Imperdibile…o no?

Imperdibile…o no?

 

Ci sono libri che hanno come principale caratteristica, al di là del loro reale valore artistico, la capacità di dividere il pubblico dei lettori che sente il bisogno di definirli “imperdibili” o “deludenti”, senza quasi lasciare spazio a vie di mezzo: ogni generazione di lettori ha il suo titolo del cuore e ogni volta che il libro in questione è sminuito, immediato è il desiderio di ergersi a difesa del presunto capolavoro, generando dibattiti che possono diventare vere e proprie risse “letterarie” .

In tanti anni di attività, il gruppo FB Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri ha visto centinaia di queste diatribe, per altro sempre finite senza vincitori o vinti (e questa è la cosa bella dei dibattiti letterari) e da esse è però emersa una rosa di titoli che pare destinata anche nei prossimi anni, a scatenare divisioni partigiane tra chi considera questi libri “capolavori” e chi invece consiglia, senza mezzi termini, di incartarci il pesce.

Ecco, una piccola scelta di “titoli che dividono”, tratti dalle più roventi discussioni del nostro gruppo.

 

Al primo posto, tra i titoli in grado di dividere il pubblico, c’è senza dubbio Il Piccolo Principe, romanzo dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry che, pubblicato ormai quasi ottanta anni fa, viene visto ora come un testo “profetico” ricco di messaggi spirituali e insegnamenti di vita o, al contrario, un romanzo per bambini con un protagonista “insopportabile” e una raccolta di “massime da strapazzo”. Il dibattito è aperto e infinito, per averne prova basta visitare il gruppo dove i post su questo titolo sono ancora molto frequenti e le discussioni accese.

 

IL PICCOLO PRINCIPE Antoine de Saint-Exupéry
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Al secondo posto troviamo la tetralogia de L’Amica Geniale, scritta dalla misteriosa Elena Ferrante; questi romanzi, complice anche una fortunata riduzione televisiva, sono stati salutati come “la risposta del XXI secolo a La Storia della Morante” o “un’accozzaglia di banalità da telenovela con più luoghi comuni che personaggi”, mentre non pochi lettori hanno guardato con sospetto alla misteriosa identità della scrittrice, ritenendola “una trovata pubblicitaria” alla quale imputare un successo letterario immeritato: in attesa che il nuovo capitolo televisivi riaccenda i riflettori su questa saga, potete leggere le numerose recensioni che le sono state dedicate sul gruppo e sul nostro sito.

 

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La verità sul caso Harry Quebert, dello scrittore svizzero Joel Dicker. I gialli sono tornati di gran moda e tutta la narrativa ascrivibile al genere sta vivendo un momento particolarmente favorevole, tra pubblicazioni a getto quasi continuo, serie televisive e film su  commissari, poliziotti, giudici intenti a indagare su ogni tipo di mistero. Una simile possibilità di scelta dovrebbe garantire la convivenza pacifica tra lettori che possono dedicarsi ai loro autori e personaggi preferiti senza sentire leso il criterio di “giallo perfetto” ma questo romanzo ormai uscito più di dieci anni fa costituisce una curiosa eccezione: pur essendo una lettura (a modesto avviso di chi scrive, beninteso) gradevole e non affatto disprezzabile, è stata messa nell’olimpo del genere da tanti lettori quanti quelli che invece l’hanno bocciata senza appello, annoverandola tra la carta straccia, additando “un’ottima campagna di marketing” a unica e ingiustificabile causa del suo successo. Che il libro sia stato oggetto di un’attenta strategia di mercato è senza dubbio vero, ma la stessa cosa si potrebbe dire di buona parte della narrativa più squisitamente commerciale, eppure la polemica sollevata da questo libro non è sopita, semmai può essere leggermente smorzata perché diretta gli altri titoli dello stesso autore che hanno comunque infiammato il dibattito.

 

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Cambiare l’acqua ai fiori, di Valerie Perrin: in assoluto il titolo più discusso del 2018, prima che il mondo ci crollasse addosso sotto forma di virus e l’attenzione dei lettori fosse distolta dal racconto della casellante con l’abitudine delle visite al cimitero. C’è chi lo ha considerato un capolavoro di invenzione narrativa, e “delicato”, “struggente” “commovente” sono solo alcuni degli aggettivi tratti dai numerosi commenti a esso dedicati da parte di lettrici che sostengono che “lo porteranno sempre nel cuore”, mentre chi ha avuto tempo per una disamina più approfondita molto spesso lo ha relegato alla poco lusinghiera categoria dei “romanzi da treno”, ovvero di quelle letture che vanno bene per ingannare la noia di un lungo viaggio ma che possono essere dimenticate altrettanto in fretta. Forte è il sospetto che il clamore mediatico suscitato da questo romanzo, prima in Francia e poi da noi (non pare aver destato altrettanto scalpore nel resto del mondo) sia frutto di un’attenta strategia alla quale potrebbe non essere estraneo il celebre regista marito della scrittrice ma, di nuovo, questa non è una colpa e prendere atto del successo di un titolo, anche se non esattamente un candidato al Nobel, è sempre inevitabile

 

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Kafka sulla spiaggia, di Haruki Murakami. In realtà, sarebbe stato probabilmente meglio non citare un singolo libro di questo scrittore giapponese, amante della musica jazz e della letteratura americana al punto di voler provare a ibridare i canoni del realismo magico à la Marquez con le disamine psicologiche che caratterizzano una parte della più titolata narrativa giapponese, senza rinunciare a dare ai romanzi un taglio pop che se da un lato ha garantito a Murakami un successo enorme anche al di fuori del Giappone, dall’altro ha fatto storcere il naso a puristi di entrambi gli emisferi e ha suscitato critiche feroci praticamente ovunque.

In effetti, a giudicare dai commenti, è oggettivamente difficile, per un lettore occidentale non adeguatamente formato, cogliere gli innumerevoli rimandi letterari e politici che lo scrittore semina nei suoi libri, dovuti all’intenzione di rompere con la tradizione e tracciare una nuova strada nel panorama letterario nipponico ma poi diventati clichè, fan service per lettori più o meno accorti in patria e fuori. Vi basti sapere che nella mia ultima visita in Giappone, ho passato una serata a discutere di Murakami con due lettori locali, che lo hanno giudicato “un impostore” e “ il più grande scrittore della nostra generazione”. Se volete, potete aggiungere la vostra opinione.

 

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