DUE LIBRI A CONFRONTO: John Steinbeck Vicolo Cannery – Nagib Mahfuz Vicolo del Mortaio

DUE AUTORI A CONFRONTO: John Steinbeck Vicolo Cannery - Nagin Mahfuz Vicolo del Mortaio

DUE LIBRI A CONFRONTO

John Steinbeck Vicolo Cannery – Nagib Mahfuz Vicolo del Mortaio

Quei due vicoli, così lontani, così vicini.

Due tra i maggiori scrittori del Novecento, John Steinbeck e Nagib Mahfuz, hanno entrambi dedicato un romanzo alla vita quotidiana della povera gente comune, ritratta nel multiforme e policromo microcosmo di un vicolo.

 

John Steinbeck Vicolo Cannery
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Steinbeck pubblicò “Vicolo Cannery” nel 1945, il suo vicolo lo troviamo a Monterey, città della California del sud, scenario consueto di molte sue opere. Solo due anni dopo l’egiziano Mahfuz pubblicò “Vicolo del mortaio”, il luogo è al Cairo, dove lo scrittore nacque e visse tutta la sua vita.

Due grandi libri che tutti dovrebbero leggere; il “Cannery” è nei tascabili Bompiani, il “Mortaio” nell’Universale Economica Feltrinelli. Steinbeck e Mafhuz, che furono entrambi insigniti del Nobel per la letteratura, fanno parte di quella ristretta schiera di scrittori capaci non solo di produrre grandi racconti, ma di creare mondi, universi, di testimoniare modelli di cultura. Vollero dedicare i loro romanzi a un “luogo”, perché volevano parlare della gente, della loro gente e nessun luogo può descrivere la vita umana come il vicolo di una grande città.

 

 

I due romanzi sono ovviamente diversi e naturalmente simili. L’americano guarda il suo mondo un po’ da lontano. La sua è una voce fuori campo che lentamente, capitolo dopo capitolo, attraverso una successione episodica di immagini, compone il mosaico dei dolori, delle gioie, delle illusioni e disillusioni di un’umanità marginale nel contesto di una società prospera e moderna. I suoi personaggi sono gli ultimi dei primi, quelli che il sogno americano ha lasciato indietro.

 

Nagib Mahfuz Vicolo del Mortaio
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L’egiziano invece pare confondersi completamente con i suoi, intrecciandone i destini lungo una storia omogenea di ironie e tragedie; compone un affresco che ritrae un brandello di vita degli ultimi degli ultimi, vite marginali in una società arcaica, in un Paese sinistrato dal colonialismo e dalle guerre. Ma alla fine ciò che stupisce e seduce è la somiglianza, direi la comune identità tra gli ultimi di Steinbeck e quelli del suo collega arabo. I pigri e filosofici sfaccendati del Palace Flophouse di Monterey, sono fratelli dei pigri e filosofici avventori del Cafè Kirsha di vicolo del Mortaio. I primi sono più scanzonati, certo; un po’ incoscienti. Troviamo i secondi più tormentati, la frustrazione è il loro pane. Ma i punti di contatto sono più numerosi e significativi delle differenze, perché comuni sono i destini, l’abbandono, la volontà di riscatto che a sprazzi si desta in loro, subito sconfitta da una sorte nemica che forse non è estranea alla loro stessa natura, al loro fatalismo.

 

 

California, Egitto: due mondi lontanissimi, diversi continenti, diverse storie, lingue, religioni. Ma l’universalità della letteratura riesce a testimoniare la loro inesorabile identità, la sovrapponibilità immediata e completa che possiamo realizzare tra paure, invidie, ambizioni, speranze della gente che abita questi due vicoli solo apparentemente lontani.

 

 

I due romanzi furono scritti nella prima metà del secolo scorso, quando nessuno ancora conosceva la parola “globalizzazione”. Ma a quei tempi non esisteva nemmeno lo strisciante clima da “Guerra di religione” che ai nostri giorni sparge diffidenza, quando non peggio, tra occidente e mondo islamico. Per questo oggi è necessario leggere questi due libri e “comandarli”, come direbbe Primo Levi, ai giovani. Affinché si comprendano le ragioni di fondo dell’essere umani e come l’odio di certi fondamentalismi nulla ha a che vedere con la gente che, nei milioni di vicoli Cannery e del Mortaio del mondo, quotidianamente porta avanti la propria modesta fatica di vivere.

Recensione di Fausto Tanzarella

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