Libro/Film LA RAGAZZA DEL TRENO – Paula Hawkins – Tate Taylor

La ragazza del treno Libro e Film

Libro LA RAGAZZA DEL TRENO, di Paula Hawkins

La ragazza del treno Libro Cosa fai se la tua vita è piatta, sull’orlo del completo fallimento? Due sono le soluzioni, a mio avviso: o ti dai una mossa e riprendi le redini della tua vita prima che vada completamente alla deriva, o semplicemente crei palazzi e castelli spiando la vita degli altri.

Rachel è un personaggio fallito in ogni suo aspetto e non suscita alcuna simpatia: brutta, scialba, passiva e alcolizzata.
Gioca con la fantasia non solo spiando una coppia di coniugi (?) attraverso il finestrino di un treno, diventato parte integrante della sua banale esistenza, ma costruisce addirittura, attorno alle ignare figure, una fiaba.

A differenza del personaggio de “Il diario di Bridget Jones” , simpatico e dotato di una buona dose di ironica che decide «…di riprendere in mano la mia vita. E di cominciare un diario in cui scrivere tutta la verità su Bridget Jones.», Rachel è una donna che si nasconde sfalsando la realtà: l’erba è sempre più verde dall’altro lato della recinzione, in questo caso oltre il finestrino di un treno!

 

E fin qui, ci siamo.
Ma Rachel non si limita solamente a spiare la vita altrui attraverso il grigiore di un opaco finestrino di un treno ordinario, ma probabilmente nel suo inconscio, desidera entrare a far parte della vita di quei personaggi, “spensierati e amorevoli”, che ammira ogni giorno e a cui ha dato persino nuove identità. Ci penserà il fato (o quel pensiero fortemente desiderato?) a fare intrecciare la sua esistenza con quella di perfetti sconosciuti, assegnando così un senso e una giustificazione alla sua piatta esistenza.

E da qui parte il thriller che avvalora il motto “la realtà non è mai come sembra”.
La voce di Rachel si mescola con quella di Anna e di Megan e le linee rette diventano, da questo momento in poi, rette incidenti.

 

Il romanzo ha una scrittura fluida seppure grigia, come il cielo autunnale delle città inglesi. La struttura è semplice nella narrazione in prima persona, anche se il finale risulta un po’ aggrovigliato e, a tratti, presenta delle forzature.

Scritto sotto la forma del diario alternando più voci narranti (Rachel, Anna, Megan) e avvalorato da un buon costruito iniziale, di certo non si può considerare un capolavoro, ma l’autrice ha saputo creare un thriller psicologico partendo proprio dalla banalità esistenziale e ciò basta per il successo che ha ottenuto.

“È un sollievo essere di nuovo sul treno delle 8.04. A dire il vero, non muoio dalla voglia di arrivare a Londra per iniziare la settimana; anzi, Londra non mi piace per niente. Voglio soltanto affondare nel morbido schienale di velluto, sentire il calore del sole che filtra dal finestrino, cullata dal dondolio del vagone al ritmo confortante delle ruote che corrono sui binari”

Recensione di Patrizia Zara

 

Film LA RAGAZZA DEL TRENO, Tate Taylor

(The girl on the train)
regia: Tate Taylor (Usa, 2016)
cast: Emily Blunt, Haley Bennett, Rebecca Ferguson, Justin Theroux, Luke Evans
sceneggiatura: Erin Cressida Wilson
fotografia: Charlotte Bruus Christensen
scenografia: Deborah Jensen
montaggio: Michael McCusker, Andrew Bruckland
musica: Danny Elfman
durata: 112 minuti
giudizio: ★★☆☆☆

trama: Rachel, fresca di divorzio e ancora incapace di accettare la separazione, osserva ogni mattina dal finestrino del treno la giovane coppia, apparentemente felice, che abita vicino a casa sua. Un giorno però i due amanti sembrano litigare sul terrazzo di casa, e di lì a poco la ragazza scompare. Rachel si ritroverà così coinvolta, suo malgrado, in un brutto caso di cronaca nera. 

