GLI SDRAIATI Michele Serra

GLI SDRAIATI Michele Serra

GLI SDRAIATI, di Michele Serra

“Tutto rimane acceso, niente spento. Tutto aperto, niente chiuso. Tutto iniziato, niente concluso.”

È una visione comica, ma dannatamente vera, di un divario generazionale, quella che ci descrive Michele Serra in “Gli sdraiati” uscito per Feltrinelli nel 2014, dal quale Francesca Archibugi ha liberamente tratto un film con Claudio Bisio, nel 2017. Proprio ieri, mi è capitato di rivedere il film e di ricordare il libro che regalai per Natale a mio fratello. All’epoca i suoi figli non erano ancora sdraiati, come lo sono invece ora, per non sfuggire a una condizione che è universalmente condivisa. Se vogliamo, possiamo immaginare due gruppi di persone, i genitori, quelli in piedi, verticali, e i figli, quelli sparapanzati sul divano, orizzontali.

GLI SDRAIATI Michele SerraQuelli verticali, rappresentano i certi, quelli convinti di non sbagliare mai, di fare sempre le cose giuste e di dire sempre le parole adatte ad ogni circostanza.

Quelli orizzontali, al contrario, sono quelli che sbagliano, i disordinati, i maleducati, gli insolenti, gli apatici, gli stanchi, insomma i nostri figli. I giovani di oggi.

Michele Serra, romano ma milanese d’adozione, classe 1954, è un giornalista, scrittore, autore televisivo e umorista molto amato dagli italiani perché scrive bene e le sue parole riescono a catturare la complessità e le sfumature di una società che sta mutando in qualcosa che non ci somiglia.

“Dormi. Nel tuo assetto classico, sul divano, in mutande, davanti alla tivù accesa.”

Forse sono dietro la porta di camera loro, forse sono altrove. Di solito invertono il ritmo del giorno: dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo riposa. Eccoli gli sdraiati, i figli adolescenti.

“Un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non si era mai visto.”

Michele Serra esplora un vissuto quotidiano che riguarda un bel po’ di famiglie. Non risparmia niente ai figli, niente ai padri. Racconta l’estraneità, i conflitti, le occasioni perdute, il montare del senso di colpa, il formicolare di un’ostilità che nessuna saggezza riesce a placare. Quando è successo? Come è successo? Dove ci siamo persi? Il racconto affonda nel mondo ignoto dei figli e in quello almeno altrettanto ignoto dei “dopopadri”. Sì perché non sono i figli piccoli a dar problemi, ma quelli grandi.
“Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate, la tua voce somiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi, gli ingombri dei corpi sono gli stessi.”
E poi, che dire, cosa possiamo offrire ai nostri figli? Forse questo momento storico non ha nulla di futuribile.

“Siete arrivati in un mondo che ha già esaurito ogni esperienza, digerito ogni cibo, cantato ogni canzone, letto e scritto ogni libro, combattuto ogni guerra, compiuto ogni viaggio, arredato ogni casa, inventato e poi smontato ogni idea.”

Stando continuamente sdraiati, lo schermo del pc, del televisore o del cellulare catturano il tempo e la loro fantasia. Pulizia e ordine non sfiorano minimamente i loro pensieri o le loro azioni, sono di secondaria importanza. Ma non per i genitori.

“Più di un posacenere, in giro per la casa, rigurgita di cicche. Spero non solo tue. Dalla piccola catasta è tracimata qualche unità ribelle, rotolata sul tavolo o caduta per terra. Scaglie di cenere ornano specialmente il divano, tuo habitat prediletto. Vivi sdraiato. Tranne che in cucina, dove domina il puzzo di rancido, la casa è impregnata del tanfo di sigaretta spenta, e perfino a me, che fumo, pare impossibile classificare quella cappa mortifera come il residuo di un piacere. Il tabagista più irrecuperabile dovrebbe venire qui un paio di volte alla settimana, respirare con quello che gli resta dei polmoni quest’aria combusta e melmosa. Si redimerebbe.”

E ancora:

“Calzini sporchi ovunque, a migliaia. A milioni. Appallottolati, e in virtù del peso modesto e dell’ingombro limitato, non tutti per terra. Alcuni anche su ripiani e mensole, come palloncini che un gas misterioso ha fatto librare in ogni angolo di casa.”

Le descrizioni del modo in cui il figlio lascia la casa, con sporcizia e disordine ovunque, sono molto divertenti e rendono bene l’idea dell’indolenza con cui un adolescente tratta non solo la sua camera, ma tutta l’abitazione.
Ed ecco che il padre si ritrova a fare i conti con la sua totale inadeguatezza ad assumere il ruolo di genitore.

“Dicono che avresti avuto bisogno di un Padre. Un vero Padre. Che avresti avuto bisogno del suo ordine ben strutturato, ben codificato, così da poterlo fare tuo oppure confutarlo e combatterlo, e combattendolo diventare un uomo. Non c’è argomento che mi metta più in difficoltà. Del padre non ho che alcune attitudini. Per esempio quella, non trascurabile, di mantenerti con il mio lavoro e la mia fatica. […]. Ma riconosco che di tutte le altre tradizionali attitudini del padre – stabilire regole, rimproverare, punire, disciplinare – non sono un convincente interprete. Le volte che tento di riportare ordine, sottolineare regole, sento di avere il tono incerto dell’improvvisatore, non il tono autorevole di chi è sicuro del proprio ruolo.”

E così il narratore, per rendere ancor più patetico questo stato d’animo, si immagina due armate allo scontro finale. I vecchi contro i giovani. Ci racconta del suo monumentale romanzo che ha immaginato di scrivere: La Grande Guerra Finale. Il protagonista di questo romanzo, dal significativo nome di Brenno Alzheimer, un suo alter ego, dopo aver assistito alla fucilazione di alcuni giovani soldati. capisce di essere dalla parte sbagliata, cosicché deciderà di cambiare bandiera e aiutare i giovani a vincere la guerra.

Gli sdraiati è, abbiamo detto un romanzo comico, ma anche una storia di amore, che purtroppo si mescola alla rabbia, alla disillusione, alla malinconia. In fondo il padre stesso s’identifica di più con questa nuova generazione che si è allungata orizzontalmente nel mondo, e forse da quella posizione riesce a vedere cose che “chi crede di essere rimasto in piedi” non vede più, o non ha ancora visto, o ha smesso di vedere.

Forse quelli sbagliati sono i verticali, non gli orizzontali…
o forse non ci sono i buoni e i cattivi, ma solo i divari che da sempre dividono le generazioni.
Lo so che ora in libreria, trovate il suo ultimo libro “Le cose che bruciano”, ma se non lo avete ancora letto, leggetelo, ve lo consiglio, da “sdraiata”.

I consigli del Caffè Letterario Le Murate Firenze, di Sylvia Zanotto

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