IL TEATRO DI SABBATH Philip Roth

IL TEATRO DI SABBATH, di Philip Roth

 

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Morris Sabbath (Mickey) – burattinaio del Teatro degli Indecenti – antieroe, cinico, perverso, fallito marito e fallito amante delle mogli e delle amanti. Un disastro.

Siamo di fronte all’opera monumentale di P. Roth da leggere col cuore e mente aperti, e pronti a tutto. L’autore parla sia in 1° che in 3° persona, con un linguaggio molto esplicito che solo Roth è in grado di far levitare dalla mera pornografia, ed è in tal modo che riusciamo ad alzare il sipario della vita dell’osceno protagonista tra una valanga di realtà improbabili.

Il suo background, la sua America perbenista e bigotta, l’assillo della morte, la sofferenza interiore, sono gli input che l’hanno indotto a travalicare i confini della decenza arrivando ad essere un profanatore al limite della necrofilia, ad annientare anime con azioni indegne, a fare del sesso un vizio letale. È lui, e soltanto lui, il degenerato in seno alla storia? O forse come la carta acchiappamosche, ha attirato a sé donne con le sue stesse tendenze per un sesso per nulla convenzionale, ma invece, dettato da istinti primordiali nati molto prima delle “regole”?

In meno di 300 pagine, se vogliamo, la storia si conclude, poi è tutto un cammino a ritroso nel tempo con i ricordi che affiorano random, dando così a Mickey una serie di mezzi non per pentirsi, ma solo per avvertire che la parabola della sua stramba esistenza sta in caduta libera, e sommerso dai ricordi, dalla realtà forse solo immaginata, dai fantasmi, dalla solitudine che diventa sinonimo di morte, piange. Piange Drenka. Piange Nikki. Piange la mamma “morta” quando Morty muore in guerra.

Il 15 dicembre 1944 nel cielo delle Filippine il Tenente Morton Sabbath muore: il suo amato fratello.

Con lui: la mamma e l’adolescenza di Mickey.

Morty non torna; se Morty non torna, nemmeno Nikki e Drenka e Roseanna e nemmeno la Mamma di Mickey bambino.

Vuole levarsi di torno. Vuole morire per fuggire altrove, anche se altrove è sempre lì. Sì, perché Sabbath è sempre fuggito da qualcosa, cercando l’impeto vitale nelle esperienze collocate tra indecenza e sacralità. Si penserà: impossibile tale binomio; eppure non lo è, se considera la sua urina una linfa vitale, una “cascata” di emozioni e sentimenti.

Ma “altrove” è sempre lì. Inesorabilmente.

Intanto parla con la mamma morta due volte; parla e ripensa alle sue donne e lo strazio si fa strada in lui.

Pensieri sconnessi tra loro, senza un ordine, forse con poco senso logico e che sembrano Il classico traffico in tangenziale nelle ore di punta. Inevitabile cadere nel suo miserrimo baratro dove La realtà è realtà: (ma fino a che punto?)

E viene voglia di capire quant’è profondo il fondo perché laggiù non si respira. Una risalita salvifica è ciò che ci si augura perché laggiù, con Sabbath, ci siamo anche noi. Calerà il sipario sul teatrante e i suoi scandali? Chissà? In fondo tutto ciò che odia è qui, su questa terra. Vivere non per espiare ma per continuare impavido a sfregiare l’ipocrisia, il non essere sé stessi. Sardonico, feroce e teatrale, nelle parole del Presidente Eisenhower che omaggia le troppe morti della guerra dei “giusti”; sterili, vuote, ipocrite, insensate, quelle dedicate a madri e mogli con la bandiera a stelle e strisce stirata a dovere e piegata a prova di galateo messa nelle loro mani tremanti che trasudano lacrime.

Assente lo “scandalo” per definizione: c’è solo quello della vita del burattinaio del Teatro degli Indecenti.

“Dio benedica l’America e il mondo giusto”

Siamo satolli di tutto ma pieni di niente: questo il Grande Abisso, la Grande Bugia, la Grande Lusinga, la Grande Illusione.

E il sole continuerà a splendere e a illuminare tutti alla stessa maniera, ignaro di tanto spreco.

Recensione di Gina Ficorilli

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