dico la mia: Hitchcock non abita più qui, e bisognerà farsene una ragione. Noi spettatori di sicuro, ma anche chi (a Hollywood) si illude di voler sfruttare all’infinito un filone ormai saturo di opere mediocri e banalotte come questa, dovrà fare una seria riflessione sull’opportunità di continuare a produrre film di cui nemmeno il pubblico, a giudicare dagli incassi, sente davvero la necessità. La ragazza del treno non è altro, infatti, che la milionesima fotocopia (sbiaditissima) di quel capolavoro assoluto e senza tempo che è La finestra sul cortile, e solo per questo andrebbe rifiutato a prescindere… ma è anche un maldestro tentativo di catturare una fetta di pubblico, quello dei lettori di libri, che già di per sè è parecchio diffidente quando si tratta di trasporre sullo schermo un romanzo così famoso e di successo, divenuto bestseller in pochissimo tempo.

Intendiamoci, nemmeno il romanzo omonimo di Paula Hawkins da cui è tratto il film è poi ‘sto gran capolavoro, ma perlomeno ha il merito di approfondire adeguatamente i personaggi, contestualizzare bene la vicenda, e soprattutto proporsi al lettore con un linguaggio agile e diretto (i detrattori lo definiscono “da spiaggia”) che comunque, lo ammettiate o no, vi trascina dalla prima all’ultima pagina. Esattamente il contrario di quello che fa il presuntuosissimo regista Tate Taylor, il cui stile enfatico e pomposo (che, forse, andava bene per un film come The Help, anch’esso comunque sopravvalutato) finisce per strozzare il ritmo della pellicola e togliere anche quel minimo di suspance che ci si aspetterebbe da un’opera di genere come questa.

 

Autolesionismo puro, dunque, e fortuna che almeno la scelta della protagonista è stata azzeccata: Emily Blunt è un’attrice coi controfiocchi (la seguo e la stimo fin dai tempi di My summer of love, ma guardatela anche in Sicario di Denis Villeneuve: è bravissima) e contribuisce a tenere in piedi un film che altrimenti deraglierebbe subito sui binari dell’ovvietà. Il difetto più evidente de La ragazza del treno, infatti, è proprio quello di limitarsi a muovere appena le varie “figurine” della storia, magari funzionali alla vicenda ma piuttosto carenti sotto il profilo umano, mai seriamente sviluppato dalla sceneggiatura. Il personaggio di Rachel, donna fragile, alcolizzata, devastata nel fisico e nell’anima, è l’unico che ci cattura davvero, mentre possiamo empatizzare ben poco con le altre figure femminili: la sexy Haley Bennett, già vista ne I Magnifici 7 e in prorompente ascesa a Hollywood, si rivela piuttosto insipida come “gone girl”, esattamente come l’altra “bionda” Rebecca Ferguson.

 

Discorso a parte invece meritano gli interpreti maschi: tutti (forse) volutamente monocordi e decerebrati, quasi involontariamente comici, in nome di un girl-power che appare sempre più conclamato e modaiolo nel panorama mainstream americano, dove il pubblico femminile è ormai in netta maggioranza nelle sale. In questo modo si spiega il “gran rifiuto” di Chris Evans (prima scelta della produzione) e quello di altri illustri colleghi, preoccupati (ma anche stizziti) dall’impostazione fin troppo femminista e manichea della sceneggiatura, che collassa in un finale violento e improbabile, in netto, ridicolo contrasto con le atmosfere patinate del film.

Essendo un thriller con sfumature di “giallo”, non vi dico nulla della trama. Vi basti sapere che, per quelli che hanno l’occhio un po’ allenato a queste pellicole, il colpevole si capisce quasi subito (non esattamente una nota di merito…) e che la fastidiosissima voce-off non vi darà tregua dall’inizio alla fine, aiutandovi banalmente a dipanare quel poco di mistero che c’è. Nemmeno la location è stata risparmiata dalla pochezza dello script: dalle plumbee atmosfere londinesi del romanzo si passa alla ben più radical-chic campagna newyorkese, dove le inquadrature dall’alto lungo il fiume Hudson mostrano la suggestiva periferia della metropoli fatta di boschi incontaminati, villette con piscina e prati falciati con la massima cura, ad uso e consumo di noi invidiosissimi spettatori “normali”: uno dei pochi, veri motivi per vedere questo film…

Recensione di S O L A R I S – il Blog per gli amanti del cinema

 

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