico, avversario di Guma nelle gare di velocità col Saverio, che fa soffrire Livia ogni volta che Guma esce nella tempesta e la fa trepidare sino al ritorno da ogni viaggio. Morte che Guma sfida salvando un bastimento nella tempesta e tutte le persone a bordo ed alla quale deve arrendersi nel secondo salvataggio di altri uomini. Morte che Livia sfiderà nel finale… lo scoprirete voi! Per questo più volte nel racconto le donne cantano una canzone di mare che dice che i marinai non dovrebbero sposarsi per non lasciare fatalmente, inevitabilmente vedove, destinate alla prostituzione ed orfani destinati alla miseria.

Tanti i brani lirici nel testo, già da uno fuori dal testo (pag. 15) all’ addio tra Guma e Rosa Palmeirao (pag. 96-97), che diventano onirici nella descrizione della morte in cui si respira vera poesia. Tutto il racconto si svolge come una fiaba caraibica sulla riva del mare o dondolando a bordo di un saveiro.

Il libro è del 1936. Io, che di Amado avevo già letto i successivi ” Gabriella, garofano e cannella” (1958), “Dona Flor e i suoi due mariti” (1966), ” Teresa Batista stanca di guerra” (1972) ed “Il paese di Carnevale”, questo precedente , perché del 1931, mi aspettavo il tono pirotecnico, coinvolgente, fatto di colori, profumi, suoni, ironia, personaggi gaglioffi e canaglie o sinceri, ingenui, riti caraibici e macumbe… mi sono trovato immerso in un tono pacato, rispettoso non irridente i personaggi, dalle azioni e dal ritmo del racconto non frenetici, che alla fine mi ha … quasi fatto commuovere.

Quasi! E’ stata una bella sorpresa.

E’ stato bello scoprire un aspetto che non avrei immaginato di uno scrittore che mi piaceva già tanto, che ora mi piace di più.

Mi sono trovato di fronte alla conferma di un Grande Scrittore (sì, maiuscolo).

Recensione di Antonio Rondinelli

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