LA DONNA DELLA DOMENICA Fruttero e Lucentini

La donna della domenica Fruttero e Lucentini UnLibro

LA DONNA DELLA DOMENICA, di Fruttero e Lucentini

Recensione 1

 

La donna della domenica Fruttero e Lucentini UnLibro

L’architetto Garrone viene assassinato sulle colline Torinesi e al commissario Santamaria, sagace poliziotto di origine meridionale, tocca sbrogliare una matassa che si dimostra subito ingarbugliata: tra i sospettati infatti, ci sono due esponenti dell’alta borghesia e dell’élite intellettuale di Torino, ovvero la signora Dosio e l’eccentrico signor Campi e presto si aggiungono alla rosa anche altri strambi personaggi come Lello, compagno di Campi e detective improvvisato, o l’americanista Bonetto, garbata presa in giro di certe figure di accademici.

 

La soluzione del mistero è affidata ad un vero colpo di genio.

Romanzo epocale, anche se sembra difficile crederlo per i lettori odierni, questo romanzo ha fatto storia per vari motivi: l’ambientazione torinese, così “familiare” ma nello stesso tempo inedita, i personaggi, ritratti veritieri (e soprattutto ironici) di un’alta borghesia che nell’Italia degli anni 70 era ancora intoccabile, una trama perfetta, uno stile godibile.
Con questo romanzo il pubblico si accorse che anche in Italia si possono scrivere gialli di qualità e immediatamente premiarono un libro che la solita critica snob dell’epoca liquidò in fretta, salvo poi ricredersi in seguito.

Oggi La Donna della Domenica è riconosciuto in tutto il mondo come un capolavoro del genere investigativo e la lettura risulta ancora avvincente e consigliabile.

Recensione di Valentina Leoni

 

Recensione 2

Torino: maestosa, salottiera, sabauda, chiusa, raffinata, povera, ricchissima, misteriosa, corrotta, borghese, operaia, sommersa, scandalosa, opulenta, annoiata, popolosa, generosa, elegante, pettegola, moderna (ma antica), diabolica, avvolgente (e chi l’ha detto che è fredda?), archetipica. Bella, si bella.

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Torino: la vera protagonista di questo romanzo. Metropoli (perché, di metropoli si tratta) degli ultimi decenni del Novecento, gonfia di gente arrivata lì per lavorare da ogni parte d’Italia, a partire dagli anni Cinquanta sino a quei primi anni Settanta che fanno da sfondo alla storia narrata (anno di pubblicazione del romanzo è il 1972). Le famiglie del meridione d’Italia (e del Veneto, altra area molto povera, allora) che ne popolavano interi quartieri periferici, sorti all’uopo. La città regale che faceva i conti con i suoi polmoni operai. La sua contaminazione che l’arricchiva, seppure in maniera dolorosa, e la elevava a città di nuova cultura, di nuovo linguaggio, di nuovi usi e consunti costumi (i soldi erano pochi, ma la speranza si poteva vendere). Il suo cambiamento vorticoso e faticoso, ma inevitabile.

 

 

L’Italia che si stava “facendo” dopo cento anni dalla sua unità. L’Italia dell’urbanesimo, l’Italia finalmente che si conosceva, si incontrava e confrontava per strada, nelle fabbriche, negli uffici, nei bar. L’Italia che si univa (con fatica e amore). L’Italia in cui genti di provenienze differenti ( fino allora inconciliabili) si incontravano, parlando questo “esperanto di speranza” che era l’Italiano di quegli anni, ed, in molti casi, si innamoravano, si sposavano, facevano figli e formavano famiglie creando l’unico vero sogno italiano (poi non ce ne sono più stati, checché se ne dica).

 

Dentro questo calderone di culture che si sovrappongono e si mischiano, si muovono i protagonisti (secondari, ovviamente, la vera protagonista è la regale Torino!) della vicenda raccontata dai due giganteschi autori del libro, con una delicatezza ed un’ironia che raramente si trova nella letteratura contemporanea.

 

 

Si tratta di un giallo, anzi si può dire che questo romanzo sia l’apripista di un genere completamente nuovo a cavallo fra il giallo ed il noir, dove la crudezza delle immagini, la modernità del linguaggio, la violenza ma al tempo stesso la raffinatezza del racconto si legano in un’unica miscela di scrittura altissima eppur che affabula (parlare a tutti in maniera elevata è peculiarità dei più grandi).

 

Un omicidio, anzi due. Un commissario siciliano, di stanza a Torino, che indaga, circondato da una ridda di personaggi di godibile caratterizzazione, che danzano proiettando ombre sinistre su una vicenda intricatissima, misteriosa e, per alcuni versi, oscena. Uno su tutti: la bella Anna Carla, affascinante e delicata figura di donna, con tratti conturbanti.

 

In questa pagine c’è tutto il necessario per lasciarsi trasportare in un tempo ed in un luogo così lontano (ormai) ma così vivo nelle memorie di molti. Un tempo ed un luogo la cui eco arriva maestosa sino ai giorni nostri. Ascoltare quell’eco, ricordare quegli anni senza colori, leggere (o rileggere) questo romanzo ci cala in un’atmosfera che, seppur lontana nel tempo, risulta così moderna, così aperta, così pregna di futuro. Questo romanzo e quell’Italia andrebbero più sovente rammentati, non foss’altro che per capire meglio il convulso tempo che viviamo oggi. Quel paese povero ed incantato, come modello, per comprendere questo paese, dei nostri giorni, che si sbrindella a colpi di isterismo.

 

 

Fruttero e (&) Lucentini sono penne che viaggiano con perizia sui binari di un linguaggio che non pare nemmeno appartenere al periodo in cui è stato vergato. Gli argomenti e la terminologia usata dagli autori, all’epoca in cui il romanzo è stato scritto, richiedevano, nella loro trattazione, una libertà intellettuale assoluta. Questa naturalezza di fronte alla lingua e alle tematiche si appoggia magicamente ad una scrittura che arriva direttamente al cuore di chiunque, senza filtri o aulicismi. Una scrittura libera.

 

Unica piccola pecca di questo meraviglioso racconto è la durata: si potevano scrivere un centinaio di pagine in meno, volendo. Ma forse non si voleva e va bene (anche) così, naturalmente.

 

Questo è un romanzo che se ancora non si può definire un classico, lo diventerà. Entrerà, “La donna della domenica”, nell’olimpo della letteratura classica del Novecento, di diritto, quando si smaltirà parecchia cartaccia edita negli scorsi decenni.

 

 

Quando si parla di “classici” non c’è molto da dire in termini critici, ma è doveroso ricordare che sono questi i romanzi da leggere, prima di tutti gli altri, ancor prima delle novità editoriali dell’ultima ora, dei bestseller del nostro tempo, degli istant book, delle interviste fiume, delle biografie di cantanti, attori e calciatori. Questi (i romanzi classici) vengono prima.

Detto tutto questo, ovviamente, ognuno legga ciò che vuole e che la precedenza rimanga un mero segnale.

P.S. Sono contento perché non ho usato la parola “industriale”.

 

Recensione di Mauro Mauri_Maurone Caratori Tontini 

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