1918 L’INFLUENZA SPAGNOLA Laura Spinney

l'influenza spagnola

1918 L’INFLUENZA SPAGNOLA, di Laura Spinney

Giornalista scientifica, Laura Spinney scrive per numerose testate tra cui “National Geographic”, “The Economist” e “Daily Telegraph”. Ha pubblicato questo saggio nel 2018 in occasione dei 100 anni dell’influenza che devastò tutto il mondo, e non solo un’Europa già stremata dalla prima guerra mondiale.

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Il saggio, che forse non avrei mai letto se non fossimo piombati in questa specie di realtà distopica creata dall’isolamento vissuto per il Covid, descrive in modo avvincente le drammatiche vicende della generazione dei nostri nonni, dalle metropoli europee e americane alle lontane comunità dell’Alaska, dell’India o delle isole Samoa decimate da una terribile epidemia influenzale. La Spagna non era allora soggetta alla censura di guerra e fu quindi il primo paese a comunicare notizia di questa nuova forma influenzale, da qui il nome dato alla malattia in buona parte d’Europa, mentre altrove verrà battezzata in modo diverso.

 

 


Il saggio narra molto bene come l’epidemia venne considerata dalle classi dominanti una cosa riguardante i poveri, colpevolizzati per il modo in cui la stessa situazione sociale li costringeva a vivere.


La Spinney affianca ricostruzioni storiche a divulgazioni scientifiche sottolineando le cause della diffusione pandemica e i loro drammatici effetti sulla società che a lungo si manifestarono anche con depressioni e stanchezze croniche che uccidevano la voglia di reagire.

Si dice che la prima guerra mondiale cancellò con un colpo di spugna un’intera generazione, ma la “Spagnola” fece nel mondo, secondo il batteriologo americano Edwin Jordan, più 21 milioni e seicento mila morti, ben oltre quelli provocati dalla prima guerra mondiale. Studi recenti ci dicono che la stima di Jordan era bassa. La Spagnola, dopo la prima ondata nella primavera del 1918, ebbe una terribile recrudescenza nell’autunno-inverno 1918-1919 e se ne andò poi nella primavera 1920 senza che fosse stata trovata una cura per combatterla.

 

 


Alcuni passi del saggio sembrano, in verità, scritti in questi giorni:

““Uno studio del 2007 ha dimostrato che alcune misure di Sanità pubblica come il divieto dei raduni di massa e l’obbligo di indossare le mascherine ridussero, in alcune città americane, il tasso di mortalità fino al 50% (gli Stati Uniti furono molto più bravi dell’Europa a imporre provvedimenti di questo tipo). Il problema principale era il tempismo: tali misure dovevano essere introdotte in fretta, e mantenute finché il pericolo non fosse passato. Se venivano tolte troppo presto il virus aveva a disposizione una fornitura fresca di ospiti immunologicamente naïfs e la città andava incontro a un secondo picco di mortalità.” ““Con il passare del tempo subentrò la stanchezza anche tra coloro che all’inizio avevano rispettato le diverse misure. Non solo erano spesso un ostacolo a una vita normale, ma la loro efficacia sembrava quantomeno limitata … E a volte era difficile afferrare la logica dietro le restrizioni. Padre Bandeaux, un sacerdote cattolico di New Orleans, protestò per la chiusura delle chiese della città mentre i negozi potevano restare aperti. I quotidiani riportavano puntualmente queste disparità e le proteste che suscitavano. Nel 1918 i giornali erano il principale mezzo di comunicazione con il grande pubblico e avevano un ruolo fondamentale nel far accettare, oppure no, le diverse misure…. Ovviamente, giornali diversi esprimevano opinioni diverse, alimentando così la confusione.” e ancora, “Con il passare del tempo anche giornalisti, stampatori, camionisti e fattorini cominciarono ad ammalarsi e le notizie censurarono sé stesse. L’obbedienza alle regole calò ulteriormente. La gente tornò ad affidarsi alla Chiesa, a distrarsi con le corse d’auto clandestine e a lasciare a casa le mascherine. A quel punto l’infrastruttura sanitaria pubblica – ambulanze, ospedali e becchini – prima vacillò e poi crollò.”

 


La Spinney parla anche di ipotetiche nuove epidemie. “Il pericolo – afferma – è che compaia un nuovo ceppo a cui nessuno è mai stato esposto. […] E’ difficile che si possano ripetere le condizioni del fronte occidentale e i massicci movimenti di persone conseguenza della prima guerra mondiale.” Ma ci dice anche che il pianeta è molto più interconnesso, i cordoni sanitari naturali facilmente superabili, la sorveglianza delle malattie migliorata ma la popolazione del pianeta è invecchiata.

Scopriamo così che negli anni passati la Air Worldwide, azienda specializzata nell’elaborazione di modelli di catastrofi ha ipotizzato gravi ripercussioni in caso di una possibile nuova epidemia con studiosi divisi fra chi sostiene che non avremmo dovuto nulla a che temere e chi lamentava possibili impreparazioni.

 

 

Noi sappiamo, purtroppo, come è andata a finire e fa un po’ inquietare il fatto che nel 2016 il GHRF (Commission on Creating a Global Health Risk Framework for the Future) chiedesse ai governi, ai privati e alle Ong di stanziare almeno quattro miliardi di dollari all’anno per prepararsi ad una pandemia.

Evidentemente molti dei nostri Paesi hanno preferito disattendere queste raccomandazioni, preferendo tenere la testa sotto la sabbia cosa che nell’immediato magari garantisce molti consensi elettorali ma alla prova dei fatti si traduce in un disastro umano ed economico.

Recensione di Laura Pianta

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