IL BOTTONE DI PUŠKIN Serena Vitale

Feltrinelli KOBO Fomia maggio

IL BOTTONE DI PUŠKIN, di Serena Vitale (Adelphi)

 

Questa é la cronistoria di un dramma, che ai nostri occhi, distanti nel tempo, può sembrare tragicomico o forse, lo fu, anche. L’autrice ci conduce, come una consumata detective, nei meandri più segreti, rovistando fra i risvolti psicologici, scartabellando pile di documenti, deducendo e sottolineando anche i più minuti dettagli, nel tentativo di ricostruire un evento che per secoli fu considerato dalla Russia come una terribile sciagura : la morte di Aleksandr Sergeevič Puškin, gloria poetica nazionale. Ci presenta minuziosamente i tre protagonisti, lei, lui, e l’altro, un classico triangolo amoroso che finì in duello mortale, il tutto consumatosi molto velocemente, in una manciata di anni e conclusosi un freddo pomeriggio del febbraio 1837. Ricostruisce meticolosamente le azioni, i gesti, i pensieri, le pulsioni dei personaggi principali, lo svolgersi convulso e spesso intricato degli avvenimenti, ma anche lo sfondo sociale e culturale di un dramma della gelosia, piuttosto consueto.

Un ritratto brillante, puntuale della Pietroburgo ottocentesca, in particolar modo dei rituali, dei modelli comportamentali, dei cliché della variegata nobiltà russa : i balli, i salotti, i pettegolezzi, le stagioni, le ipocrisie, la Neva e le sue bizze, il clima asfittico, le rigide quanto inutili etichette di corte, i controlli spionistico-polizieschi, gli odi e i rancori fra famiglie e loro adepti, le pasquinate e burle atroci, i processi per diffamazione, le punizioni dello Zar Nicola I, onori e disonori, il diffuso ed accettato marciume morale, i tanti arrivisti ed arrampicatori sociali, i matrimoni riparatori, un mondo che era più di apparenza che di sostanza.

Spesso e volentieri l’autrice fa parlare direttamente i numerosissimi documenti cartacei consultati, corrispondenze intime, articoli di giornale, atti processuali, taccuini e diari privati, cronache e memoriali, biglietti, dichiarazioni, dispacci diplomatici, non solo delle persone direttamente coinvolte, ossia il poeta, la di lui bella moglie Natal’ja ed il disgraziato corteggiatore, l’ufficiale francese Georges D”Anthes, ma anche di una sequenza infinita di testimoni, uomini e donne dell’alta aristocrazia pietroburghese che, quasi fosse diventato il passatempo preferito, si premurarono di commentare, diffondere, raccontare, riferire, difendendo alcuni ed ingiuriando altri, il visto o il sentito dire, fra buona e mala fede. Tale accanimento, il fatto che in città non si pensasse o parlasse d’altro, che si origliassero discorsi ai balli, che si spettegolasse su aneddoti privati, rende bene il clima detestabile che il poeta stesso mal sopportava. Puškin qui appare più che nella sua grandezza poetica, un uomo con le sue fragilità e debolezze, un marito geloso ossessionato, alimentato da rancore, rabbia e sete di vendetta, scaltro e lucido, scostante, capriccioso, irrequieto, determinato fino alla fine a non risultare una vittima passiva. Lo vediamo denudato da quell’alone di sacralità, da quei travisamenti ideologici e luoghi comuni, che lo avevano ricoperto in epoca sovietica.

E anche se molte tessere sono mancanti, numerosi particolari restano nel buio o non coincidono e talora ci si deve affidare a logica e deduzione, il mosaico prende forma. Da paziente restauratrice, pagina dopo pagina, ci mostra uno spettacolo farsa, in cui ognuno recita una sua parte, un turbinio di intrighi e un frenetico viavai di messaggi e lettere, ci sciorina tutte le innumerevoli ipotesi, facendoci infine sprofondare con zelo in quella vita che il poeta volle ostinatamente, atrocemente farsi togliere.

Recensione di Anna Caramagno
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