Le interviste del Passaparola dei Libri – Paolo Ciampi

Il Passaparola dei Libri ha intervistato lo scrittore fiorentino Paolo Ciampi

Sono un fiorentino con radici forti nella mia città ma fin da ragazzo ha avuto fame di mondo. Giornalista, scrittore , appassionato delle storie che si possono incontrare in viaggio e delle storie di personaggi dimenticati: tutto questo è Paolo Ciampi, autore fiorentino con più di trenta titoli all’attivo, che ci ha gentilmente concesso l’occasione per una chiacchierata.

 

 

Parlaci di Anatomia Del Ritorno (Italo Svevo Edizioni), il tuo ultimo libro: come è nata l’idea?

Da tempo sono considerato un narratore di viaggi, anche se preferirei dirmi un narratore di luoghi. Fatto sta che spesso dei viaggi si parla della partenza e non del ritorno. Però un viaggio è tale – e si comprende come esperienza – solo se si tiene conto del ritorno. Che non è mai scontato né privo di problemi, perché il viaggio ci cambia e poi ci riporta alla realtà di casa. In Anatomia del ritorno – uscito per la splendida Biblioteca di letteratura inutile di Italo svevo –  racconto un mio ritorno da Itaca – isola del ritorno per antonomasia – e lo incrocio con altri miei ritorni e con i ritorni di grandi della letteratura quali Kerouac, Steinbeck, Pessoa.

 

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Quanto c’è di te e delle tue esperienze personali nei personaggi e nelle vicende dei tuoi libri?

Direi che c’è moltissimo, perché mi sento parte delle storie che trovo e incontro. E perché non sono autore di fiction. La realtà è sempre un pezzo avanti rispetto a ciò che può inventare la nostra fantasia.

 

 

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Prima di tutto anch’io sono un lettore e con un pizzico di vanità vorrei essere considerato come Borges per i libri che leggo piuttosto che per quelli che scrivo. Peraltro non esiste buona scrittura senza buona – e abbondante – lettura.

Quanto ai miei lettori – fa effetto pensarci che ci siano – mi piace pensare a loro come persone sedute alla mia stessa tavola, magari per una bella cena. E io che racconto una storia o che ascolto le loro storie, col piacere della convivialità. Tutto sommato vorrei passare più per un “raccontatore” che per uno scrittore.

 

 

Quando e perché hai deciso di diventare uno scrittore?

Diciamo che è un’attività che si è innestata sul mio lavoro di giornalista, anche se la scrittura del giornalismo – e ciò che richiede come ritmo, finalità, energie – è assolutamente diversa dalla scrittura  dei libri, con i quali si aspira a una maggiore durata delle nostre parole.

In ogni caso sono una persona curiosa e la curiosità è la molla  per raccogliere le storie e poi per volerle condividere. La scrittura poi, non lo scopro io, rappresenta una formidabile terapia contro i dolori della vita.

 

 

Quali sono i tuoi modelli letterari? A quali libri o scrittori/scrittrici senti di poterti ispirare?

Forse è troppo parlare di modelli letterari, ma ci sono autori con cui ho una particolare confidenza, come amici che mi vengono a trovare e mi lasciano sempre qualcosa. Penso a scrittori viaggiatori che sono dei grandi narratori di umanità quali Tiziano Terzani, Ryszard Kapuściński, Ian Brokken. Penso a libri imprescindibli come Danubio di Magris o Praga magica di Ripellino.

In ogni caso raramente mi sono imbattuto in un libro che non mi abbia lasciato qualcosa – fosse pure una frase  o un dettaglio – che poi non è stato  seme per le mie parole.

 

È facile conciliare l’attività di scrittore con la vita di tutti i giorni?

No, per niente, soprattutto se per vivere svolgi un’altra attività impegnativa, che nel mio caso è anche un privilegio, perché è un privilegio fare un lavoro che senti tuo. Però non mi piace la solita lamentela, che prima di tutto è una constatazione: con i libri non ci si campa. Vero, ma è vero anche che bisogna stare dentro la vita reale per scrivere.

Aggiungo che pubblicare – e non è detto sia sempre questa la finalità dello scrivere – implica anche molto altro: promuovere il libro, girare il paese per incontri e festival, far parte attivamente di una comunità di autori e lettori. Tutto questo richiede tempo, però mi sembra una fortuna.

 

 

Come ti descriveresti, come lettore?

Direi vorace  e onnivoro. Incapace di fare qualsiasi programma di lettura. Incapace anche di resistere a ogni tentazione. In libreria – prediligo le librerie vere, presidi di cultura nelle nostre città – entro con un titolo e ne esco con un altro. O con diversi altri: basta una copertina che mi tenta, una  quarta che mi sorprende. Ogni libro è un passaggio ad altri libri, per rotte imprevedibili. È il suo bello: anche se l’accumulo di libri in attesa – pile che crescono di anno in anno – mi infligge una certa inquietudine. Alimentata anche dal tempo a disposizione al cospetto di tutte le velleità.

 

 

Come sei arrivato alla pubblicazione del tuo primo libro?

Ho avuto fortuna col primo libro, che ha trovato subito l’editore giusto, capace in primo luogo di prestare attenzione a una mia timida proposta. Da lì sono discese molte cose, che non avrei mai messo in conto. Nel tempo ho avuto svariati editori – da Vallecchi a Giuntina, da Mursia a Ediciclo, da Arkadia a Bottega Errante, da Ediciclo a Spartaco fino all’ultimo Italosvevo – e con tutti sono in buoni rapporti. Che ne abbia avuto o meno occasione al grande editore per cui sei un numero ho preferito il piccolo medio editore per cui puoi essere una scommessa: e con cui comunque puoi ritrovarti a tavola, in amicizia, e fare insieme progetti di crescita.

A chi è in attesa di pubblicare consiglio vivamente di resistere alle sirene dell’editoria a pagamento, che  mi sembra poco editoria. Casomai di puntare sull’autopubblicazione. O meglio ancora, di saper attendere, di lavorare con pazienza sulla propria scrittura, di vivere il mondo dei libro nelle sue varie occasioni. Prima o poi l’editore giusto salterà fuori.

 

 

Come valuti l’influenza e l’importanza delle reti sociali e della tecnologia per uno scrittore indipendente o comunque che pubblica al di fuori dei colossi dell’editoria?

Lo valuto bene, considero tutto questo essenziale, soprattutto per gli autori che non sono Ken Follett o Elena Ferrante, soprattutto per gli editori che non sono colossi ma hanno proposte di qualità. E poi oggi per stare dentro questo mondo ci vuole qualcosa di più di uno spazio di visibilità. Oltre ai buoni titoli, c’è bisogno di una comunità che si riconosce intorno a un progetto e a una identità. E questa comunità si costruisce sia in luoghi e occasioni fisiche che sulla Rete.  Per questo quello che state facendo voi è straordinario ed encomiabile.

 

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Nel 2022 uscirò con un altro libri da cui mi aspetto molto. Sto organizzando una nuova antologia di racconti che assemblerà un’altra squadra di autori.  Ma quello che mi preme qui sottolineare sono i progetti di comunità a cui sto lavorando. Con I libri di Mompracem – piccolo editorie ma soprattutto associazione culturale per la promozione della lettura – stiamo lavorando ad alcuni festival sull’Appennino tosco-emiliano che metteranno insieme passi e parole. Con gli Amici di Erodoto – andate sul sito e guardate la rivista cartacea di narrazione dei luoghi – stiamo allestendo un bel programma di manifestazioni per il 2022.

redazione@unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it

 

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