ALCOOL E SESSO: il sottobosco del sogno americano – STORIE DI ORDINARIA FOLLIA Charles Bukowski

ALCOOL E SESSO: il sottobosco del sogno americano

STORIE DI ORDINARIA FOLLIA, di Charles Bukowski

“L’ uomo è vittima di un ambiente che non tiene conto della sua anima”.

Vi piacciono le frasi di Charles Bukowski? Vi piace riportarle come aforismi, estrapolarle dai suoi racconti? Vi piace ricamarci su?

 

STORIE DI ORDINARIA FOLLIA, di Charles Bukowski

Ebbene sono convinta che chi veramente legge attentamente i 42  racconti di “Storie  di ordinaria follia” poco saprà apprezzare del vivere randagio di Bukowski.

Sebbene tutti siamo anime in pena, vaganti in un mondo putrefatto sul nascere, costruito su fondamenta scricchiolanti, ci rifiutiamo di includere la morte dell’anima nella nostra esistenza barricandoci in ogni sorta di pagana religiosa consolazione, ci illudiamo di vivere  costruendo incessantemente una società dalle ceneri di un’altra, cosi ciclicamente, senza sosta, fissando paletti, regole,  misure capaci solo di soffocare lo spirito, la coscienza, l’umanità.

 

 

Ma, pur sapendo, siamo capaci,  come il nostro Bukowski, di raccontare il sudiciume che si cela dietro questa corsa verso un’illusoria perfezione? No, non siamo capaci per niente,  perché non è giusto, non è bello, non rientra nel vivere civile, ci rifiutiamo di vedere oltre il muro del nostro orticello alla faccia di chi vive e chi muore.

Lui, il nostro sporco, codardo, vigliacco, vecchio sporcaccione, eroe del vizio, c’è riuscito attraversando le porte di tutti i gironi dell’inferno e li  ha saputi raccontare, per sua fortuna o per sua sfortuna. Chi lo sa!  Ciò comunque gli ha impedito di essere uno dei tanti borderline dimenticato in un manicomio o seppellito in una fossa comune.

 

 

Leggere Bukowski è leggere la parte sporca di ognuno di noi e rimanere fermi senza soluzione alcuna: nessuno vuole essere Bukowski benché tutti in fondo lo siamo, questo è certo.

Incapace di vivere in una società dai falsi miti di un “sogno americano” esistente soltanto negli slogan pubblicitari (tipo la nostra famiglia da “Mulino Bianco”,  per intenderci), Bukowski rimane schiacciato dai quei vizi che lo trascinano alla schiavitù: alcool, sesso,  gioco,  scommesse. E noi da cosa siamo schiacciati?

Refrattario alla quiete,  il visionario Bukowski diventa lo scrittore di quell’eccesso  simbolo di un’illusoria libertà che utilizza i stessi mezzi distruttivi che la società impone per il piacere di condannare e punire.

 

 

Non tutti i 42 racconti sono da apprezzare, alcuni risultano troppo zozzi per chi è affetto da “perbenismo”, cadono troppo in basso e puzzano di escrementi.

E sebbene il nostro Bukowski si sforzi di perdere la ragione nei fumi dell’alcool e nel piacere del sesso, la ragione lo insegne sempre proprio come “la coperta” (l’ultimo racconto) che gli corre dietro per strangolarlo nella morsa della lucida consapevolezza che tutta la sua perdizione è una vana forma di follia.

“…ci azzittiamo, e il problema aleggia intorno a noi. frattanto, i bassifondi sono pieni di gente disincantata, emarginata,  i poveri crepano all’ospedale perché i medici scarseggiano,  per loro; le prigioni sono tanto piene di gente perduta e smarrita che non bastano le cuccette e i carcerati dormono per terra; non tutti possono vivere di carità…
È dannatamente piacevole essere un intellettuale o uno scrittore  e osservare tutte queste quisquilie, fintanto che non è il TUO il culo preso a zampate. Ecco UNA COSA che non va, con gl’intellettuali e gli scrittori: sono sensibili  solo alle loro gioie e ai loro dolori. Il che è normale ma schifoso”

Recensione di Patrizia Zara

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