LA MARCIA DI RADETSKY Joseph Roth

Chi non ama i romanzi storici, sorvoli.

La marcia di Radetsky fu, in origine, una composizione di Strauss dedicata al generale

per celebrare la riconquista austriaca di Milano

dopo i moti del 1848.

Il lombardo-Veneto faceva allora parte dell’im-

menso impero austroungarico ma la popolazione locale detestava gli “usurpatori”

nonostante l’apparato burocratico degli austriaci fosse efficiente più che se fosse stato

gestito da essa. Erano pur sempre tedeschi.

Uno dei tanti pregi di questo libro è quello di farci vedere la situazione dall’altro punto di vista.

Emblematico è il caso della battaglia di Solferino (2°guerra d’indip.) vinta alla fine dagli

“italiani” e nello stesso tempo occasione per

l’austriaco Trotta di passare alla storia per aver

salvato la vita all’allora 18enne Francesco Giu-

seppe ottenendone la gratitudine imperitura e un titolo nobiliare.

Questo però non impedì che per l’impero iniziasse la lenta discesa.

Se in tutti i suoi libri Roth si occupò di questo lento ma inesorabile declino, mai lo fece in modo più completo e complesso, mai più com-

mosso e partecipe come nella “Marcia di

Radetsky”.

Vediamo la storia evolversi attraverso la vita dei tre protagonisti, nonno, padre, figlio.

In più, quarto ma non ultimo, l’imperatore.

Proprio a lui l’autore dedica tutto il cap. XV

descrivendolo magistralmente, ormai anziano,

attraverso la sua quotidianità, fatta di abitudini,

gusti, pensieri.

Così è il romanzo storico: su uno sfondo di fatti reali si collocano personaggi vissuti o verosimili, ma tanto più reali quanto più l’auto-

re riesce a cogliere la loro verità.

A Vienna, nella Hoff Burg, ho osservato a lungo

un ritratto di Francesco Giuseppe ormai vecchio, aveva quello sguardo di porcellana

che guardava lontano e l’ho riconosciuto nella

descrizione di Joseph Roth.

La guerra è sempre e in ogni luogo tragica e

condannabile, ma ai tempi di cui stiamo parlando piacevano (anche al re)molti aspetti superficiali di essa : le divise smaglianti, le

grandi manovre, i cavalli impennacchiati, la disciplina e l’ordine. Un modo di giocare ai soldatini come vecchi bambini.

O un mondo da operetta, visto con i nostri occhi.

Ritornando ai 3 protagonisti, la parabola inizia con il nonno, l’eroe di Solferino che va in guerra per dovere senza porsi domande, continua col figlio, il procuratore distrettuale, che avverte i

primi scricchiolii dell’amato impero e il fermento degli stati nazionali per finire col figlio Karl Joseph sensibile e insicuro, ormai consapevole dell’inutilità degli antichi valori in un mondo che sta cambiando, al quale però è

incapace di adeguarsi…

La lentezza con cui l’autore procede penso che sia un espediente letterario per rimarcare ancor più l’ ineluttabilità di quel processo, ricorrendo più volte all’uso delle stesse espressioni come se raccontasse un’antica fiaba così da rendere la storia anche più potente, facendone la storia di tutte le civiltà che decadendo trascinano con sé dolorose rovine.

Recensione di Ornella Panaro

LA MARCIA DI RADETSKY Joseph Roth

La marcia di Radetzky
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