MALINVERNO Domenico Dara

Astolfo Malinverno è il bibliotecario di Timpanara, paesino dove, nei giorni di vento, fogli sciolti di libri portati al macero invadono le vite degli abitanti. E dove ad recensioni Libri e news

MALINVERNO, di Domenico Dara

MALINVERNO Domenico Dara Recensioni Libri e news

Astolfo Malinverno è il bibliotecario di Timpanara, paesino dove, nei giorni di vento, fogli sciolti di libri portati al macero invadono le vite degli abitanti. E dove ad ognuno è stato dato un nome importante, trovato su quei fogli. Astolfo, orfano di entrambi i genitori e zoppo dalla nascita, viene incaricato di sostituire il custode del cimitero, dividendo le sue giornate tra i libri e i defunti. Girando tra le tombe scopre una lapide senza nome né data; unico indizio, la foto di una giovane, bellissima donna dall’aria triste che per lui diventa subito “Emma”.

 

 

“Uno scatto vecchio, di anni imprecisati, e tuttavia il volto era nitido, magnetico e mi si fissò tanto nella mente che quando ripresi la lettura mi bastò immergermi nel grondante disincanto delle pagine per associare quasi naturalmente alle fattezze della sconosciuta quelle dell’eroina di Flaubert”.

Chi era Emma? Perché nessun nome? E chi porta un fiore di cardo su questa tomba abbandonata? Chi è la figura femminile che Astolfo inizia a intravvedere?

 

 

I libri che mi creano maggiori difficoltà nel giudizio sono quelli come questo, dove risultano molto sfumati i confini tra poesia e retorica, tra dolcezza e leziosità, tra semplicità e banalità. Probabilmente questi confini dipendono anche da noi, dal nostro stato d’animo quando affrontiamo una lettura di questo tipo; ho finito oggi di leggere questo libro e in complesso l’ho trovato bello, ma non ci giurerei che, riletto tra qualche mese, io non possa trovarlo inutile. Eppure mi sentirei di consigliarlo, perché la storia è particolare e l’atmosfera suggestiva. Inoltre è ben scritto (malgrado qualche scivolone nella pomposità), e l’incipit è accattivante.

 

 

“Quando venni al mondo avevo dodici anni, cinque mesi e centosessanta quattro ore. Perché non nasciamo il giorno in cui vediamo la luce, nell’attimo in cui braccia sconosciute ci trascinano nell’infinito e indecifrabile corso della storia, ma molto prima, quando il pensiero di noi si è insinuato nella mente ancora libera di uomini e donne, quando il nome di un essere inesistente appare nell’orizzonte sfumato di una vita possibile.”

Banale o sensibile?

Recensione di Elena Gerla

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