I GIORNI DI VETRO Nicoletta Verna

I GIORNI DI VETRO, di Nicoletta Verna (Einaudi – aprile 2024)

Recensione 1

Redenta nasce dopo una serie di gravidanze dall’esito fatale, nel paese di Castrocaro si mormora che abbia addosso la “scarogna” è che non vivrà a lungo. È il periodo dell’uccisione di Matteotti e attraverso la narrazione di Redenta viviamo l’atmosfera di un piccolo paese nell’Italia del ventennio, in una società dalla forte impronta patriarcale.

Le vicende della narratrice a un certo punto si intrecciano con quelle di Iris, partigiana nella banda del leggendario comandante Diaz ma solo nel corso della lettura scopriremo quali siano gli elementi che le accomuneranno.

Si tratta di un romanzo storico/saga familiare molto forte, duro nei dettagli più drammatici e spietato come il periodo storico che fa da cornice alle vicende narrate, un’opera dove spicca per bellezza e profondità la figura stessa di Redenta, donna bistrattata o compatta ma che anche di fronte alle situazioni più drammatiche e violente non perde la fiducia nell’essere umano e rappresenta, in qualche modo, la speranza che vive nel cuore di ognuno di noi e che non cede di fronte ai mali della Storia. Un’opera appassionate, avvincente, dalla prosa schietta e dallo sviluppo coinvolgente grazie anche alla bella caratterizzazione dei personaggi che-credo di poterlo dire con sufficiente sicurezza- rimangono impressi nella mente dei lettori e che quasi dispiace di salutare una volta chiusa l’ultima commovente pagina

Recensione di Enrico Spinelli 

Recensione 2

«La sensazione è quella di aver fatto un lungo viaggio durato anni, assieme a una comunità di personaggi con cui si resterà per sempre, come capita con quei libri che abbiamo letto da ragazzini e ci hanno formati tanto quanto le esperienze della vita, come se avessimo vissuto un fatto vero e non girato delle pagine». Così scrive con poche, sapienti parole, Rosella Postorino a proposito de “I giorni di Vetro” , il nuovo romanzo di Nicoletta Verna.

È esattamente quello che ho provato mentre sfogliavo le pagine di questo atteso ritorno, giunto finalmente tre anni dopo il romanzo d’esordio, “Il valore affettivo“. Una comunità di personaggi che appartengono al nostro immaginario, al nostro passato, al nostro vissuto.

Sono nelle storie che sono dentro di noi. Sono nei racconti dei nostri nonni. Sono nei libri che abbiamo letto.

Uomini e donne (soprattutto donne) che sembrano portare già nel nome il peso di un qualche destino, di un presagio, o l’effetto di un malocchio. Come se il nome si rannicchiasse sulle spalle di chi lo porta, segnandone per sempre i passi nel mondo (così è per Marzia Marziali, energica protagonista del romanzo di Romana Petri, “Tutto su di noi”; così è per la “Malnata” di Beatrice Salvioni).

Il nome, o il cognome – o entrambi – come tratto distintivo, come attributo. Come reputazione. «Lo sapete, vero, che il cognome delle donne è una cosa che non esiste. Portiamo sempre quello di un altro maschio» si legge nelle righe finali del romanzo d’esordio di Aurora Tamigio, “Il congnome delle donne”. «Comincia tu a tenerti il tuo, e poi si vede».

Una comunità di personaggi, appunto. Volti e nomi che si parlano, dandosi del tu. Come la protagonista de “I giorni di Vetro”, Redenta, che nella mia testa ho chiamato non so quante volte Modesta.

«- Com’è che non piange? – chiedeva la sera mio padre.

– Piangerà. Le donne prima o poi piangono tutte».

Come Ideale, come Libertà, nomi che suonano come nobili condanne, nell’indimenticabile affresco novecentesco de “Il dolore perfetto”.

Se a far da sfondo al romanzo di Riccarelli era l’Appennino toscano, la Storia de “I giorni di Vetro” passa per la provincia romagnola. Piccole comunità di persone, minuscole realtà all’interno delle quali si consuma «lo scandalo che dura da diecimila anni», come recitava il sottotitolo alla prima edizione del romanzo di Elsa Morante.

Tanti sono i meriti che a mio avviso è doveroso attribuire a Nicoletta Verna. Fra questi, c’è quello di aver costruito una narrazione complessa, ricca di temi, di avvenimenti, e di averlo fatto con estrema pazienza, tingendo poco alla volta le pagine di un nero sempre più nero. Si viene dunque trascinati pagina dopo pagina, nella paura più folle, nell’abisso di una violenza cieca e demoniaca. Il diavolo ha messo piede sulla terra, distruggendo, squarciando, straziando ogni cosa. «Questa guerra maledetta ha ammazzato tutti, anche i vivi». «È perché i vivi non sono proprio vivi: sono superstiti».

La storia inizia come una favola di molti anni fa, impreziosita da una lingua ricchissima di sfumature dialettali, storpiature, imprecazioni. Ammetto, con una punta di vergogna, di aver riso più di una volta, come da piccoli sarà capitato a molti, sentendo il nonno o un vecchio zio usare qualche espressione particolarmente fantasiosa e colorita.

Quella favola antica diventa, poco a poco, una storia di lotta e di Resistenza.

“Morire da vive”, “Torture”, “Zitte e buone”, “Tornare alla luce”. Sono i titoli perfetti, efficaci, precisi, di alcuni capitoli de “La Resistenza delle donne”, lo splendido libro di Benedetta Tobagi, che sembra risuonare dalla metà del romanzo in poi.

Perché il romanzo di Nicoletta Verna diventa una storia esemplare di Resistenza, di Sorellanza universale. Diventa anche, al tempo stesso, Una Questione Privata.

È giusto lasciare al lettore il gusto di scoprire la fitta rete di intrecci, di sviluppi, direttamente dalla voce (le voci) dell’ “Io” narrante.

Interrogare direttamente Redenta, come fosse ancora una volta Modesta, nell’immortale finale regalatoci da Goliarda Sapienza.

-Dormi, Modesta?

-No.

-Pensi?

-Sì.

-Racconta, Modesta. Racconta.

Nicoletta Verna

“I giorni di Vetro”

Einaudi.

Recensione di Valerio Scarcia

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