Abbiamo intervistato Katia Tenti e approfondito le sue opere e i temi che portano con sé partendo dall’ultimo romanzo “E ti chiameranno strega”.

Abbiamo intervistato Katia Tenti e approfondito le sue opere e i temi che portano con sé partendo dall’ultimo romanzo “E ti chiameranno strega”.

 

Intervista n. 277

 

Katia Tenti

 

 

  1. Prima di tutto grazie per aver accettato questa intervista. E ti chiameranno strega, il suo ultimo romanzo, parte da un fatto drammatico del ‘500. Cosa l’ha spinta a intraprendere questa strada? E quanto lavoro di ricerca è stato necessario?

Grazie a voi.
La caccia alle streghe è stata a lungo ignorata o addirittura negata dalla storiografia, e solo grazie al lavoro di alcune studiose coraggiose è stata finalmente riconosciuta per ciò che era: un femminicidio di massa, condotto dallo Stato per ragioni culturali, economiche e sociali. Scoprire che anche nella mia terra circa una trentina di donne furono giustiziate ingiustamente – e che ancora oggi se ne parli poco e malvolentieri – è stato ciò che mi ha spinta a scrivere di loro. Ho svolto molte ricerche, sebbene gli archivi siano in gran parte andati distrutti. Ciò che ho recuperato, tuttavia, è bastato per restituire una verità storica scomoda ma necessaria.

 

 

  1. Arianna Miele, la protagonista, cerca di rendersi indipendente da una famiglia opprimente. Quale parallelo si può trovare, qualora ci sia, tra la sua storia e quelle delle povere donne condannate al rogo?

Arianna è un’accademica e una giovane donna che affronta tutte le difficoltà del presente, con un’eredità familiare pesante da gestire. Proprio questa complessità la rende forte: la sua sensibilità femminile le permette di entrare in contatto con le donne del passato in modo autentico. I paralleli con le vittime dei roghi sono molteplici: l’esclusione dai ruoli di potere, la condizione di “straniera”, il rapporto problematico con la maternità e la paura che suscita in chi la circonda la sua conoscenza e la sua autonomia.

  1. Mi ha colpito molto il fatto che il luogo dove avvenivano uccisioni così atroci sia visivamente bellissimo e che da lontano appaia come uno scenario favolistico. Mi ha fatto pensare a quelle realtà familiari moderne che da fuori appaiono perfette ma che nascondono ombre drammatiche. Condivide?

Fin da bambina ho visto il Castello di Presule come un luogo magico, popolato da re, cavalieri e principesse. Scoprire che fu sede del Tribunale del Maleficio, dove le donne venivano imprigionate, torturate e giudicate, è stato sconvolgente. Nessuno se lo aspetta. In questo senso sì, diventa metafora di quelle realtà che all’apparenza sembrano perfette ma nascondono ombre profonde. La loro era una società letteralmente abitata da demoni, non solo simbolici.

  1. All’ingresso del castello di Fiè allo Sciliar c’è un monumento che ricorda i roghi delle streghe. Eppure fatti di cronaca anche recenti mostrano come la condizione della donna non sia molto migliorata. Cosa pensa a riguardo? E c’è qualcosa che narrativa e cultura possono fare per superare certi stereotipi?

La condizione femminile è migliorata solo in parte e in aree limitate del mondo. Esistono ancora vere e proprie cacce alle streghe, ad esempio in alcuni Paesi africani. E anche dove conquiste importanti sono state fatte, la cronaca ci ricorda ogni giorno quanto le donne continuino a subire violenza. Le leggi da sole non bastano: serve cultura ed educazione, strumenti capaci di dissipare paure, rassicurare e favorire un equilibrio armonioso tra maschile e femminile dentro ognuno di noi.

  1. Passando alle altre sue opere: ci presenti Jakob Dekas, protagonista dei romanzi Ovunque tu vada e Nessuno muore in sogno.

Jakob Dekas è un personaggio a cui sono molto legata. Si ispira a un procuratore realmente esistito che ho avuto la fortuna di conoscere e intervistare. Era un uomo coraggioso, capace di sfidare convenzioni radicate nei palazzi di giustizia, arrivando a smascherare figure considerate intoccabili. Negli anni ’90, senza la visibilità dei social che oggi può proteggere, ha agito da solo, con determinazione. Per questo lo considero ancora oggi un eroe.

  1. Quali sono le sfide, le difficoltà e le opportunità dietro la creazione di un personaggio? E cosa si sente di trasmettere con le sue avventure, spesso legate a temi attuali e importanti?

Per me creare un personaggio significa dare vita a un modello universale, capace di suscitare empatia o riconoscimento. Non devono essere necessariamente figure positive o eroiche: l’importante è che lascino un segno, che trasmettano valori e pongano domande. La parola è un mezzo potente, e dare voce a un personaggio significa trasmettere messaggi forti che possono scuotere le coscienze.

  1. Ci sarà la possibilità di ritrovare Dekas in nuove opere?

Al momento non è nei miei progetti. Ma mai dire mai…

  1. Con Resta quel che resta ha raccontato una saga familiare intrecciata con la storia del nostro Paese e in particolare con quella del Südtirol. Crede che romanzi come questo siano più incisivi di una mera ricostruzione storica?

Resta quel che resta è il lavoro a cui tengo di più. L’ho scritto con l’anima di chi è nato e cresciuto in una terra di confine, dove spesso paradossalmente mi percepisco come apolide. Oggi vivere in pace in una zona di confine pacificata è un privilegio che non tutti hanno, ma il costo per raggiungerlo è stato alto. Proteggere questi equilibri di pace è fondamentale. Attraverso la narrativa, ho voluto restituire immagini concrete, situazioni che possono ancora oggi riguardare ciascuno di noi, rendendo la storia più vicina e viva del semplice racconto storiografico.

 

 

  1. Il mondo dei social, nel bene e nel male, è la principale piazza di confronto. Qual è il suo rapporto con questa realtà?

Il mio rapporto è ambivalente: da un lato li soffro, dall’altro ne riconosco il potere straordinario di creare connessioni. Grazie ai social ho potuto entrare in contatto con realtà che altrimenti sarebbero rimaste lontane, come la vostra.

  1. Un’ultima domanda su Bolzano, città dove ambienta i suoi romanzi: quali aspetti la rendono ideale per le sue storie e quali elementi chi non la conosce ignora?

Bolzano è la mia città, e proprio per questo la sento ideale come ambientazione: la conosco a fondo, con le sue luci e le sue ombre. Negli anni è cambiata radicalmente, ha perso parte della sua identità e di quell’allure nordico che la distingueva. Oggi vive di una sorta di rendita d’immagine, pur essendo diventata, per chi ci vive, a tratti insostenibile. Rimane però una terra di confine, e proprio questa condizione, con tutte le sue contraddizioni, la rende un setting perfetto per le mie storie.

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

E TI CHIAMERANNO STREGA Katia Tenti

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RESTA QUEL CHE RESTA Katia Tenti

RESTA QUEL CHE RESTA – Katia Tenti (Piemme, 2022)

 

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