DIARIO Anne Frank

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DIARIO, di Anne Frank

“Vedo noi otto nell’ Alloggio segreto come fossimo un pezzetto di cielo azzurro, circondati da nubi nere di pioggia. L’isoletta protetta su cui ci troviamo è ancora sicura, ma le nuvole si avvicinano sempre più e il cerchio che ci separa dal pericolo incombente si fa sempre ristretto. Ora siamo già talmente circondati da pericoli e dall’oscurità che per disperazione di metterci in salvo ci scontriamo tra di noi. Guardiamo tutti in basso dove la gente combatte, guardiamo tutti in alto, dov’è bello e tranquillo, e intanto siamo isolati da quella massa tetra che non ci lascia salire né scendere, e che ci sta davanti come un muro impenetrabile, che ci vuole distruggere, ma non può ancora farlo. Non ci resta che gridare e implorare: – Oh, cerchio, allargati e apriti per noi!”
Così scriveva la piccola Anna l’8 novembre 1943, il 31 marzo 1945 (alcuni affermano gli ultimi giorni di febbraio, altri i primi di marzo) Anne muore di tifo petecchiale, magrissima e con un aspetto terribile (testimonianze di sopravvissuti), in una baracca del campo di concentramento di Bergen-Belsen.

Diario Anne Frank Recensioni Libri e News UnlibroDel “Diario” di Anne Frank si è detto tutto, non c’è altro da dire. Leggerlo, comunque, è sempre un tuffo al cuore e mi produce, inizialmente, una rabbia pazzesca. Ogni volta mi lascia priva di parole, immobilizzata nel fissare lo sguardo vivace e dolce di Annuccia nella foto di copertina del libro.

Nondimeno, periodicamente leggo alcune pagine, ne sento il bisogno, perché Kitty, così Anna chiama il suo diario, è anche il mio. La piccola Anne è diventata per me un’amica: la fanciulletta tosta, vivace, curiosa, dal turbinio di sentimenti contrastanti, che non vuole essere abbandonata, che vuole essere amata e vuole amare, una ragazza normale che ha bisogno di essere ascoltata. E io non voglio deluderla!

È la mia forza nel credere che “tutto si svolgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”.

La sua testimonianza non è soltanto un non dimenticare gli agghiaccinati crimini commessi da esseri malati nell’anima, ma, paradossalmente, è un inno alla vita, un ritrovare la forza nei sentimenti più puri e nei ideali più profondi, credere ancora a un “Soit gentil et tiens courage” (Sii gentile e abbi coraggio), cosi come annotava Anne all’interno della copertina.

 

Questa non vuole essere una recensione, l’hanno fatto in tanti e la mia si perderebbe nell’oblio dei grandi. Qui voglio solo sottolineare che leggerlo per me è la fortuna di aver incontrato un’anima gentile e coraggiosa che, nell’immane tragedia, si è inventata l’ “arte di vivere” per non piangersi addosso, per non soccombere al male: una “ragazza fortunata, felice di natura, che ama la gente e vuole vedere tutti felici e contenti”.

Tuttavia non è facile leggere il diario senza trovarsi di fronte al silenzioso rispetto della vita; davanti al doloroso interrogativo: Perché? Perché tanta cattiveria, perché?

Perché la follia di pochi non è stata bloccata subito? Che l’umanità sia tutta folle?

Ma Anna va oltre e, sebbene la scelleratezza degli uomini le trancia la vita a soli 15 anni, lei ha vissuto più di tanti altri, ha raggiunto le sue aspirazioni, è riuscita a beffarsi del male: è diventata la scrittrice che voleva, ha reso immortali, dandone giustizia, tutte le vittime dell’olocausto, eleggendosi a paladina di vita, proprio come voleva!

Ha schiacciato il serpente del male con la sua voce innocente, eroina inconsapevole (?) di un percorso alternativo che ha avvallato rumorosamente quello che le hanno obbligato a seguire.

 

Anna Frank è la testimonianza universale che la vita ha un suo perché a dispetto dell’ inspiegabile ed epidermica follia (o malattia genetica?) che periodicamente esplode e di cui facilmente ed egoisticamente la maggior parte degli uomini si lascia sopraffare.

Brava Annuccia, io ti vorrò sempre bene!

” non sono ricca di soldi o cose terrene, non sono bella, né intelligente e furba, ma sono e sarò sempre felice!”

Recensione di Patrizia Zara

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